Archivi del mese: febbraio 2016

Mamma

“La nostra casa era una spelonca: per ogni stanza cercavo la mamma, e la mamma non c’era più”

[Luigi Settembrini, “Le ricordanze della mia vita“]

Le poesie belle e famose, sono tali, non solo perché attraverso di esse i loro autori hanno saputo rendere universalmente il proprio sentire, ma anche perché, negli stessi versi, pure così tanto intimi e personali, si riscopre anche il lettore, qualsiasi lettore: essi esprimono i sentimenti del cuore di tutti, a volte persino, sembrano scritti proprio su misura per ognuno di noi, come avviene per altre opere d’arte…

“Non sempre il tempo
la beltà cancella,
ne’ la sfioran
le lacrime e gli affanni:
mia madre ha sessant’anni,
e più la guardo
e più mi sembra bella.

Non ha un gesto, un sorriso,
uno sguardo,
un atto,
che non mi tocchi dolcemente il
core.
Ah, se fossi pittore!
Farei tutta la vita il suo ritratto.”

Questi versi di Edmondo De Amicis, ho riportati sul ricordino funebre della mia mamma. Mi erano piaciuti già da tempo prima, prima ancora della sua dipartita. E quando mi è mancata, non ho trovato niente di maggiormente adeguato alla situazione, ed al mio dolore.
La costruzione della poesia non soffoca la spontaneità e, la spontaneità non ne offende la metrica, insomma, sembra svolazzarle attorno, con naturalezza, ondeggiando e molleggiando come una farfalla.
Strofe di versi non uguali per numero di sillabe, ma dal suono correttamente intonato, per chi le legge od anche solo per chi ascolta, questo piccolo valzer. Si avverte un tocco dolce e carezzevole, soave, come il tema trattato, una armonia scandita, di sillabe e parole gentili (sostantivi, verbi, avverbi, aggettivi…), quasi sul ritmo di un carillon, dal risultato tanto perfetto, perché sincero.

L’ammirazione per le poesie belle, e per la declamazione di versi, e l’interpretazione in genere di brani letterari, letti e recitati ad alta voce, è un patrimonio che ho ricevuto in regalo dalla mia cara maestra elementare: una persona di genio oltre che brava nella sua professione, dal carattere particolare, nobile e di spirito profondissimo, la quale oltretutto, mi ha voluto davvero molto bene, come a tutti i suoi amati alunni.
Da che l’ho conosciuta e, per tutta la durata della sua vita, ho mantenuto in me la certezza della sua speciale amicizia e, da quando non è più, ne conservo con profondo affetto il ricordo unico, che cerco a mio modo di onorare.
Voglio perciò riportare fedelmente qui di seguito, le parole che ella, eccellente prosatrice, aveva scritte, dedicandole a se stessa, sul viale del tramonto e che, per suo desiderio (così ho saputo), sono state poi stampate sul suo luttino, affinché potessero accompagnarla verso quella rinascita in Cristo, di cui ella, da fervente credente qual’era, sono certa, non ha mai dubitato.

“Maria, la tua ricerca è finita.
La resurrezione nella quale hai sperato tutta la vita, ora sai che è certa; quelli che hai amato e che la morte ti ha tolto, ma dei quali hai coltivato il ricordo con devozione e costanza per riempire il vuoto ed il silenzio che la loro dipartita aveva creato intorno a te, ora possono accoglierti festanti.
Finisce così la tua ricerca affannosa della perfezione con l’inevitabile scontento di non saperla raggiungere.
Dimenticato quel poco di buono che durante la tua vita devi pure aver compiuto, sei stata tormentata dal rimorso cocente per le parole d’affetto non dette, per le buone azioni mancate o carenti di comprensione, proprio per quella umana fragilità che non sei riuscita mai a perdonarti.
Con il tuo carico di amore e di dolore sosti ora davanti alla casa del Padre, dove, dopo la tua purificazione, potrai entrare per contemplare il Suo volto e naufragare nella Sua infinita misericordia.
Così avrai anche tu il tuo Sabato, quello di cui parla S.Agostino nell’ultima pagina delle sue Confessioni: il Sabato della pace, del riposo senza fine.

Maria

Sento molta nostalgia della mia infanzia e di un’epoca ormai morta, come morti sono i suoi protagonisti principali. Per la scuola di vita che ho avuto, mi ritengo una privilegiata. Non invidio ne’ gli insegnanti, ne’ gli scolari dei nostri giorni. Provo semmai tanta compassione.

“Insegnava con modi ed aria militare, e ci faceva tutti attenti, e noi gli volevamo gran bene, e si studiava con ardore grande. Egli sapeva il gran segreto dell’insegnamento: fare innamorare i giovani.”

[Luigi Settembrini, “Le ricordanze della mia vita“]piante


L’Italia chiamò

Le pagine che qui di seguito ho postato, fanno parte di una mia passata pubblicazione cartacea, che è stata stampata in pochissime copie dalla sezione regionale dell’A.N.M.I.G. (Associazione Nazionale fra Mutilati ed Invalidi di Guerra), associazione di cui faccio parte e per la quale ho voluto scriverle. Le ho consegnate nel 2008.fatina

Per visualizzare il file cliccare sul seguente link:

L’Italia chiamò


Senza età

“… a voi spiego il mio affanno
e de la pena mia
narro, e ‘n parte piangendo, acerba istoria…”

[T. Tasso]

Sono di nuovo a proporre una comparazione di testi lirici (vedi “Tornare”, “Essere e non essere” e “Lampi nel buio” in “F.C. confidenziale”).
Questa però, non è la dualità solita, fra testi di canzoni della musica leggera italiana, che a volte ho voluto brevemente e sommariamente esaminare, a modo mio, scegliendo due esempi da descrivere in abbinamento. E’ invece una cosa, che tempo fa mi ha colpito i sensi e di cui, mi sono riproposta di parlare e scrivere, come al solito, cercando di fare del mio meglio.
Quando l’ho letta attentamente, la poesia di Francesco Petrarca che qui segue, ho avvertito un lampo, di ispirazione ed insieme di simpatia e, l’animo mi si è illuminato, nel ritrovare la stessa sensazione di sofferenza interiore, penosa eppur gentile, fortemente maschile, disperata e forte, che in me aveva evocato già, la superba canzone di musica cubana dal titolo “Desdichado”.
Tanto era stato lo stupore ammirato del momento, che subito avevo buttato giù alcune righe di commenti, i quali non mi era riuscito di trattenere in cuor mio e che, citati fra due parentesi, abbino rispettivamente ai due testi:

La vita fugge, et non s’arresta una hora,
et la morte vien dietro a gran giornate,
et le cose presenti et le passate
mi danno guerra, et le future anchora;

e ‘l rimembrare et l’aspettar m’accora,
or quinci or quindi, sì che ‘n veritate,
se non ch’io ò di me stesso pietate,
i’ sarei già di questi pensier’ fora.

Tornami avanti, s’alcun dolce mai
ebbe ‘l cor tristo; et poi da l’altra parte
veggio al mio navigar turbati i venti;

veggio fortuna in porto, et stanco omai
il mio nocchier, et rotte àrbore et sarte,
e i lumi bei, che mirar soglio, spenti.

[Francesco Petrarca, RVF, 272]

(qualsiasi specie di “traduzione” non serve, non sarebbe bella e neanche facile. Farebbe diventare una poesia che smuove le viscere, una specie di pagina di diario, ad uso di una indagine delle forze dell’ordine…)

Una delle grandi novità, che esprime la poetica di Petrarca, è il passaggio dalla dimensione sociale alla dimensione interiore, della poesia, anche d’amore. L’interiorità e la soggettività sostituiscono la consueta vita di relazione, spesso rappresentata nella poesia occidentale del suo tempo. Soggetto e punto centrale della rappresentazione, non è più la donna del caso, ma bensì, l’animo tormentato del poeta, la sua sofferenza, la sua passione, la sua richiesta di venirne liberato, quasi una preghiera disperata. Il poeta qui non ha cantato la “signora del suo cuore”; il vero soggetto dell’opera è il suo cuore stesso, torturato dall’amore, senza barlume di soluzione.

DESDICHADO
(Bolero – San) (Benny Morè)

Soy un bardo que el destino
lo maltrata duramente
què triste es vivir asì
en un constante sufrir

Es mi vida un crucigrama
no sé como resolverlo
por eso voy a la barra
y allì me pongo a cantar
y a beber para olvidar
las penas que se interponen
duramente en mi camino

Yo soy fatal en el amor
mi situacion me causa horror
perdì la fé, no sé què hacer
Dios mio, ten compasion
Dios mio, ten compasion
Dios mio, perdoname

Qué buenas son
Qué buenas son
Qué buenas son
Cuando quieren

Dios mio ten compasion
Dios mio perdoname

Para una mujer bonita
Yo tengo un amor sincero
qué buenas son
qué buenas son
por eso es
que yo las quiero

Dios mio ten compasion
Dios mio perdoname

Adoracion, mi cielo
pero mira como yo te quiero
Dios mio ten compasion
Dios mio perdoname.

[Compay Segundo: Armonica voz segunda, Benito Suarez :Guitarra, Salvador Repilado: Contrabajo, Felix Valoy: Voz solista, Adel Rodriguez: Bongo, Hugo Garzon: Maraca]

(Questa canzone, di cui conosco la musica languida ed il tema stesso e le parole con le quali è stato espresso, mi riportano allo stato d’animo provato dal “personaggio Petrarca” del “Canzoniere“, della 272, ai suoi sentimenti lì espressi. Così mi sembra.)

Se ci si pone in atteggiamento attento, con l’orecchio “interno” disponibile all’ascolto che va oltre la musica, pure stupenda, di questa canzone, se cioè, ci si lascia andare, all’ascolto del suono della sofferenza, espressa dal cantante ed accompagnata dal pianto di una melodia musicale viva e penetrante, come viva e penetrante è la corporeità di un uomo innamorato, se si arriva a ciò, allora, non c’è altro da dire su questo testo, se non che esso deposita in noi una scia di profonda umanità, in cui è facile ritrovare altri ritmi, di altri tempi ed in altri luoghi, lontani eppure vicinissimi, perché essi sono senza età.

Vale la pena di citare qui anche il commento che fa parte dell’edizione dalla quale ho attinto per il testo stesso oltre che per ascoltarne l’interpretazione musicale:

Comentario

A Valoy, por su peculiar y sonero timbre de voz se le ha comparado en ocasiones con Benny Morè. Con todo el respeto que nos merece la figura de “El Barbaro”, la interpretacion que Valoy hace de su “Desdichado” (tambien conocido como “El Bardo”) da la razon a los que asì piensan.

Este tema, muy poco conocido hoy, lo grabò Benny en la decada de los 50 para RCA Victor con la orquesta de Mariano Merceron, una de las mas celebres Big Bands de aquel momento, posteriormente Benny formaria su legendaria Banda Gigante, con la que llegò al cenit como interprete, compositor y arreglista. Con “Desdichado”, Compay Segundo quiere rendir homenaje a su amigo Benny Morè.
!Va por usted Maestro!

[Compay Segundo, Lo mejor de la vida, A Warner Music Group Company, 1998]pantaloni