Tornare

“… la peggior cosa del mondo, e la maggiore infelicità dell’uomo si è trovarsi privo del bello e del vero, trattare, convivere con ciò che non è né bello né vero. Tale si è la sorte di chi vive nelle città grandi, dove tutto è falso e questo falso non è bello anzi è bruttissimo.”

[G. Leopardi, “Zibaldone“]

Un’altra volta ancora, torno sull’analisi spiccia e sulla sommaria comparazione di testi di canzoni della musica leggera italiana, recenti e non (vedi anche Lampi nel buio ed Essere e non essere). In questo caso, come pure era stato in parte per Essere e non essere, uno dei possibili soggetti, fra i molteplici che compaiono nei due testi qui esaminati, è fuor di dubbio la città o, meglio ancora, la città grande, metropolitana e movimentata, la città piena di vita e di opportunità, ma anche la città ladra di identità; le due facce cioè, delle realtà urbane maggiori, in ogni paese ed anche in ogni epoca.
I testi in questione hanno i seguenti titoli: I) Il ragazzo della via Gluck, e II) Adesso tu.

Il ragazzo della via Gluck
di Celentano, Beretta, Del Prete

Là dove c’era l’erba ora c’è una città.
Questa è la storia di uno di noi,
anche lui nato per caso in via Gluck
in una casa fuori città…
Gente tranquilla che lavorava!
Là dove c’era l’erba… ora c’è
una città e quella casa in mezzo al verde ormai
dove sarà!
Questo ragazzo della via Gluck si divertiva a giocare con me, ma un giorno disse: “Vado in città!”.
E lo diceva mentre piangeva,
io gli domando: “Amico, non sei contento!
Vai finalmente a stare in città!”.
Là troverai le cose che non hai
avuto qui!
Potrai lavarti in casa senza andare
giù nel cortile!
“Mio caro amico – disse – qui sono nato e in questa strada ora lascio il mio cuore!
Ma coma fai a non capire…
E’ una fortuna per voi che restate
a piedi nudi a giocare nei prati
mentre là in centro respiro il cemento!”.
Ma verrà un giorno che ritornerò
ancora qui…
e sentirò l’amico treno che
fischia così: “wa wa”.
Passano gli anni… ma otto son lunghi,
però quel ragazzo ne ha fatta di strada,
ma non si scorda la sua prima casa,
ora coi soldi, lui può comperarla…
Torna e non trova gli amici che aveva,
solo case su case… catrame e cemento!
Là dove c’era l’erba… ora c’è
una città
e quella casa in mezzo
al verde ormai
dove sarà!
Adesso tu
di Ramazzotti, Cassano, Cogliati

Nato ai bordi di periferia
Dove i tram non vanno avanti più
Dove l’aria è popolare
E’ più facile sognare
Che guardare in faccia la realtà…

Quanta gente giovane va via a cercare più di quel che ha
Forse perché i pugni presi
A nessuno li ha mai resi
E dentro fanno male ancor di più

Ed ho imparato che nella vita
Nessuno mai ci dà di più
Ma quanto fiato quanta salita
Andare avanti senza voltasi mai…

E ci sei adesso tu
A dare un senso ai giorni miei
Va tutto bene dal momento che ci sei
Adesso tu
Ma non dimentico
Tutti gli amici miei
Che sono ancora là…

E ci si trova sempre più soli
A questa età non sai… non sai
Ma quante corse ma quanti voli
Andare avanti senza arrivare mai…

E ci sei adesso tu
Al centro dei pensieri miei
La parte interna dei respiri tu sarai
La volontà che non si limita
Tu che per me sei già
Una rivincita…

Adesso sai chi è
Quell’uomo che c’è in me…

Nato ai bordi di periferia
Dove non ci torno quasi più
Resta il vento che ho lasciato
Come un treno già passato
Oggi che mi sei accanto
Oggi che ci sei soltanto
Oggi che ci sei…
Adesso tu.

In entrambe le canzoni, il tema di cui trattano i rispettivi autori, è quello del riscatto personale, dalla condizione di marginalità. Tema questo, legato a doppio filo ad un soggetto che compare nei testi e cioè, alla metropoli cittadina e, trattando di individui che sono o si sentono esclusi dalle opportunità della vita, legato anche alla periferia della città, al suo degrado ed alle sue carenze, che sono tanto più evidenti e sentite, quanto più si specchiano nella centralità della città intorno alla quale gravitano, senza possibilità di poterne far parte veramente.

Nel primo dei testi presentati, “Il ragazzo della via Gluck”, l’attenzione è subito catturata (peraltro come pure nel successivo secondo testo) fin dai primi versi, dall’orizzonte geografico della storia di seguito narrata, egregiamente tratteggiato attraverso due sostantivi emblematici e dall’accezione rispettivamente positiva per l’uno negativa per l’altro: l’erba e la città. Essi vi sono contrapposti, in quanto entrambi occupano uno prima uno poi, lo stesso luogo ovvero, la città prende in posto dell’erba.
Il resto del testo ha il sapore di un racconto di stampo letterario classico, poetico ed alquanto profetico, una narrazione dall’intonazione favolistica tipica delle esemplificazioni che, mentre dispiegano gli eventi come per un quadro teatrale (o se si vuole, cinematografico), istruiscono lo spettatore sulle conseguenze di certe scelte umane, reali e non di fantasia. Insomma, direi quasi un neorealismo musicale. Questa è una canzone che può definirsi storica per diversi aspetti, mentre è contemporaneamente anche una canzone senza tempo.
La frase di apertura, risuona lungo tutto lo svolgersi del testo, in tono accorato, nelle parole e nella melodia. Ricorrono figure idilliache ed idealizzate, come la “casa fuori città” o la “casa in mezzo al verde” e figure decisamente concettuali, che generano sentimenti di nostalgia e rimpianto: il “cortile”, i “piedi nudi”, il “giocare nei prati” e la “strada” correlata al “cuore” del personaggio di cui si narra la storia; personaggio che gli autori, descrivono come “uno di noi”, uno qualsiasi cioè, quasi a voler coinvolgere ogni uditore-spettatore, nei suoi affetti, nella sua realtà, nel desiderio di quella tranquillità di gente che lavorava per poco e nella voglia di tornare da se stessi, che pure alberga in tutti noi. Questo coinvolgimento attivo, nei confronti di chi ascolta, è sottolineato e, fin dalle iniziali strofe, oltre che dalla definizione che si dà del ragazzo della periferia e cioè, che egli è “uno di noi”, anche dalla subitanea comparsa della casualità e quindi del destino, a monte di tutta la storia, nella vita del ragazzo fin dal suo inizio (e nella nostra): “nato per caso”.
La chiusura del testo, in forma di interrogativo, altro non è se non una forma di ricerca interiore, peraltro sempre attuale, fin dai tempi dei tempi.

Nel secondo dei testi, va notato a partire dal titolo, che principale protagonista, vero artefice di quell’affrancamento da una condizione di vita difficile qui cantata, è una precisa figura umana: la persona amata; non casualmente apostrofata come “una rivincita”. La quale rivincita, è in effetti, per chiunque e verso qualsiasi stato, l’essere amati. Questa presenza, sentita e reale, seppure aleggiante e fantomatica (manca del tutto un nome o altri riferimenti personali, descrizioni, caratteristiche…), rappresenta il tutto, capace da sola di tutto, per il solo fatto di esserci. La sua centralità è pregnante, conferisce forza di volontà, di andare avanti, di proseguire nonostante il resto; come una vela, la quale da sola garantisce la navigazione, anche in acque insidiose.
Qui la città grande è accennata attraverso la descrizione della sua periferia e della vita grama che vi si conduce, cioè è scontata, l’esistenza della metropoli, come pure la sua lontananza, fisica ed ideale, oramai superata e vinta dal cantautore: la periferia del passato non è più che vento, e qualsiasi altra realtà presente ha un senso nuovo, anche solo grazie alla nuova interiorità che genera la vicinanza dell’amore.

“Tutte a un modo queste mamme; […] – basta che abbiano un figliuolo, non sono contente fino a tanto che non lo vedono appollaiato in qualche Ufficio o Azienda dello Stato. Non ti dirò che la strada degl’impieghi non possa condurre un galantuomo a guadagnarsi onestamente un pezzo di pane. Ma non credere amico mio, che questa strada sia seminata di rose e di viole a ciocche! Il giorno che sarai impiegato, comincerai subito dal perdere i due più grandi beni della vita, cioè la indipendenza e la libertà, e tutti i giorni avrai un orario fisso, come i treni delle strade ferrate.”

[Carlo Collodi, “Giannettino“]donnina con fiori

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(morte di Cleopatra) "...insomma, sembrava che il corpo non stesse molto meglio dell'anima. Tuttavia il fascino e la bellezza audace, per cui andava famosa, non erano spenti del tutto." [Plutarco, "Vita di Antonio"] Vedi tutti gli articoli di fede63

3 responses to “Tornare

  • mfantuz

    Tornare in campagna, io che sono nato in una periferia circondato di vigne e campi, è il desiderio della mia vita, anche se non so se riuscirò a realizzarlo. Vivo in una piccola città, ma intorno a me solo case, mi sono creato un piccolo giardino, vi passo molto tempo ma ancora di più esco dalla città appena posso, a ritrovare l’acqua e gli alberi della mia infanzia e giovinezza, gli orti della nonna, le corse a perdifiato nei campi…

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