Senno del poi

“Sopra tutto sono ostinato nel credere non vi poter essere né economia, né politica, né arti, né industria, né nulla di bene, dove non vi sia una soda e rischiarata virtù.”

[Antonio Genovesi, 1713-1769]

 
Pensavo (e penso) che una azienda che produce o vuole produrre onestamente, dando lavoro a persone e da vivere a famiglie, sia cosa buona e che, quando questa azienda ha bisogno di capitali in denaro per finanziare il suo sviluppo, possa alla luce del sole chiederli a chiunque decida di credere alle sue referenze ( piccolo o grande che sia) mettendoci del proprio, in cambio di una forma di partecipazione in percentuale ai suoi ricavi, eventualmente, contribuendo indirettamente, ma concretamente, alla crescita dell’azienda stessa ed al benessere di quanti vi lavorano e, si spera (se va bene), anche al proprio. Questo è il meccanismo sano. Pensavo ioe, ma mi sbagliavo.
Purtroppo in certi contesti (falsi e bugiardi) viene spacciato come fosse verità rivelata, che lo spendere i propri risparmi per comprare azioni di aziende quotate in borsa, sia il più grave dei peccati, equiparabile al crimine, soprattutto se, a “commetterlo” si è permesso qualche semplice risparmiatore. Consiglierei in proposito la lettura di un competente investitore di denaro dei nostri giorni, padre Anselm Grun, dottore in teologia e monaco benedettino, priore amministratore dell’Abbazia di Munsterschwarzach, in Germania, il quale, facendo chiarezza sulla generica condanna degli investimenti finanziari (basta la parola), rivalutandone anche la valenza etica e la funzione di utilità sociale, ha scritto in proposito: Thomas Kohrs e Anselm Grun, Usare il denaro in modo etico, Queriniana, 2010.

Una nuova forma di inquisizione demonizza e colpisce chiunque sceglie “ingenuamente” di utilizzare i propri sudati soldini pensando che gli appartengano veramente… e condanna senza riserve come bieco e avido speculatore, privo di moralità, chi rischia in proprio scegliendo di fidarsi e perciò, senza diritto ad alcuna garanzia né difesa, neppure quando è palese che sia avvenuta (come in casi recenti) una truffa organizzata e pilotata ai suoi danni, insieme a quelli di tanti altri…
Tempo fa, lessi un articolo sul quotidiano “Avvenire” del 27 aprile 2014, a firma di Andrea Giacobino, nella rubrica “Finanza dietro le quinte”. Ho pensato di conservarlo, anche perché in quel dato periodo, avevo quanto mai l’impressione che al solito ci stessero rifilando la arcinota favola di Chi sapevo per certo essere morto in Croce, ma che veniva raccontato fosse invece morto di freddo.
Rileggo ora il ritaglio di giornale, con il senno del poi, e sempre più mi convinco del fatto che, questo mio povero ed amato Paese, sia quanto mai attaccato dai pescecani dall’esterno e preda dei parassiti dall’interno. Non so sotto chi per primo soccomberà e se finirà così, ma di certo i parassiti continueranno a rodere la carcassa del cadavere anche dopo la morte. Io però ho fede, credo, credo ai miracoli, alla vita ed alla resurrezione, amen.
Mi sembra altresì utile riportare qui di seguito, le parti più salienti del citato articolo:

 

 
Se la “tassa sulle rendite” fa felici i Paperoni

Già il nome è sbagliato: “tassazione sulle rendite finanziarie”. […] così denominato e varato dal governo […] colpirà con un’aliquota salita dal 20% al 26% conti correnti, depositi, dividendi e capital gain su azioni e obbligazioni, quote di fondi comuni, gestioni patrimoniali, prodotti assicurativi, ecc…
Tutti questi sono “investimenti finanziari” degli italiani e non “rendite”; […] Ma l’errore di definizione, di per sé, è poca cosa. Il vero rischio che corre […] Palazzo Chigi è di pensare che con l’innalzamento dell’aliquota si colpiscano finalmente i grandi patrimoni dei Paperoni.Che invece, se sono ancora in Italia, restano ben al sicuro dietro lo schermo di meccanismi sofisticati quali i “trust” e le “fondazioni”[…]
Immaginiamo che i risparmi di una vita di un lavoratore (100.000 euro) siano investiti in un portafoglio così compreso: 30.000 euro in Btp, 35.000 in obbligazioni, 15.000 in liquidità e 20.000 in azioni. Applichiamo la nuova aliquota del 26% e arriviamo a 1.550,21 euro di tasse sulle “rendite”. Ma il conto per il piccolo risparmiatore non è finito perché vanno aggiunti 50 euro di deposito titoli, 200 euro di imposta di bollo ed altri 20 euro della Tobin Tax introdotta a inizio del 2013 e non ancora armonizzata con il resto d’Europa (io la chiamo la “tassa sulle perdite”). A conti fatti […] le spese totali su un patrimonio di 100.000 euro saranno di ben 1.820,21 euro, vanificando almeno un terzo del bonus fiscale che l’investitore riceverà come lavoratore dipendente. […] i lavoratori già tassati alla fonte, lo saranno ancor di più nella loro veste di risparmiatori […] 38 milioni di italiani pagheranno più tasse solo perché hanno un conto in banca.

 
Voce di colui che grida nel deserto, ma, anche se pochi, qualcuno ascolterà…

 
“… alla fin fine, nelle mani dei potenti la giustizia non è che uno strumento di governo come gli altri. Perché la chiamano giustizia? Diciamo piuttosto l’ingiustizia, ma calcolata, efficace, basata intieramente sull’esperienza spaventosa della resistenza del debole, della sua capacità di sofferenza, d’umiliazione e di sventura. L’ingiustizia mantenuta al grado esatto di tensione che occorre, perché gli ingranaggi dell’immensa macchina per fabbricare i ricchi girino senza che la caldaia scoppi.”

[Georges Bernanos, “Diario di un curato di campagna“]

Lumachina

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(morte di Cleopatra) "...insomma, sembrava che il corpo non stesse molto meglio dell'anima. Tuttavia il fascino e la bellezza audace, per cui andava famosa, non erano spenti del tutto." [Plutarco, "Vita di Antonio"] Vedi tutti gli articoli di fede63

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