Archivi del mese: luglio 2015

Piccineria

“Invio a Vostra Eccellenza un occhialino per vedere da vicino le cose minime, dal quale spero che ella sia per prendersi gusto e trattenimento non piccolo; ché così accade a me. Ho tardato a mandarlo, perché non l’ho prima ridotto a perfezione avendo avuto difficoltà nel ritrovare il modo di lavorare i cristalli perfettamente. L’oggetto s’attacca nel cerchio mobile che è nella base, e si va movendo per vederlo tutto, atteso che quello che si vede in un’occhiata è piccola parte. E perché la distanza fra la lente e l’oggetto vuol esser puntualissima, nel guardare gli oggetti che hanno rilievo bisogna poter accostare e discostare il vetro, secondo che si guarda questa o quella parte; perciò il cannoncino è fatto mobile nel suo piede o guida, che dir la vogliamo. Devesi ancora usarlo in aria molto serena e lucida, e meglio è al sole medesimo, ricercandosi che l’oggetto sia illuminato assai. Io ho contemplato moltissimi animalucci con infinita ammirazione; tra i quali la pulce è orribilissima, la zanzara e la tignuola sono bellissime; e con gran contento ho veduto come facciano le mosche ed altri animalucci a camminare attaccati agli specchi ed anche di sotto in su. Ma V.E. avrà campo larghissimo di osservare mille e mille particolari, de’ quali la prego darmi avviso delle cose più curiose. Insomma c’è da contemplare infinitamente la grandezza della natura, e quando sottilmente ella lavora e con quanta indicibile diligenza.”

[da una lettera di Galileo Galilei al principe Federico Cesi]

Desideriamo avere dei bei ricordi da portare con noi, dopo la nostra dipartita da questo mondo, nella nostra “vita seconda”; cose da fare prima della fine di questa vita, o mai più. Per me, devo dire che i primati di grandezza, raggiunti dalla capacità di realizzazione umana, non colpiscono più di tanto la mia curiosità; mi rappresentano non più tanto dei traguardi, ma piuttosto dei limiti, ora ora raggiunti e che, il genio umano supererà, preso o tardi. Sono misure, che vanno per l’oggi, che sono le massime solo fino a quando scadrà il loro primato, perché ad esso se ne sostituirà un altro e un altro ancora e, quello che era il primo, finirà per diventare solo uno fra i primi e così via. Ben altra importanza ha per me, venire a sapere di qualcosa o qualcuno di piccolo, di piccolo in modo particolare, unico: il più piccolo dei tali, il più piccolo che si conosca, il più piccolo della sua specie, fra i suoi simili, ecc. Desidererei, non oggi stesso, ma che sia almeno prima dell’ora mia, che questi miei occhi potessero vedere una volta, dal vero, il colibrì più piccolo al mondo. Vorrei vederlo vivente e, se non proprio nel suo ambiente naturale, almeno in quello riprodotto artificialmente in una voliera (se ciò è fattibile senza inutili sofferenze per la bestiola), il più possibile al naturale, per apprezzarne la sua immensità ed ammirare la sua rarità e perfezione. Rarità e piccineria, hanno da sempre una grande attrattiva su di me. Quando, nella mia infanzia immaginavo di avere nella tasca un minuscolo Pollicino o la miniatura di un qualsiasi altro animale, tanto mi riusciva di crederlo vero nella fantasia, che quasi lo vedevo, lo afferravo, lo tenevo in mano; proprio come facevo realmente con un cucciolo di rospo appena sviluppato o con la piccolissima lucertola appena nata e con quegli argentei pesciolini, che nuotano veloci veloci, sulla riva del mare Adriatico, quasi invisibili, nei pochi centimetri d’acqua bassa, ancora limpida e trasparente nelle prime ore del mattino, irragiati dalla luce del sole. Brillando e cambiando sempre direzione, essi sfuggivano ad ogni reticella, ad ogni tentativo di cattura, ma lo sguardo mio attento li seguiva, affascinato da quegli stessi particolari, comuni alle specie di più grandi dimensioni e qui, tanto più piccoli e perfetti. Minuscole creature della natura, fatte per essere solo guardate. Questa mia simpatia per “il più piccolo che si trovi”, mi ha portata ad incuriosirmi anche delle cose inanimate, oltre che dei fenomeni del mondo animale o vegetale. Conservo ancora, dentro non so bene quale libro, dei piccolissimi quadrifogli essiccati, schiacciati fra le pagine da almeno quarant’anni ed ho, chiuse dentro una scatolina da qualche parte, alcune “microscopiche” conchiglie vuote, grandi pochi millimetri, sottilissime ed eteree, ma esatte rappresentanti in miniatura del loro genere. Non credo che avrò mai la possibilità di ammirare le piccole uova del più piccolo colibrì al mondo e poter vedere come, tanta piccolezza si adoperi a nutrire i suoi piccoli pulcini, forse alla stessa maniera di un grande uccello maestoso. E’ giusto in fondo che tanta grazia, delicata ed unica al mondo, non sia alla portata di tutti e, probabilmente non è per me, ma forse un giorno, chissà…

figurino cappottino“La natura è grande nelle grandi cose, ma è grandissima nelle più piccole.”

[Bernardin de Saint-Pierre]


Ordine e disciplina

Quanto a coloro per i quali crearsi dei problemi, cominciare e ricominciare, cercare, sbagliare, riprendere tutto da cima a fondo, e trovare ancora il modo di esitare ad ogni passo, coloro, insomma, per i quali lavorare in modo problematico ed in continuo travaglio intellettuale, equivale ad una posizione dimissionaria, be’, non siamo, chiaramente, dello stesso pianeta.”
[Michel Foucault]

Bel programma di vita, è quello che si prospetta per chi nasce di indole sentimentale interiormente, sensuale nei tratti e nei modi esteriori, ma in un ambiente familiare ligio a regole e gerarchie, già fissate fin dall’antico, da ognuno rispettate, in un ordine mai capovolto, mai messo in discussione… seppure, seppure, non proprio sempre condivise appieno, un po’ anche dagli stessi educatori.
Una sfida, è stata fin qui la mia vita. Ovvero l’impresa di cercare, trovare un equilibrio indispensabile, un’isola che non c’è, un punto d’approdo, dal perpetuo e sofferto balenare e, magari, quando più mi volevo credere serena, tranquilla di essere giunta a realizzare la mia vita vera, venivo invece a constatare che così non era ancora. E forse non è.
Oggi che tutto è cambiato, dai tempi della mia prima giovinezza, che ho perduto la mia famiglia e gli insegnanti più cari e che, dall’alto della mia età matura e delle conquiste che questa comporta, assaporo il gusto di non concedere, se lo voglio, nessun conto alle opinioni altrui su di me, oggi io, sento però costantemente in me, tutto il gravame del contrasto, costruttivo e necessario, fra l’importanza da dare alle onnipresenti regole umane, passate a me da testimone, e l’eguale importanza del non rinunciare per nulla al mondo, alla libertà di esprimere la mia natura per quello che è, anzi, di più, sento il dovere stesso di realizzare le due cose, a garantire una dignità della persona che non sia dimezzata, tarpata.
La sfida non è finita. Confesso che questa condizione genera in me una sensazione piacevole e voluttuosa, la convivenza di due donne contrastanti ed entrambe presenti nel mio carattere.
Ho sempre ricercato i contrasti, ne resto ammirata, in campo estetico e sentimentale; gli arditi abbinamenti, che calamitano l’attenzione e gli sguardi per via della loro “estraneità” di gusto; generano turbamento nei più semplici, turbine nei soggetti più reattivi.
Non è affatto un caso, che la mia favola preferita da bambina era (ed è) quella de “La Bella e la Bestia”. Crescendo, negli anni, sono tornata più volte sulla storia narrata nella fiaba ed ho esaminato nella mia mente, gli aspetti sempre attuali che questa, come tutte le fiabe, presenta; ho fantasticato sulle possibili interpretazioni e variazioni sul tema, in cui il contrasto ha una gran parte; presto attenzione alle varie trasposizioni cinematografiche del racconto, quando posso, con apprezzamento e curiosità verso la regia che c’è dietro ognuna.

Tutto il nostro ragionamento si riduce a cedere al sentimento
[Blaise Pascal, Pensieri]

Insomma, sono affascinata dalla bellezza soggettiva e reale della bestia, dalla sua umanità, nonostante la sua forzata prigionia fisica, che non considero come una condanna o punizione e che non cambierei, dal mio punto di vista, con nessun corpo da uomo comune, “conforme”. Confido di subire il fascino dell’uomo brutto, è da sempre il mio miglior fianco scoperto e spesse volte, pericolosamente mi abbandono…

Bisogna conoscere se stessi: quand’anche ciò non servisse a trovare il vero, serve almeno a regolare la propria vita, e non v’è niente di più giusto.”
[Blaise Pascal, Pensieri]

Oggi, che so meglio chi sono e come sono non soffro più le regole della vita. Le regole le accetto, le cerco, le pratico, le esigo e da me per prima. Ed è in virtù di certe regole, non permetto che si mortifichi e si neghi, quel tratto umano e sensuale che ci è stato giustamente donato e che mirabilmente ci completa; non sono tollerante verso le forzature che rendono la persona inutile e triste; queste sono le regole. Io non voglio tagliare i capelli di Sansone.

Due cose istruiscono l’uomo su tutta la sua natura: l’istinto e l’eperienza.”
[Blaise Pascal, Pensieri]

A ben ripensarci, queste mie affermazioni e prese di posizione, sono in fondo anch’esse il frutto di una educazione attenta al rispetto delle giuste regole, il risultato di una disciplina, che contempla una serie di doveri necessari alla vita stessa, tanto che, uno dopo l’altro, consecutivamente, come anelli di una catena, conducono l’individuo ad un dovere finale, traguardo e scopo dell’educazione stessa: e cioè, conferire la potestà su di sé, il potere di realizzare la propria vita, in completezza. Non è cosa di poco conto e non è facile. Ma si tratta in fondo di un istinto naturale e perciò di un punto di forza, dal quale partire o ripartire, in qualsiasi momento.figurino tuttomaglia


Viaggi nel tempo

“…si suole piangere in chi muore una sorta di sciagura e quasi di annientamento totale; ma la morte di mia madre non era una sciagura e non era totale. Ce lo garantivano la prova della sua vita e una fede non finta e ragioni sicure.”

[ Agostino, “Le Confessioni” ]

Quante volte accade che i nostri ricordi più cari ed i nostri affetti, siano legati in modo particolare al cibo ed al nutrimento, a vecchi e nuovi sapori, ad aromi ed odori speciali, di cose buone, che abbiamo assaggiato durante la nostra vita, di cibi gustati in momenti significativi della nostra storia personale; e che tornano, per pochi istanti, alla nostra memoria o, per qualche caso, sulla nostra mensa. E con essi tornano al presente anche le persone care. Il loro ricordo è legato a ciò che di buono abbiamo un giorno mangiato; con loro abbiamo condiviso o da loro abbiamo ricevuto, uno dei più duraturi piaceri di tutta la vita.
Spesso sono i frutti della terra, assaporati nella loro semplicità: ci siamo nutriti della freschezza di un orto o di un giardino, che ci ricorda la nostra migliore stagione…
Altre volte, abbiamo mangiato pietanze cucinate alla maniera di qualche persona a noi cara e scomparsa ormai da lungo tempo, come pure i piatti gustosi da lei preparati ed a lei legati, nella nostra memoria.
Cose buone e persone buone, i loro ricordi procedono insieme; ed insieme ci confortano oppure ci rattristano, ci infondono nostalgia e rimpianto. Senza permesso e senza preavviso, subito torna al nostro olfatto un buon profumo, un aroma che conosciamo e che ci conosce, che è legato ad un certo cibo, che è legato ad un familiare, ad un amico, a sua volta legato ad un momento, giorno, periodo, ormai passato, legato a noi, alla nostra vita trascorsa, alla nostra beata fanciullezza ed a tanto altro ancora… una rete di legami forti e duraturi, malgrado tutto.
Il cibo dell’allegria e della gioia di vivere, cibo ormai idealizzato, diviene cibo del dolore e della tristezza, quando ritrae per noi e per noi soltanto, il bel tempo che fu, lontano dal presente e, quando non è più con noi e ci manca, la persona simbolo di quel cibo antico, che a lei ci riconduce nel ricordo affettuoso.
Può un odore o un sapore tornare alla mente, così come accade per un viso? La mente ha i suoi occhi, ma non solo quelli. La memoria, suscitata dal nostro amore, ricostruisce per noi cose strabilianti, ci permette di viaggiare nel tempo, nel nostro tempo personale. La geografia del tempo della nostra mente è capace di dispiegare – servendosi di ogni nostra percezione, di ogni nostra dote umana – un paesaggio tanto reale, quanto possono esserlo le nostre reminiscenze o, tanto fantastico, quanto può esserlo la nostra immaginazione. Il paesaggio disegnato dalla nostra stessa vita, dal tempo andato, può dilatarsi nei ricordi e permetterci di spostarci, all’interno di un arco di tempo indefinito: la geografia del passato non è necessariamente rispettosa dei tempi storici, perché è emotiva e perché i sentimenti non hanno attinenza con la precisione. Se, per nostra fortuna, ancora avviene che il sentimento ci prende, possiamo sperimentare noi stessi la perdita del senso del tempo; e dimenticare l’orologio.
Il ricordo, forte o debole, di buone cose, che abbiamo mangiato in un passato, ed ora non più, ci induce a compiere viaggi nel tempo, ci fa tornare da noi stessi, come eravamo; così come accade al suono di una melodia, per l’ascolto di una musica, tenendo in mano una vecchia fotografia, guardando un vecchio film. Molto più può un buon sapore, più che un oggetto fisico. E molto più è durevole ed intenso il suo effetto su di noi. Perché quel tale cibo è ormai in noi, nella nostra passata interiorità, vi resterà per sempre, sarà sempre con noi, come chi ci ha nutrito, chi ci ha lasciato.
Cosa resta della mamma al proprio figlio quando lei muore? Molto, sicuramente, molte, molte cose, tra le quali il ricordo del cibo; se lei avrà voluto, se avrà saputo… ma tanto, tutti noi sappiamo bene, che la mamma, non muore mai.

“La casa è dove c’è la mamma. Una volta raccolsi un bimbo e lo portai alla nostra Casa per bambini; gli feci un bagno e gli diedi dei vestiti puliti e tutto il necessario, ma dopo un giorno quel bimbo fuggì. Fu ritrovato da qualcun altro, ma fuggì ancora. Allora dissi alle Sorelle: – Per piacere seguite quel bambino. Una di voi resti accanto a lui per vedere dove va quando scappa – E il bambino scappò per la terza volta. E là, sotto una pianta, c’era sua madre.  Aveva messo due pietre sotto un recipiente di terra e stava cuocendo qualcosa che aveva raccolto in una pattumiera. La Sorella chiese al bimbo: – Perché sei scappato dalla Casa? – e lui rispose – Ma la mia casa è questa, perché qui c’è la mia mamma – […] Che il cibo fosse stato preso in una pattumiera gli stava bene, purché fosse sua madre a cucinarlo.”

[ Madre Teresa]figurino scolaretta