Senza età

“… a voi spiego il mio affanno
e de la pena mia
narro, e ‘n parte piangendo, acerba istoria…”

[T. Tasso]

Sono di nuovo a proporre una comparazione di testi lirici (vedi “Tornare”, “Essere e non essere” e “Lampi nel buio” in “F.C. confidenziale”).
Questa però, non è la dualità solita, fra testi di canzoni della musica leggera italiana, che a volte ho voluto brevemente e sommariamente esaminare, a modo mio, scegliendo due esempi da descrivere in abbinamento. E’ invece una cosa, che tempo fa mi ha colpito i sensi e di cui, mi sono riproposta di parlare e scrivere, come al solito, cercando di fare del mio meglio.
Quando l’ho letta attentamente, la poesia di Francesco Petrarca che qui segue, ho avvertito un lampo, di ispirazione ed insieme di simpatia e, l’animo mi si è illuminato, nel ritrovare la stessa sensazione di sofferenza interiore, penosa eppur gentile, fortemente maschile, disperata e forte, che in me aveva evocato già, la superba canzone di musica cubana dal titolo “Desdichado”.
Tanto era stato lo stupore ammirato del momento, che subito avevo buttato giù alcune righe di commenti, i quali non mi era riuscito di trattenere in cuor mio e che, citati fra due parentesi, abbino rispettivamente ai due testi:

La vita fugge, et non s’arresta una hora,
et la morte vien dietro a gran giornate,
et le cose presenti et le passate
mi danno guerra, et le future anchora;

e ‘l rimembrare et l’aspettar m’accora,
or quinci or quindi, sì che ‘n veritate,
se non ch’io ò di me stesso pietate,
i’ sarei già di questi pensier’ fora.

Tornami avanti, s’alcun dolce mai
ebbe ‘l cor tristo; et poi da l’altra parte
veggio al mio navigar turbati i venti;

veggio fortuna in porto, et stanco omai
il mio nocchier, et rotte àrbore et sarte,
e i lumi bei, che mirar soglio, spenti.

[Francesco Petrarca, RVF, 272]

(qualsiasi specie di “traduzione” non serve, non sarebbe bella e neanche facile. Farebbe diventare una poesia che smuove le viscere, una specie di pagina di diario, ad uso di una indagine delle forze dell’ordine…)

Una delle grandi novità, che esprime la poetica di Petrarca, è il passaggio dalla dimensione sociale alla dimensione interiore, della poesia, anche d’amore. L’interiorità e la soggettività sostituiscono la consueta vita di relazione, spesso rappresentata nella poesia occidentale del suo tempo. Soggetto e punto centrale della rappresentazione, non è più la donna del caso, ma bensì, l’animo tormentato del poeta, la sua sofferenza, la sua passione, la sua richiesta di venirne liberato, quasi una preghiera disperata. Il poeta qui non ha cantato la “signora del suo cuore”; il vero soggetto dell’opera è il suo cuore stesso, torturato dall’amore, senza barlume di soluzione.

DESDICHADO
(Bolero – San) (Benny Morè)

Soy un bardo que el destino
lo maltrata duramente
què triste es vivir asì
en un constante sufrir

Es mi vida un crucigrama
no sé como resolverlo
por eso voy a la barra
y allì me pongo a cantar
y a beber para olvidar
las penas que se interponen
duramente en mi camino

Yo soy fatal en el amor
mi situacion me causa horror
perdì la fé, no sé què hacer
Dios mio, ten compasion
Dios mio, ten compasion
Dios mio, perdoname

Qué buenas son
Qué buenas son
Qué buenas son
Cuando quieren

Dios mio ten compasion
Dios mio perdoname

Para una mujer bonita
Yo tengo un amor sincero
qué buenas son
qué buenas son
por eso es
que yo las quiero

Dios mio ten compasion
Dios mio perdoname

Adoracion, mi cielo
pero mira como yo te quiero
Dios mio ten compasion
Dios mio perdoname.

[Compay Segundo: Armonica voz segunda, Benito Suarez :Guitarra, Salvador Repilado: Contrabajo, Felix Valoy: Voz solista, Adel Rodriguez: Bongo, Hugo Garzon: Maraca]

(Questa canzone, di cui conosco la musica languida ed il tema stesso e le parole con le quali è stato espresso, mi riportano allo stato d’animo provato dal “personaggio Petrarca” del “Canzoniere“, della 272, ai suoi sentimenti lì espressi. Così mi sembra.)

Se ci si pone in atteggiamento attento, con l’orecchio “interno” disponibile all’ascolto che va oltre la musica, pure stupenda, di questa canzone, se cioè, ci si lascia andare, all’ascolto del suono della sofferenza, espressa dal cantante ed accompagnata dal pianto di una melodia musicale viva e penetrante, come viva e penetrante è la corporeità di un uomo innamorato, se si arriva a ciò, allora, non c’è altro da dire su questo testo, se non che esso deposita in noi una scia di profonda umanità, in cui è facile ritrovare altri ritmi, di altri tempi ed in altri luoghi, lontani eppure vicinissimi, perché essi sono senza età.

Vale la pena di citare qui anche il commento che fa parte dell’edizione dalla quale ho attinto per il testo stesso oltre che per ascoltarne l’interpretazione musicale:

Comentario

A Valoy, por su peculiar y sonero timbre de voz se le ha comparado en ocasiones con Benny Morè. Con todo el respeto que nos merece la figura de “El Barbaro”, la interpretacion que Valoy hace de su “Desdichado” (tambien conocido como “El Bardo”) da la razon a los que asì piensan.

Este tema, muy poco conocido hoy, lo grabò Benny en la decada de los 50 para RCA Victor con la orquesta de Mariano Merceron, una de las mas celebres Big Bands de aquel momento, posteriormente Benny formaria su legendaria Banda Gigante, con la que llegò al cenit como interprete, compositor y arreglista. Con “Desdichado”, Compay Segundo quiere rendir homenaje a su amigo Benny Morè.
!Va por usted Maestro!

[Compay Segundo, Lo mejor de la vida, A Warner Music Group Company, 1998]pantaloni

 

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(morte di Cleopatra) "...insomma, sembrava che il corpo non stesse molto meglio dell'anima. Tuttavia il fascino e la bellezza audace, per cui andava famosa, non erano spenti del tutto." [Plutarco, "Vita di Antonio"] Vedi tutti gli articoli di fede63

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