Archivi del mese: dicembre 2015

Così appare

“Eppure era contenta di unirsi a quel vanesio di avventuriero dagli abiti scoloriti. Cose di tutti i giorni pensava, in un sesso che la filosofia gli aveva insegnato a considerare come la parte più pazza di un mondo di pazzi.”

[Rafael Sabatini, “Scaramouche“]

E’ con sempre crescente forza, che avvertiamo un enorme bisogno di certezze, di sicurezza.
Viviamo un periodo storico balordo, in fondo come tanti altri ce ne sono stati, periodo di precarietà interiore, di vuoti, pericolosi vuoti, evo dall’asse mediano fluttuante, per l’assoluta assenza di punti fermi a cui ancorarsi, ago di bussola impazzito, in territori senza poli, entro i quali si impongono scelte faticose e troppo grandi, superiori alla stessa natura umana. Le stesse scelte, che un tempo ci venivano consegnate indiscutibilmente già operate e così quindi risolte, sollevandoci dai dubbi giganteschi che oggi queste ci comportano. Dubbi nuovi, che ci sovrastano e spaventano, con tutto il loro peso e la loro complessità ed al cui impegno risolutivo non siamo preparati, non avendone ancora acquisito un sufficiente retaggio.

Mi domando se valga oggi la pena di capire, cosa in maniera specifica caratterizzi e qualifichi una donna, in senso esteriore, per quella che è; e soprattutto se abbia un senso dare un peso ed una evidenza certa a questa distinzione; o se invece io non stia mettendo l’accento su di una questione superata, sorpassata, per via di un raggiunto traguardo, un qualche traguardo…
Le pubbliche vie e gli ambienti cittadini, di svago e di lavoro, sono sempre più pieni di presenze femminili conciate in modo da non suscitare nessun colpo d’occhio; vestite in modo che non esito a definire incolore, inodore, insapore, pur nelle loro tonalità e sfumature, per lo più di colore scuro, facili da portare e da “mantenere”. La stessa tonalità nera, tanto usata ed abusata ovunque e comunque, non dice più nulla di sé, non rappresenta più quel dato colore, ben determinato e determinante l’uso e la foggia dell’abito, come invece ancora accade per l’abbigliamento maschile, diligente e dignitoso. Vestire da donna con “cose nere” sembra un vestire di un “non colore”, quasi per una “non vita”.
E cosa dire poi, nelle scelte di abbigliamento di tante donne, delle ormai sempre più rare fantasie stampate e della loro progressiva scomparsa dai guardaroba muliebri? Ridicolizzata ogni decorazione o accenno di frivolezza, quasi fossero bandiere di generica inferiorità, i rari motivi stampati sono retrocessi al più allo stadio di righe o quadri, poche geometrie… e neppure queste, lontanamente avvicinabili allo stile vero e proprio delle righe di gusto esclusivamente femminile, rappresentate fra le prime stampe su stoffa, passo avanti nella storia dell’abbigliamento e della moda, da quelli che erano i canoni precedenti.
Fiori, decori, colori… decenni, secoli di conquiste e di progressi, sono gli stessi che ora moltissime donne rifiutano, evitando di scegliere di indossarli. La nuova norma di moda e di stile sembrerebbe l’occultamento della femminilità più autentica, in favore di una donnaggine autosufficiente e della indefinitezza, per la stessa negazione della propria peculiarità. Una negligenza ed una vaghezza esistenziale, che fungono da comodo paravento, per mettersi al riparo dalla propria natura. Ma poi perché?
Tutte le scelte concorrono a completare questo quadro, il cattivo gusto ha preso piede e potere e si è fatto regola, su vari fronti; le evidenze parlano più delle parole: dal taglio dei capelli, spesso anonimo, facile, alle acconciature finali, non impegnative, al make up, pietoso e penalizzante (peggio che farne a meno), per non dire di quanto certe montature di occhiali, presunte di moda, abbruttiscano visi e sguardi, che andrebbero invece esaltati e valorizzati e, quale passo appesantito produca l’indossare come calzature, cosiddette di tendenza, un paio di vere gondole; tutto l’abbigliamento è caratterizzato in generale dall’EVITARE e non dal CONCEDERE.
Con una tale partenza non è pensabile che si ottenga un buon effetto, ci si può solo illudere; illusioni e delusioni, nella implicita pretesa di piacere, per gradevole aspetto… con ai piedi gli scarponi.

“Esistono, sì, anche delle fanciulle colte, ma sono pochissime. L’altro gruppo, assai numeroso, è quello delle ignoranti, che vogliono passare per istruite.”

[Ovidio, “L’arte di amaredonnina con cerchi“]

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Tornare

“… la peggior cosa del mondo, e la maggiore infelicità dell’uomo si è trovarsi privo del bello e del vero, trattare, convivere con ciò che non è né bello né vero. Tale si è la sorte di chi vive nelle città grandi, dove tutto è falso e questo falso non è bello anzi è bruttissimo.”

[G. Leopardi, “Zibaldone“]

Un’altra volta ancora, torno sull’analisi spiccia e sulla sommaria comparazione di testi di canzoni della musica leggera italiana, recenti e non (vedi anche Lampi nel buio ed Essere e non essere). In questo caso, come pure era stato in parte per Essere e non essere, uno dei possibili soggetti, fra i molteplici che compaiono nei due testi qui esaminati, è fuor di dubbio la città o, meglio ancora, la città grande, metropolitana e movimentata, la città piena di vita e di opportunità, ma anche la città ladra di identità; le due facce cioè, delle realtà urbane maggiori, in ogni paese ed anche in ogni epoca.
I testi in questione hanno i seguenti titoli: I) Il ragazzo della via Gluck, e II) Adesso tu.

Il ragazzo della via Gluck
di Celentano, Beretta, Del Prete

Là dove c’era l’erba ora c’è una città.
Questa è la storia di uno di noi,
anche lui nato per caso in via Gluck
in una casa fuori città…
Gente tranquilla che lavorava!
Là dove c’era l’erba… ora c’è
una città e quella casa in mezzo al verde ormai
dove sarà!
Questo ragazzo della via Gluck si divertiva a giocare con me, ma un giorno disse: “Vado in città!”.
E lo diceva mentre piangeva,
io gli domando: “Amico, non sei contento!
Vai finalmente a stare in città!”.
Là troverai le cose che non hai
avuto qui!
Potrai lavarti in casa senza andare
giù nel cortile!
“Mio caro amico – disse – qui sono nato e in questa strada ora lascio il mio cuore!
Ma coma fai a non capire…
E’ una fortuna per voi che restate
a piedi nudi a giocare nei prati
mentre là in centro respiro il cemento!”.
Ma verrà un giorno che ritornerò
ancora qui…
e sentirò l’amico treno che
fischia così: “wa wa”.
Passano gli anni… ma otto son lunghi,
però quel ragazzo ne ha fatta di strada,
ma non si scorda la sua prima casa,
ora coi soldi, lui può comperarla…
Torna e non trova gli amici che aveva,
solo case su case… catrame e cemento!
Là dove c’era l’erba… ora c’è
una città
e quella casa in mezzo
al verde ormai
dove sarà!
Adesso tu
di Ramazzotti, Cassano, Cogliati

Nato ai bordi di periferia
Dove i tram non vanno avanti più
Dove l’aria è popolare
E’ più facile sognare
Che guardare in faccia la realtà…

Quanta gente giovane va via a cercare più di quel che ha
Forse perché i pugni presi
A nessuno li ha mai resi
E dentro fanno male ancor di più

Ed ho imparato che nella vita
Nessuno mai ci dà di più
Ma quanto fiato quanta salita
Andare avanti senza voltasi mai…

E ci sei adesso tu
A dare un senso ai giorni miei
Va tutto bene dal momento che ci sei
Adesso tu
Ma non dimentico
Tutti gli amici miei
Che sono ancora là…

E ci si trova sempre più soli
A questa età non sai… non sai
Ma quante corse ma quanti voli
Andare avanti senza arrivare mai…

E ci sei adesso tu
Al centro dei pensieri miei
La parte interna dei respiri tu sarai
La volontà che non si limita
Tu che per me sei già
Una rivincita…

Adesso sai chi è
Quell’uomo che c’è in me…

Nato ai bordi di periferia
Dove non ci torno quasi più
Resta il vento che ho lasciato
Come un treno già passato
Oggi che mi sei accanto
Oggi che ci sei soltanto
Oggi che ci sei…
Adesso tu.

In entrambe le canzoni, il tema di cui trattano i rispettivi autori, è quello del riscatto personale, dalla condizione di marginalità. Tema questo, legato a doppio filo ad un soggetto che compare nei testi e cioè, alla metropoli cittadina e, trattando di individui che sono o si sentono esclusi dalle opportunità della vita, legato anche alla periferia della città, al suo degrado ed alle sue carenze, che sono tanto più evidenti e sentite, quanto più si specchiano nella centralità della città intorno alla quale gravitano, senza possibilità di poterne far parte veramente.

Nel primo dei testi presentati, “Il ragazzo della via Gluck”, l’attenzione è subito catturata (peraltro come pure nel successivo secondo testo) fin dai primi versi, dall’orizzonte geografico della storia di seguito narrata, egregiamente tratteggiato attraverso due sostantivi emblematici e dall’accezione rispettivamente positiva per l’uno negativa per l’altro: l’erba e la città. Essi vi sono contrapposti, in quanto entrambi occupano uno prima uno poi, lo stesso luogo ovvero, la città prende in posto dell’erba.
Il resto del testo ha il sapore di un racconto di stampo letterario classico, poetico ed alquanto profetico, una narrazione dall’intonazione favolistica tipica delle esemplificazioni che, mentre dispiegano gli eventi come per un quadro teatrale (o se si vuole, cinematografico), istruiscono lo spettatore sulle conseguenze di certe scelte umane, reali e non di fantasia. Insomma, direi quasi un neorealismo musicale. Questa è una canzone che può definirsi storica per diversi aspetti, mentre è contemporaneamente anche una canzone senza tempo.
La frase di apertura, risuona lungo tutto lo svolgersi del testo, in tono accorato, nelle parole e nella melodia. Ricorrono figure idilliache ed idealizzate, come la “casa fuori città” o la “casa in mezzo al verde” e figure decisamente concettuali, che generano sentimenti di nostalgia e rimpianto: il “cortile”, i “piedi nudi”, il “giocare nei prati” e la “strada” correlata al “cuore” del personaggio di cui si narra la storia; personaggio che gli autori, descrivono come “uno di noi”, uno qualsiasi cioè, quasi a voler coinvolgere ogni uditore-spettatore, nei suoi affetti, nella sua realtà, nel desiderio di quella tranquillità di gente che lavorava per poco e nella voglia di tornare da se stessi, che pure alberga in tutti noi. Questo coinvolgimento attivo, nei confronti di chi ascolta, è sottolineato e, fin dalle iniziali strofe, oltre che dalla definizione che si dà del ragazzo della periferia e cioè, che egli è “uno di noi”, anche dalla subitanea comparsa della casualità e quindi del destino, a monte di tutta la storia, nella vita del ragazzo fin dal suo inizio (e nella nostra): “nato per caso”.
La chiusura del testo, in forma di interrogativo, altro non è se non una forma di ricerca interiore, peraltro sempre attuale, fin dai tempi dei tempi.

Nel secondo dei testi, va notato a partire dal titolo, che principale protagonista, vero artefice di quell’affrancamento da una condizione di vita difficile qui cantata, è una precisa figura umana: la persona amata; non casualmente apostrofata come “una rivincita”. La quale rivincita, è in effetti, per chiunque e verso qualsiasi stato, l’essere amati. Questa presenza, sentita e reale, seppure aleggiante e fantomatica (manca del tutto un nome o altri riferimenti personali, descrizioni, caratteristiche…), rappresenta il tutto, capace da sola di tutto, per il solo fatto di esserci. La sua centralità è pregnante, conferisce forza di volontà, di andare avanti, di proseguire nonostante il resto; come una vela, la quale da sola garantisce la navigazione, anche in acque insidiose.
Qui la città grande è accennata attraverso la descrizione della sua periferia e della vita grama che vi si conduce, cioè è scontata, l’esistenza della metropoli, come pure la sua lontananza, fisica ed ideale, oramai superata e vinta dal cantautore: la periferia del passato non è più che vento, e qualsiasi altra realtà presente ha un senso nuovo, anche solo grazie alla nuova interiorità che genera la vicinanza dell’amore.

“Tutte a un modo queste mamme; […] – basta che abbiano un figliuolo, non sono contente fino a tanto che non lo vedono appollaiato in qualche Ufficio o Azienda dello Stato. Non ti dirò che la strada degl’impieghi non possa condurre un galantuomo a guadagnarsi onestamente un pezzo di pane. Ma non credere amico mio, che questa strada sia seminata di rose e di viole a ciocche! Il giorno che sarai impiegato, comincerai subito dal perdere i due più grandi beni della vita, cioè la indipendenza e la libertà, e tutti i giorni avrai un orario fisso, come i treni delle strade ferrate.”

[Carlo Collodi, “Giannettino“]donnina con fiori