Archivi del mese: maggio 2015

Il riflesso

Rivelazione pucciniana

Fra le carte del Maestro Puccini sono stati trovati i seguenti versi buttati giù dal compianto artista in data tre marzo 1923:

Non ho un amico,
mi sento solo,
anche la musica
triste mi fa.
Quando la morte
verrà a trovarmi
sarò felice di riposarmi.
Oh com’è dura
la vita mia!
eppure a molti
sembro felice.
Ma i miei successi?…
Passano… e resta
ben poca cosa.
Son cose effimere:
la vita corre:
va verso il baratro.
Chi vive giovine
si gode il mondo:
ma chi s’accorge
di tutto questo?
Passa veloce
la giovinezza
e l’occhio scruta
l’eternità!

Meriterebbero proprio di essere meditati da quanti si affannano a correr dietro le chimere della vita. Chimere che passano lasciando il vuoto e l’amarezza nel cuore assetato di eternità.”

[ Da una pubblicazione periodica locale, 4 aprile 1925.]

     Una confidenza, è una forma di apertura del proprio intimo. Confidarsi è istintivo in ognuno ed è talmente necessario, da venire elaborato in molteplici espressioni. Il nostro bisogno di offrire e di ricevere fiducia è così forte, da indurci a confidare anche a noi stessi, ciò che di noi sappiamo già; una sorta di appoggio alle nostre riflessioni, nel segreto di un diario o nella confessione vera e propria, rivolta al nostro io, che possiamo decidere di mostrare o no, in maniera chiara tramite il racconto o in termini meno decifrabili attraverso altre forme espressive.
Mille pensieri volano nella mente, durante il travaglio che comporta la conoscenza di sé e che precede lo sfogo naturale della confidenza. Riuscire nell’impresa di dare una saggia impostazione confidenziale alle opere ed ai gesti, al lavoro della nostra vita, non è da tutti e non è aspirazione di tutti; in fondo è nulla di particolare: quando con spontaneità, ci lasciamo semplicemente tenere a galla dalla spinta della nostra stessa sincerità, senza altro aggiungere.
Questo è un vantaggio della dimensione dell’umano, tanto per restare su di un livello basso: il confidare ha radici molto più profonde ed un significato molto più alto, il termine stesso racchiude in sé la fede. Eppure, la “bassezza” dell’umana condizione può dare vita ad opere di arte ed ingegno, le quali hanno spesso molta presa sull’animo del pubblico; scultura, pittura, recitazione, la narrazione di una storia, sono parte del loro autore, il quale è riuscito ad esprimere se stesso, in stile o intonatura confidenziale, per mezzo delle sue doti artistiche. E’ ciò che gli ha ottenuto poi il riuscire a coinvolgere sentimentalmente i fruitori della sua realizzazione.
L’arte stessa altro non è che una confidenza, tradotta in una forma che ha il potere di chiamare a sé sempre nuove aperture, suscitando in altri il desiderio di riconoscersi nel soggetto dell’opera e, nello stesso suo autore; non si finisce mai di indagare sui prodotti più noti dell’intelligenza umana, l’attrattiva che essi esercitano sui sensi e sulla ragione, non viene meno con il passare del tempo e si rinnova, mentre sempre, di ogni opera d’arte, si cerca di conoscere l’autore: chi era, la sua vita, l’animo suo; e quando non ne è possibile l’attribuzione, se ne avverte la mancanza come una lacuna dell’opera stessa.
Nella infinita ricerca di sé, l’uomo chiama l’uomo, cerca se stesso nell’altro. E, mirando in alto, intanto affonda il proprio volto più intimo in ciò che ne è un riflesso.
Confidarsi è anche la consapevolezza ed accettazione della forza che racchiude la propria “debolezza”.
Noi sappiamo che la nostra indole interiore è protesa a confidarsi, ma è quel di più, il coraggio della sincerità, che ci porta a compiere il salto di qualità, che consente alla natura umana di innalzarsi quel tanto che le è permesso fare.figurino capri

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Un ritratto

“Viva o mora o languisca, un più gentile
stato del mio non è sotto la luna,
sì dolce è del mio amaro la radice.”

[Petrarca, “Canzoniere”, 229]

Non saprei pensare ad un migliore argomento con il quale iniziare il mio blog di pubbliche confidenze, che non sia lui: mio marito, da quasi trent’anni.
Io sono tuttora attratta e confusa dalla sua figura maschile ed egli, da animale schivo qual è, accetta pazientemente i miei occhi innamorati puntati su di lui.
Adoro l’aspetto esteriore del mio uomo, corpulento e sanguigno. La sua corporeità è forte ed evidente, la sua presenza fisica si impone agli sguardi per la strada ed in pubblico, cattura sempre l’attenzione su di sé, ancor più quando lui è insieme a me: il dimorfismo dei nostri corpi ed il provocante contrasto nei nostri aspetti più evidenti, evocano spontaneamente sensualità ed io, spesso piena di me, come in un preciso gioco, da donna adulta e sicura di sé, colgo ogni più piccola occasione, per esibire con calcolata ostentazione, carne e ossa dell’uomo al mio fianco.
Sono fiera del suo passo misurato e del suo portamento, quel suo incedere con naturalezza, quell’andatura calma su due gambe perfettamente diritte; sono fiera delle sue mani, nobili e dal tocco gentile, con sicurezza poggiate su di me,sempre in cerca del rassicurante ed energetico contatto fisico.
Le sue spalle e la schiena, così imponenti, arrotondate e carnose, modellate sui miei gusti, come pure il suo collo e la nuca, dalla forma ideale, io ammiro da ogni angolazione. Ed anche i bei capelli corti, biondi e scuri a un tempo, catturano il mio sguardo; quei capelli di cui io mi prendo cura di persona, accarezzandoli e pettinandoli, gustando ad ogni tocco, un altro dei piaceri che il mio amore sa darmi; nascoste, dal taglio regolare e frequente, sono le onde naturali, di cui conosco l’esistenza, quasi un segreto d’amore: ne ho memoria della nostra migliore gioventù; mentre il loro virile diradarsi accresce la mascolinità ed il fascino di un uomo maturo e completo.
Quindi gli occhi, spesso io cerco, gli occhi suoi chiari, di un verde prezioso e lucente, come il biondo dorato del tenero sopracciglio, soffice se sfiorato e che incornicia uno sguardo ispiratore, dolce, giovane, quasi fanciullesco, come in ogni uomo che sia degno, specchio di gioia e di dolore, ali brillanti e tenui, deposte lì, dove la fronte regolare sovrasta il profilo e, sulla coda dell’occhio, scende leggermente la palpebra, con le sue ciglia infantili, a mitigare la severità dell’espressione dell’uomo a cui affido la mia vita e tutta me stessa.
E poi c’è la sua bocca, indiscutibilmente molto sensuale, provocante, con le sue vistose labbra spagnoleggianti, carnose e ben definite nei contorni sinuosi e dal bel colore rosa acceso: quanto basta ad una stupenda creatura dalla preziosa pelle chiara.
A completare la prepotenza della sua bocca, sotto le gote piene e sempre rosee, due pieghe naturali, scendono ad onda dai lati del naso, maschile e regolare, dentro un viso ovale, dal mento rotondeggiante, anch’esso molto carnale, sia di fronte che di profilo; quel profilo dall’aria in apparenza pensosa e corrucciata, che pur tante volte si è sciolta in un sorriso di compiacimento, struggente e vigoroso.
Ogni mio senso lui chiama a sé. Il suo odore naturale, non sopraffatto da essenze, buonissimo, io desidero, avvicinandomi alla base della sua nuca; questo mi attrae, mentre, sempre più vicina, appoggio il mio viso dietro il suo collo morbido e caldo, inalando avidamente: è odore di miele, forte ed inebriante, mi confonde, cattura. Ed io, non ho più alcun ritegno.
Anche la sua voce, anelo di udire, rivolta a me. Voce reticente di uomo silenzioso, tanto desiderata quanto negata, voce da far dimenticare le ore più buie della nostra vita. Basta un semplice sussurro, mi ammalia persino il suo silenzio, silenzio che conosco, avaro e tentatore. Il solo suono del suo respiro, esprime, senza bisogno di parole, i sentimenti e gli istinti, gli stati d’animo, che si succedono, rapidi o lenti, le emozioni, che egli mi trasmette senza dire… e che io, mi beo di suscitare in lui, con dedizione femminile e con arte, di consumata amante.

“Si guardò allo specchio: non c’era da dire era ancora un bell’uomo.”

[Tomasi Di Lampedusa, “Il Gattopardo“]

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