Archivi del mese: novembre 2015

Essere forti

“E ricordiamoci che gli statuti, gli ordini politici, le leggi, son cose gettate al vento, finché gli uomini che se ne debbon giovare non sono migliori.
L’Europa, la società, le popolazioni, i governi, i capi delle nazioni, non vengon ora a fine di nulla; e sa il perché? Perché uno per uno tutti si val poco.”

[Massimo D’Azeglio, “I miei ricordi“]

“Essere buoni non significa essere deboli”. Era il titolo di un tema a svolgimento libero, che un professore ci aveva assegnato a scuola, anni fa. Ricordo le note lusinghiere, con le quali aveva elogiato in classe ciò che io avevo scritto in merito. Oggigiorno le mie povere considerazioni personali, apparirebbero superate, forse… comunque non saprei; una cosa di certo aggiungerei a qualsivoglia concetto: e cioè, che essere deboli viene dall’essere stupidi.
A volte, anzi, spesse volte, si commettono errori. Dappertutto, sulla terra, l’umanità intera, per sua stessa indole, è immersa in una palude di errori. Sono gli errori piccoli o macroscopici, che si susseguono ed intrecciano, in un cerchio senza fine; errori singoli ed anche errori collettivi.

“E dove fu la gloria per aver preso Roma, per quei barbari impetuosi che si riversarono nel Senato e trovarono i Padri fondatori seduti in silenzio, impassibili innanzi al loro successo?”

[Robert Louis Stevenson, “Elogio dell’ozio“]

Il primo e più esplicito biglietto da visita di una nazione od unione di nazioni e di tutto un popolo ovunque disperso, di fronte al resto del mondo, è la sua carta costituzionale ovvero, l’insieme di norme in virtù delle quali esso esiste e funziona e che lo rappresentano nell’universo; ciò è basilare, poiché come recita il proverbio, “è la regola che regge il convento” .
E sono proprio i primi articoli di tale documento, i più importanti e fondanti di tutto il resto di norme in esso contemplate, questi e non altro, non i nomi di importanti aziende nazionali ovvero di tutto ciò che prima o poi passerà. Sono quei “segnali”, che gli uomini da essi rappresentati, inviano al mondo intero ed a se stessi, affinchè si sappia di che pasta sono fatti.
Come sigilli duraturi, da cui prescindere non è possibile, imprimono la loro cifra di civiltà alla vita di tutti i cittadini, ora e per sempre, per il loro bene. Tutti sono portati a leggerli, non potendo sfuggire neppure ad uno sguardo sommario e superficiale, ed un errore nella fase di elaborazione di questa parte del documento costituzionale, condizionerebbe il significato degli articoli seguenti e di tutta la sua comprensione in assoluto.

“Errori furono commessi dentro e fuori le mura di Troia.”

[Orazio]

Ho voluto scrivere questa introduzione, ad un articolo che vorrei di seguito riportare, nelle sue parti salienti. Era pubblicato all’interno di un periodico ad indirizzo religioso; l’unico in cui mi sia riuscito di trovare certe notizie a riguardo dell’argomento in esso trattato e cioè, sulla vera origine della bandiera dell’Unione Europea e del suo simbolo: le dodici stelle in circolo. Le cose che dice sono davvero illuminanti ed invitano, senza toni arroganti e faziosi, alla riflessione sugli errori che si compiono ad ogni livello ed anche, a quanto questi errori si dovranno, presto o tardi, pagare cari, da parte di tutti noi; oggi più che mai evidente.

L’origine della bandiera europea

Le 12 stelle della bandiera europea: “Il sito ufficiale della Comunità Europea nasconde l’origine cristiana del simbolo”. Quelle dodici stelle […] sono legate al culto della Vergine Maria e svincolate dal numero degli Stati aderenti. A sostegno di tutto ciò c’è la vera storia di quella bandiera blu e delle dodici stelle dorate che sui siti ufficiali si guardano bene dal raccontare. Il concorso di idee per il nuovo vessillo fu vinto, nel 1950, da un pittore non molto conosciuto: Arsène Heits.
Lo spunto per il bozzetto […] gli venne dalla “Medaglia Miracolosa” che portava al collo. Un’immagine coniata dopo l’apparizione della Madonna a Catherine Labouré nel 1830. Proprio in quella circostanza la Vergine indicò di rappresentare sulla medaglia le dodici stelle della corona posta sul capo della donna dell’Apocalisse, e Bernadette Soubirous portava la “Medaglia Miracolosa” legata al collo con uno spago l’11 febbraio 1858, quando le apparve per la prima volta la Signora vestita di bianco e di blu. Questi due colori colpirono il presidente della commissione che doveva scegliere la bandiera dell’Europa, l’ebreo belga Paul M.G. Levy, che, probabilmente, vide in essi i colori dello Stato d’Israele, da poco nato. Arsène Heits non svelò la provenienza biblica del simbolo, ma lo ammise solo in seguito.
Il numero dodici compare ripetutamente nell’Antico e nel Nuovo Testamento. Dodici erano i figli di Giacobbe, le tribù d’Israele, gli apostoli di Gesù, le porte della Gerusalemme celeste, le edicole dell’antica basilica lateranense cattedrale di Roma, San Giovanni.
La bandiera fu adottata dalle istituzioni europee nel 1955 in una cerimonia che si svolse l’8 dicembre: festa dell’Immacolata Concezione. E nel 1985 il vessillo fu fatto proprio da tutti i capi di stato e di governo dell’Unione Europea, e da allora ne divenne l’emblema ufficiale.
Peccato che tutto questo non sia scritto nel sito ufficiale. E allora si capisce che la rimozione delle radici giudaico-cristiane nel preambolo della Costituzione Europea ha origini che vengono da lontano.

Carlo Baroni

“…E’, no, la guerra in fondo
non è cosa civile:
d’incivilire il mondo
il genio mercantile
s’è addossata la bega:
Marte ha messo bottega.”

[G. Giusti]bandiera europea

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“Recondita armonia”

“Di qui ebbe origine l’abitudine a celare i miei piaceri, tanto è vero che quando raggiunsi l’età della riflessione, e cominciai a guardarmi attorno per fare un inventario dei miei progressi e della mia posizione nel mondo, mi ritrovai già coinvolto in una radicata doppiezza esistenziale.”

[Robert Louis Stevenson, “Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde“]

Penso che in vita, molti di noi umani, integri della nostra cultura e delle tradizioni, sperimentiamo il danno dei falsi pudori, alimentati dai normali e comunissimi e, per lo più ingiustificati, sensi di colpa, di ogni epoca. Gli stessi sensi di colpa sono il manto dietro il quale celiamo spesso i modesti desideri ed i piccoli sogni, curiosi e spontanei, con cui evochiamo la perduta innocenza. Sogni e desideri, seppur legittimi, vengono trattenuti dalle remore di una inspiegabile vergogna.
Crediamo di sapere, come dato fisso, che la nostra – e non l’altrui – spontaneità, ci è nemica ovvero, che non ci conviene, anche e persino nell’espressione della nostra intimità più privata. Quante volte accade che ci sentiamo osservati e mal giudicati, seppur nella solitudine, non sapendo bene neppure da chi…

“Pentimenti sul passato, noja del presente, e timor del futuro; ecco la vita.”

[Ugo Foscolo, “Ultime lettere di Jacopo Ortis“]

Su tutto ciò ho iniziato un tantino a riflettere, quando sono giunta ad un dato punto della vita; più o meno all’approssimarsi di quella scadenza naturale – per chi prima e per chi poi – verso la quale inizia a far capolino una prima avvisaglia di tramonto, in cielo e nell’aria che respiriamo. E’ quell’azzurrino di luce che incrocia abbastanza repentinamente i raggi ormai tutti distesi del sole pomeridiano. Ce ne accorgiamo di solito quando il fenomeno è già avvenuto. All’inizio ci inganna una sorta di intermittenza o almeno così sembra, fin quando realizziamo che, la fase in cui siamo entrati nostro malgrado, non è reversibile e che la sera, durerà per sempre.

“La tua saggezza sia la saggezza dei capelli bianchi, ma il tuo cuore sia il cuore dell’infanzia innocente”

[Schiller]

Ciò non ci tolga però, vita, anzi, è più che mai ora, che possiamo dare il meglio di noi. La nostra parte migliore, la più semplice e la più geniale, ha subito e superato gli umilianti condizionamenti dell’età giovanile ed è giunta al suo probabile riscatto, fintanto che il giorno durerà.
Ed ora so, che era giusto che così andasse anche per me. Voglio dire che, il raggiungere una buona conoscenza di se stessi, così come realmente siamo e non altro, non è cosa realizzabile in età ancor giovane (non propriamente intesa in senso anagrafico); mentre le scelte mature e consapevoli, che da un po’ di tempo mi trovo sempre più a fare, su di me, necessitano il superamento o almeno l’impegno di una qualche prova di analisi di sé, alla luce di una vita già vissuta, necessitano cioè di un passato.
Al traguardo ci attende una boccata di gusto, assaporata e protratta il più a lungo possibile, ora o mai più.

“Poiché era donna si aggrappava ai particolari”

[Tomasi di Lampedusa, “Il Gattopardo“]

Ciò è anche la raggiunta sicurezza, dei miei e dei suoi più reconditi “diritti”, la certezza, educatamente arrogante ed accattivante, fin nel profondo dell’animo, è quella sfrontatezza improvvisa e gentile, che non ho più nessunissima intenzione di trattenere, sempre pronta e disponibile e di cui mi servo, di volta in volta, in maniera sapientemente calcolata, per provocare i gusti di quella PIETRA d’uomo che mi ritrovo e di cui ho scelto di occuparmi, così silente e gentile, fascio di nervi da aggirare oppure vittima di stress cronico, da analizzare e studiare con amore, ridente ed appagante, così piacente, seppur torrione inespugnabile o sorprendente di innata ironia, come è sua natura e come io sempre lo vorrei.
Insomma, è quella mia follia benedetta, che mi fa osare di offrire allo sguardo privato, il mio presentabilissimo personale nature, fisico femminile adulto e arrotondato, ben misurato e delineato nei suoi punti forti, abbigliato ed obbligato in uno stretto e corto davantino da cuoca, di stoffa leggera, dalla fantasia provenzale a piccoli quadri, quasi un grembiulino da asilo infantile, indossato degnamente, seppur fuori misura minima, da quel tocco di “gallina” quale io sono; mentre mi adopero stando di fronte ai fornelli, a preparare una pietanza di quelle che, per dirla secondo l’Artusi, vogliono vedere in faccia il cuoco: sul davanti, mi rende giustizia un appena-appena di stoffa rifinita e legata sui fianchi, abbellita di piccola passamaneria dal motivo ondulato, ritmico e regolare, come i miei ondeggianti movimenti con il mestolo e, sul lato B, un bel niente, oltre il fiocco annodato in vita, più voluminoso quasi dello stesso grembiulino… guardami tu, che quasi provi vergogna per me, coraggio, approfitta… Persino lo stesso aroma del cibo in cottura, salendo su dalla pentola che ribolle sul fuoco, si effonde per la stanza e da lì, per tutta la casa, fino a raggiungere anche l’androne dell’intero condominio e, quasi fosse un cartone animato, ondeggiandogli sotto il naso, evoca il suono di un flauto dalla melodia orientaleggiante e, danzandogli davanti come un’ectoplasmatica ed ipnotica odalisca, lo rapisce e trascina fino a me.
Ed è sempre quella follia benedetta e burlesca, che spinge dentro di me, a mettere in moto la mia fantasia, giocosamente al tuo servizio, uomo tutto serio e tutto ragionevole, quando, nel dirigerti verso la porta della camera, devi girare tutt’intorno al letto, “obbligato ” a guardare me, che, per il gusto di sfidare il tuo imbarazzo, avendo già superato il mio, mi ergo lì sopra inginocchiata, vestita solo della mia pelle rosa, e della seta irregimentata di una delle tue cravatte.

“Rallegrati, frate corpo, e perdonami, che d’ora innanzi eccomi pronto a soddisfare volentieri i tuoi desideri, pronto a venirti in aiuto nelle necessità!”

[Fra Tommaso da Celano, “Vita di San Francesco di Assisi“]donnina con gli otto