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Mascarpone perduto

“Cieca e superba polvere
dunque m’ha Dio percosso
un mondo rivelandomi
ch’io rivelar non posso.”

[Giovanni Prati]

Mentre correvo a gran velocità verso l’ospedale, distesa sulla lettiga, guardavo il soffitto dell’ambulanza; dicevo tra me: – Mamma, vengo da te. –
Stavolta la sirena ha suonato per me. Ovunque e per tutti c’è una prima volta. E’ bastato un evento improvviso e più grave del solito. E pensare che io opto di proposito quasi sempre, per passare il ferragosto a casa mia, anche a motivo di non cercare guai… vallo a raccontare. Proprio quello che sto facendo qui ora, e per mia fortuna. Problemi ce ne saranno, forse, forse cause da ricercare, cose da risolvere, si vedrà… Intanto, io sono ancora sulla piazza. Ed è già qualcosa.
Del pomeriggio passato in osservazione su di un letto di ospedale, mi è rimasto un lieve segno sul braccio, che da rosso è sfumato via via sul blu e poi sul verde, attenuandosi fino a scomparire del tutto. E’ stata questa l’ennesima occasione giuntami per volgere lo sguardo verso di me, la mia vita, non più al futuro, semmai al presente e, naturalmente al passato. Consuntivo del tempo già speso, ricordi di quel che è stato e che mai più sarà, sensazioni, carezze, memoria di cose buone e belle, ormai andate, perse per sempre ma mai dimenticate.
Come la nostalgia del vero Mascarpone, il Mascarpone autentico, quello della mia infanzia, dei tempi miei lontani, i tempi dell’asilo. Quando era ancora presente la mia nonna e non si trovavano ancora le siringhe usa e getta, questo formaggio che si chiama Mascarpone, veniva venduto a peso. Si acquistava in drogheria in piccole porzioni sfuse, secondo le proprie esigenze, spesso del peso di circa un etto, a volte anche meno. Ricordo che in genere si comprava il cibo a mezzi etti ovvero tanto quanto era necessario al momento, quanto ne serviva per il giorno in corso, a volte per un solo pasto, seppure c’era in casa il frigorifero, dentro il quale però il tale Mascarpone, non gelava mai troppo; quindi, se abbisognava, per il pasto successivo si tornava in negozio una seconda volta, a ricomprare ciò che mancava; e così via giorno per giorno.
Chi te li dava i supermercati? Non c’erano i cibi dosati ed impacchettati, già pronti per essere passati alla cassa, così come se ne trovano oggi. Oggi che, gli scaffali dei numerosissimi supermercati, ipermercati, stramercati, sono ricolmi di tanta e tanta roba, che uno quasi non sa dove guardare. Esprimo qui, sottovoce, il mio personale grido d’allarme ovvero, lancio un simbolico SOS: – Aiuto! Il Mascarpone non si trova più! –

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Il Mascarpone era una preparazione a base di latte, dalla consistenza cremosa e duttile, con tendenza ad aderire agli involucri, di colore giallino, molto pallido, simile ad un burro di qualità, per intenderci, che il droghiere vendeva sfuso, servendosi di un cucchiaio o di una spatola per prelevare le piccole dosi, che depositava su appositi foglietti di materiale trasparente, sottili ma resistenti, di forma quadrata, misuravano le dimensioni di fazzolettini da borsetta e, proprio come eleganti fazzolettini, erano impreziositi da un grazioso decoro o ricamo a stampa, di colore rosso, che correva lungo tutto il bordo; richiusi a contenere il Mascarpone al loro interno, somigliavano un po’ a bomboniere di tulle per confetti… Una volta tornati a casa dalla spesa, al momento di mettersi a tavola, si apriva sulla mensa una tal bella pochette, che racchiudeva il delicato Mascarpone, dal gusto inconfondibile ed indimenticabile, profumato e saporito, buono da solo, servito con il Pane.
Negli anni, con il trascorrere del tempo (e della mia vita) e con l’avvento – ed in seguito anche il sopravvento – di quelli che io chiamerei “formaggi sintetici”, di ciò che una volta era il Mascarpone, è rimasto nulla se non pochissimo: il prodotto ora in vendita è cambiato nella sua ricetta, risultando sempre meno buono, sempre più denso e sabbioso, insipido e rigido, una pessima polentina di colore quasi bianco candido, che come i fiori di “Mimì”, ahimé non ha quasi più odore e, praticamente nessun sapore. Certamente non c’è più gusto a mangiarlo da solo e, francamente, neppure accompagnato ad altri alimenti, se non per castigo; è diventato un semplice ingrediente generico, da utilizzare a monte di una qualche preparazione, per giungere ad ottenere altre pietanze… Non viene più venduto sfuso da tanto tempo, ma lo si trova già inscatolato, predosato, in certe confezioni sullo scaffale frigorifero.
Quando si torna a casa dopo aver acquistato una di queste scatole tonde di plastica, con su scritto “Mascarpone” e, ci si accinge ad aprirla desiderosi di spalmarne il contenuto su del Pane, con in bocca, non nego, anche un po’ di acquolina… delusione delle delusioni… per cominciare, non è bello ciò che si vede, poi non è buono ciò che si annusa o meglio, che non si annusa (inodore) e neppure è buono ciò che si assaggia (insapore), amara constatazione: il Mascarpone è scomparso.
Ad una prima vista i vari componenti non appaiono ben amalgamati e tendono sempre a dissociarsi, il prodotto in sé non aderisce né al contenitore, né alla posata, né a se stesso; coloro come me, che hanno avuto la fortuna nella vita di conoscere in bocca il Signor Mascarpone, possono ben dire che il suo sapore attuale è in vero quello della beffa, il culmine di un insulto alimentare. E così, ogni tentativo di prelevarne un quantitativo da spalmare o da farne altro, da qualsiasi verso lo si prenda, si risolve perpetuamente in un pietoso sbriciolamento e sfaldamento, oltre che dissociarsi di parti acquose e parti terrose, di quello che idealmente doveva essere quasi una leccornia, piccolo assaggio di paradiso, frutto della Natura e del lavoro dell’uomo, ma che invece si rivela ciò che è oggi, cioè un impiastro malriuscito, indecente ed impresentabile, degno solo delle mense dei peggiori ipocondriaci, i quali non si cibano di nulla che non si presenti con l’aspetto o la dicitura “senza”… e che fa ogni volta rimpiangere, se non proprio piangere lacrime, per il Mascarpone perduto.

“La ragione si fa adulta e vecchia; il cuore resta sempre ragazzo.”

[Ippolito Nievo]

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Terraferma

“…dicevano che il dio manifestava di voler punire la trasgressione e la profanazione avvenuta con una grande calamità collettiva.”

[ Plutarco, “Vita di Numa“]

 
Dopo tanto lungo silenzio, avrei voluto ritornare alla ribalta del mio modesto blog con temi e toni leggeri e spensierati. Invece, l’animo mio vive e sente tutt’altri sentimenti:

oh Signore, se tu hai deciso che dalle mie parti è giunta l’ora di farci finire tutti annientati, ti prego di farlo il prima possibile, per non dovere attendere più noi nel terrore di giorno e di notte. Ma se puoi, per pietà non farlo succedere, allontana da noi questo calice e salvaci. Non mi sento pronta, ho paura. Anche se questa ormai è veramente “valle di lacrime”, noi vogliamo ancora restare qui, vivi, a piangere e penare. amen

 
“Mentre la gente era in preda allo sconforto, uno scudo di bronzo […] piombò giù dal cielo…]

[idem]

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Da un po’ di tempo, dopo le ultime e terrifiche scosse di terremoto e fenomeni climatici vari (nevoni, crolli, frane…), ripenso spesso e rifletto sulle cose del passato, mio e dei miei cari. Sono le storie della mia infanzia e della vita trascorsa, quella mia e quella dei miei affetti scomparsi ed anche degli avi sconosciuti, noti a me solo dai racconti e da qualche rara foto o documento o dai ricordi materiali, oggetti vecchi, tramandati di generazione in generazione…

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Questo libretto è appartenuto alla mia nonna materna; contiene consigli di economia domestica e poche ricette culinarie, tutto all’insegna del riciclo di avanzi e scarti e del massimo risparmio possibile o “a spreco zero”. Le pietanze sono raccolte nella rubrichetta dal titolo “Ricettario autarchico”.
In un’epoca in cui nulla andava perduto, con il risparmio nella gestione della casa si riusciva a recuperare uno stipendio in più.

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Il tutto è stampato su carta “povera” (quasi una cartapaglia), in due soli colori (nero ed un po’ di rosso) dalla S. A. Poligrafici Il Resto del Carlino, nell’anno 1941.
A guardarlo ora, nel suo aspetto segnato di decadente residuato, gravemente ingiallito, macchiato e bruciacchiato nei bordi, dimostra più dei suoi anni.

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Molti dei consigli d’uso e di recupero che vi si leggono, oggi sarebbero improponibili, alcuni del tutto irrealizzabili, in qualche caso persino incomprensibili; nelle nostre case comuni mancano sia i focolari che certi materiali, frequenti ed economici all’epoca del libretto, sono divenuti introvabili oppure addirittura costosi, quasi dei lussi.

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I consigli di conservazione degli alimenti non tengono conto dell’esistenza dei frigoriferi; ricordo ancora la mia nonna, che pure ai suoi tempi aveva avuto il “privilegio” di possedere ante guerra una ghiacciaia, confezionare spesso dei sacchetti vari di stoffa, cucendo ritagli di abiti da buttare e parti di biancheria troppo usurata, come contenitori per lo più per alimenti (orzo, farina, pasta, ecc…).
I consigli per il lavaggio e la stiratura degli indumenti e dei materiali tessili non tengono conto dell’esistenza della lavatrice, né del ferro da stiro a vapore. Insomma, a leggerli e confrontarli con le abitudini odierne di gestione ed amministrazione della casa, ne emerge senz’altro almeno un fatto e cioè, che oggi si vive praticamente di sprechi e negli sprechi; ma anche si capisce che, quel genere di economia proposta tanti anni fa, noi ora non saremmo più in grado di praticarla… suppongo.

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Nonostante ciò, si può prendere ancora qualcosa di utile e di buono da questo libriccino, oltre al principio stesso di base, che è quello della lotta agli sprechi domestici ed, ancor più, degli alimenti.
Piccole interessanti scoperte ed anche qualche gustosa curiosità da assaggiare, per provare il piacere di un sapore “nuovo anzi antico”.

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Sono tempi tristi questi. Per quanto possiamo fare nel mostrare ottimismo, buonumore, voglia di andare avanti, più spesso nell’intimo un grande avvilimento ci avvolge come una coperta gelata, è il crollo delle speranze, è il buio fitto in cui brancoliamo in tanti e tanti, chi più e chi meno; e sempre ci diciamo l’un l’altro – Speriamo bene! -.
A volte, quando sono seduta guardo avanti e, nella stanza vuota, vedo di fronte a me i miei genitori, che mi guardano, due vecchini con lo sguardo amorevole che conosco e che mai dimentico, dediti a me prima di se stessi, come i personaggi dei genitori nel film “Sinue l’egiziano”, i quali rendono l’idea del ricordo che ne ho dei miei. Forse mi vedono o forse così li sto disturbando nel loro riposo eterno. Me li immagino come se fossero veramente presenti e vicini, come se ci fossero, come io li vorrei, con me, mentre mi duole in gola un grosso nodo.

 
“…nessuna delle cose umane è stabile, ma in qualunque modo il dio svolga e muti il corso della nostra vita, conviene che noi ci accontentiamo e accettiamo.”

[ idem ]


Abusivo e decadente

“Abolirete le classi governanti? E’ un esperimento interessante. Credo che fosse il piano originale della creazione, e che sarebbe riuscito, se non fosse stato per Caino.”

[ Rafael Sabatini, “Scaramouche“]

 

A B C D – Rendere l’idea di un paese, attraverso un’immagine evocativa, un colore o un aggettivo che lo caratterizzi: quasi un gioco da tavolo…
A furia di sentire e risentire, di vedere e di sperimentare io stessa, di vivere insomma, del tumulto e delle ferite nostre (nazionali) ed anche di quelle simili o uguali, presenti altrove, a furia di tutto questo ballare in pianto, mi sono alquanto convinta, che tutto lo sfogo ed il lamento (legittimi) con cui, tanti di noi reagiamo ai mali storici e nuovi del nostro paese, altro non sarebbe se non una esternazione (maldestra) di affetto; non mai disprezzo, semmai dispiacere. La rabbia nasce in fondo dal dispiacere, dalla sofferenza e dalla sottomissione all’ingiustizia.
E’ una forma di affezione ed insieme una sensazione profonda di impotenza; una reazione al rischio di oblio, sempre temuto e sempre in agguato. E’ preghiera.

 
“Invece di maledire il buio è meglio accendere una candela.”

[Lao Tzu]

 
E non è che il resto del mondo, tutto considerato, offra spettacoli migliori del nostro o modelli esemplari… Voglio dire, che un po’ tutti ed ognuno nel suo genere, i paesi ed i popoli, avrebbero di che correggersi: abbiamo tutti le nostre vergogne.

 
“Se un uomo non è disposto a lottare per le sue idee, o le sue idee non valgono niente, o non vale niente lui.”

[Ezra Pound]

 
A me, a pelle, interessa molto più l’orizzonte mio: skyline di un paese abusivo, linea instabile, perennemente velato dalla nebbia di una magnificente ed eterna decadenza; grandezza sua, che si perde nella notte dei tempi.
Malanno ed insieme cura, croce e delizia di noi tutti, sindrome strisciante, che ha il merito ogni volta, di riportare alla giusta dimensione umana ogni babelica pretesa di chissà quale soluzione ufficiale, definitiva, ad una condizione che, proprio per il nostro stesso genio ed in quanto peculiare, appare come una specie di condanna ovvero, una sorta di epidemia endemica, attraverso la quale dover passare tutti, prima o poi, per poterne uscire vaccinati, vivi ma provati e che, se saputa prendere, ci può offrire l’occasione della nostra vita.

 
“Cominciate col fare ciò che è necessario, poi ciò che è possibile. E all’improvviso vi sorprenderete a fare l’impossibile”

[San Francesco]

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Senno del poi

“Sopra tutto sono ostinato nel credere non vi poter essere né economia, né politica, né arti, né industria, né nulla di bene, dove non vi sia una soda e rischiarata virtù.”

[Antonio Genovesi, 1713-1769]

 
Pensavo (e penso) che una azienda che produce o vuole produrre onestamente, dando lavoro a persone e da vivere a famiglie, sia cosa buona e che, quando questa azienda ha bisogno di capitali in denaro per finanziare il suo sviluppo, possa alla luce del sole chiederli a chiunque decida di credere alle sue referenze ( piccolo o grande che sia) mettendoci del proprio, in cambio di una forma di partecipazione in percentuale ai suoi ricavi, eventualmente, contribuendo indirettamente, ma concretamente, alla crescita dell’azienda stessa ed al benessere di quanti vi lavorano e, si spera (se va bene), anche al proprio. Questo è il meccanismo sano. Pensavo ioe, ma mi sbagliavo.
Purtroppo in certi contesti (falsi e bugiardi) viene spacciato come fosse verità rivelata, che lo spendere i propri risparmi per comprare azioni di aziende quotate in borsa, sia il più grave dei peccati, equiparabile al crimine, soprattutto se, a “commetterlo” si è permesso qualche semplice risparmiatore. Consiglierei in proposito la lettura di un competente investitore di denaro dei nostri giorni, padre Anselm Grun, dottore in teologia e monaco benedettino, priore amministratore dell’Abbazia di Munsterschwarzach, in Germania, il quale, facendo chiarezza sulla generica condanna degli investimenti finanziari (basta la parola), rivalutandone anche la valenza etica e la funzione di utilità sociale, ha scritto in proposito: Thomas Kohrs e Anselm Grun, Usare il denaro in modo etico, Queriniana, 2010.

Una nuova forma di inquisizione demonizza e colpisce chiunque sceglie “ingenuamente” di utilizzare i propri sudati soldini pensando che gli appartengano veramente… e condanna senza riserve come bieco e avido speculatore, privo di moralità, chi rischia in proprio scegliendo di fidarsi e perciò, senza diritto ad alcuna garanzia né difesa, neppure quando è palese che sia avvenuta (come in casi recenti) una truffa organizzata e pilotata ai suoi danni, insieme a quelli di tanti altri…
Tempo fa, lessi un articolo sul quotidiano “Avvenire” del 27 aprile 2014, a firma di Andrea Giacobino, nella rubrica “Finanza dietro le quinte”. Ho pensato di conservarlo, anche perché in quel dato periodo, avevo quanto mai l’impressione che al solito ci stessero rifilando la arcinota favola di Chi sapevo per certo essere morto in Croce, ma che veniva raccontato fosse invece morto di freddo.
Rileggo ora il ritaglio di giornale, con il senno del poi, e sempre più mi convinco del fatto che, questo mio povero ed amato Paese, sia quanto mai attaccato dai pescecani dall’esterno e preda dei parassiti dall’interno. Non so sotto chi per primo soccomberà e se finirà così, ma di certo i parassiti continueranno a rodere la carcassa del cadavere anche dopo la morte. Io però ho fede, credo, credo ai miracoli, alla vita ed alla resurrezione, amen.
Mi sembra altresì utile riportare qui di seguito, le parti più salienti del citato articolo:

 

 
Se la “tassa sulle rendite” fa felici i Paperoni

Già il nome è sbagliato: “tassazione sulle rendite finanziarie”. […] così denominato e varato dal governo […] colpirà con un’aliquota salita dal 20% al 26% conti correnti, depositi, dividendi e capital gain su azioni e obbligazioni, quote di fondi comuni, gestioni patrimoniali, prodotti assicurativi, ecc…
Tutti questi sono “investimenti finanziari” degli italiani e non “rendite”; […] Ma l’errore di definizione, di per sé, è poca cosa. Il vero rischio che corre […] Palazzo Chigi è di pensare che con l’innalzamento dell’aliquota si colpiscano finalmente i grandi patrimoni dei Paperoni.Che invece, se sono ancora in Italia, restano ben al sicuro dietro lo schermo di meccanismi sofisticati quali i “trust” e le “fondazioni”[…]
Immaginiamo che i risparmi di una vita di un lavoratore (100.000 euro) siano investiti in un portafoglio così compreso: 30.000 euro in Btp, 35.000 in obbligazioni, 15.000 in liquidità e 20.000 in azioni. Applichiamo la nuova aliquota del 26% e arriviamo a 1.550,21 euro di tasse sulle “rendite”. Ma il conto per il piccolo risparmiatore non è finito perché vanno aggiunti 50 euro di deposito titoli, 200 euro di imposta di bollo ed altri 20 euro della Tobin Tax introdotta a inizio del 2013 e non ancora armonizzata con il resto d’Europa (io la chiamo la “tassa sulle perdite”). A conti fatti […] le spese totali su un patrimonio di 100.000 euro saranno di ben 1.820,21 euro, vanificando almeno un terzo del bonus fiscale che l’investitore riceverà come lavoratore dipendente. […] i lavoratori già tassati alla fonte, lo saranno ancor di più nella loro veste di risparmiatori […] 38 milioni di italiani pagheranno più tasse solo perché hanno un conto in banca.

 
Voce di colui che grida nel deserto, ma, anche se pochi, qualcuno ascolterà…

 
“… alla fin fine, nelle mani dei potenti la giustizia non è che uno strumento di governo come gli altri. Perché la chiamano giustizia? Diciamo piuttosto l’ingiustizia, ma calcolata, efficace, basata intieramente sull’esperienza spaventosa della resistenza del debole, della sua capacità di sofferenza, d’umiliazione e di sventura. L’ingiustizia mantenuta al grado esatto di tensione che occorre, perché gli ingranaggi dell’immensa macchina per fabbricare i ricchi girino senza che la caldaia scoppi.”

[Georges Bernanos, “Diario di un curato di campagna“]

Lumachina


Il tarlo

” … se si indugerà nella malinconia, crescerà quel male babilonese, che, se infine non avrà sfogo nelle lagrime, formerà nel cuore una ruggine indelebile.”

[Fra Tommaso da Celano, “Vita di San Francesco di Assisi“]

Ne accennerò ora, con il proposito di non tornarvi più sopra: mi capita ogni volta che sento rileggere o che personalmente mi metto a spulciare fra le parole e le virgole, del brano del Vangelo di Giovanni 13, 21-30, proprio come descritto nel testo “…satana entrò in lui…“, così mi invade il tarlo curioso e superbo del rimettere ordine o meglio, di cercare di indagare la – a mio avviso strana – figura di Giuda Iscariota; non il personaggio, bensì l’uomo, l’essere umano; soprattutto torna a tentarmi il tarlo dei perché, le domande.
Se un uomo doveva essere “scelto” per quel compito “necessario”, perché lui e non altri? E se satana, a seguito di quel “boccone”, entrò in lui, che pure in quanto uomo, aveva come ognuno il libero arbitrio per decidere di resistergli (o no?), come si deve valutare la sua colpa successiva? (E lo vuoi sapere tu Fede? Che arrogante che sei!). Il racconto mi induce ad immaginare un uomo fin lì buono, divenuto (inconsapevolmente? con coscienza?) strumento indispensabile ed ignobile, alla fine più fonte di bene che di male…bestemmio.cristo morto
Forse è anche per questo, oltre che per mitigare la mia intima presunzione, che il parroco mi ha detto di smettere di pensarci su; quasi alludendo, nei toni come nel suo sguardo di vegliardo, a dei precisi rischi morali, insiti in un tale arrovellarsi, un voler sindacare su di una questione, ideale, che non esiste, che di fatto, secondo quanto è scritto (e su cui solo ci si può e deve basare), non è mai stata sollevata ovvero approfondita.
Mi ha detto (leggi insegnato) il Don, che Gesù non si è mai pronunciato in merito, non ha parlato di colpa, di castigo, non ha detto nulla, non ci ha lasciato dogmi, dichiarazioni, né aggiungerei, se ho ben imparato, ci ha autorizzati a delineare la figura di Giuda in senso esemplare o come pietra di paragone o come spunto per sentenziare… Cercherò di seguirne il consiglio, di vincere il mio tarlo e di darmi pace.

“Ciò che non giova all’alveare non giova neppure all’ape”

[Marco Aurelio]

Ma un dubbietto diavoletto, piccolo e sciocherello, mi rimane: e cioè, che forse, i servizi da mensa non dovrebbero essere composti da dodici pezzi, ma da tredici ovvero per tredici commensali, come numero ideale, regolare e che, tredici a tavola non dovrebbe rappresentare un numero negativo. E sempre forse, che noi miserabili umani, ci siamo arrogati per secoli il diritto di giudicare ciò su cui invece Dio, che di certo non agisce a caso, ha scelto il silenzio.

” Il dubbio è divenuto cultura. L’incredulità, sistema. […] Sì, Maria. Forse non ne abbiamo colpa. Ma noi oggi stiamo vivendo proprio questa tragedia. Con tristezza.”

[Tonino Bello]


serva Europa

“Conosco le opere tue, e so che tu passi per vivo, ma in realtà sei morto…”

[Apocalisse, 3,1]

arma tosc. lett. arme (pl. armi, ant. arme) sf. [lat. arma, -orum, passato nel lat. tardo a sf.] ogni arnese o strumento che serve a offesa o a difesa // arma bianca, quella di punta e taglio; arma da fuoco, quella esplodente, che si carica a polvere; arma corta o insidiosa, di piccola lunghezza e tale che possa facilmente nascondersi; arma da tiro, quella che si scaglia, cone aste, giavellotti, ecc. (detta anche da lancio), e oggi ordigno guerresco che serva a scagliare, come fucili, cannoni, ecc.; armi atomiche, nucleari, che utilizzano a scopi distruttivi l’energia nucleare // armi subacquee, i siluri, le torpedini, le bombe antisommergibili…

arma della poesia, non uccide, ma, però… non difende dalle armi, ma, però… non salva la vita, ma, però…
Demolisce, forse… vendica, forse… rende giustizia, forse…
Umilia, offende, indigna, ridicolizza e altro ancora… sol chi ha la “coda di paglia” (ovvero un barlume di coscienza dei propri torti).

Esempi dal passato, a me cari, come mi è caro il ricordo di coloro che mi hanno ormai lasciato, dopo avermeli tramandati in tempi idealmente lontani anni luce da quelli odierni, bagaglio geloso della MIA CULTURA:
“Patria, o Patria! se’ tu: le care glebe
lieto io ne bacio. Salve o madre, o grande
fra quante il mar terre circonda, salve!”

[F. Petrarca]

“…fatal terra, gli estranei ricevi:
tal giudizio comincia per te.
Un nemico che offeso non hai,
a tue mense insultando s’asside;
degli stolti le spoglie divide;
toglie il brando di mano a’ suoi re.”

[ A. Manzoni, “Il Conte di Carmagnola“]

“E tutti li altri che tu vedi qui,
seminator di scandalo e di scisma
fur vivi, e però son fessi così.”

[Inf., XXVIII, 34-36]

“Dagli atrj muscosi, dai Fori cadenti,
Dai boschi, dall’arse fucine stridenti,
Dai solchi bagnati di servo sudor,
Un volgo disperso repente si desta,
Intende l’orecchio, solleva la testa,
Percosso da novo crescente rumor.”

[A. Manzoni, “Adelchi“]

“Virtù contro a furore
prenderà l’arme; e fia el combatter corto:
ché l’antico valor
nelli italici cor non è ancor morto.”

[F. Petrarca, “All’Italia“]

“Ahi serva Italia, di dolore ostello,
nave sanza nocchiere in gran tempesta,
non donna di province, ma bordello!”

[ Par., VI, 76-78]cosetta


Strane occasioni di viaggio

“Strade alpestri, montagne orride dirupate, tutto il rigore del tempo, tutta la stanchezza e i fastidj del viaggio, e poi?

Nuovi tormenti e nuovi tormentati
[Inf. VI, 4]

[Ugo Foscolo, “Ultime lettere di Jacopo Ortis“]

In quelle certe pause di riflessione che ci concediamo, più o meno volontariamente, sempre si cela per noi il pericolo, di venire sopraffatti dal solito istinto a fare il punto sulla nostra esistenza, su noi stessi, sulla vita trascorsa e sulla parte di essa che abbiamo di fronte, quel che ci resta da vivere.
E non credo proprio, che la maggior parte di noi cerchi con ansietà questi particolari momenti, che accolga con gioia cioè, l’invito della coscienza più intima a guardare allo specchio ciò che si sé è più vero ma meno evidente, a riassumere coraggiosamente i passi fin qui compiuti, valutandone con giudizio i cosiddetti risultati. Perché non siamo contenti di noi stessi mai.
Tutto ciò è naturale e spontaneo, è umano, comprensibile. E’ normale.
Con l’avanzare degli anni, è quasi inevitabile che si presentino sempre più frequenti, le occasioni di “venire al dunque” al “succo del discorso” (ovvero della vita). Le strane occasioni arrivano all’improvviso, senza chiedere il permesso, come ladri nella notte. Sono il nuovo capello bianco… e tutto il resto che lo segue, sono la stanchezza sospetta e fuori orario, una improvvisa e sconosciuta assenza di motivazione, la nuova e diversa emotività, più pacata e riflessiva, della raggiunta maturità; sono l’addio del dominio dei nostri sensi, come quello dello sfarfallio nelle viscere e nell’intimo, quel mettersi comodi, la “bergere” con il suo sgabello poggiapiedi; saranno, secondo indole o per volontà, la conquista della saggezza o il male di vivere. O entrambi. Sono l’incontro con il bivio inevitabile, quell’ALT subito dietro una curva, che non ci aspettavamo, l’incrocio con un treno che ci attraversa il baldanzoso passo o, proprio la fine di quel binario morto, su cui ci siamo avventurati con cocciutaggine e, terminato il quale, nell’impossibilità di procedere oltre, siamo costretti a ripercorrere all’indietro, per poter riprendere un’altra qualsiasi strada, lungo la quale srotolare e correre la nostra vita, il viaggio, solitario, in terre sconosciute e sempre nuove, a cui siamo destinati.
Lo spirito pioniere ci rende curiosi del viaggiare, di quel vivere che tanto bene ci affascina seppure impaurisce, nell’incertezza più totale; spirito di frontiera che nasce con noi, che ci difende addirittura, dalle eccessive tendenze alla retrospezione della senilità; spirito proteso in avanti, verso vaghi orizzonti, ogni volta raggiunti e superati, sempre in vista della successiva destinazione; un cammino in apparenza senza meta, senza traguardi… solo in apparenza, certo con un suo scopo, non dichiarato, ma preciso: quello di vivere felici.
Ogni nostro gesto, ogni scelta, di convenienza, di gusti, ogni speranza, anelito, ogni azione, anche la più turpe dell’opera umana, è mossa dal desiderio di felicità, ne sono convinta.

“Mi sedetti al sole su di una panchina, l’animale che avevo in me si leccava i baffi inuzzolito dai ricordi […] Dopo tutto, riflettevo fra di me, non ero differente dal mio prossimo e sorrisi al pensiero…”

[Robert Louis Stevenson, “Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde“]

Se decidiamo di essere sinceri con noi stessi, tendiamo generalmente a fugare i termini del resoconto della nostra vita, per il timore inconscio (o certezza?) che le somme che tireremo, non ci appagheranno, non ci piacerà il nostro ritratto.
Pensiamo pure di esser soli in questa condizione, in questa sensazione di amarezza e di fallimento, mentre invece essa è forse fra le più comuni del genere umano; comune un po’ a tutti, come lo sono le speranze deluse o gli errori nei quali si ricade, tutti quei peccati di gola e di lussuria che tanto ci piacciono e ci lusingano, da non valere la pena neppure di considerarli tali ne’ di confessarli semmai, tanto siamo certi, per quanto ci riguarda, di perpetuarli. Comune è la difficoltà a mantenersi coerenti con se stessi; e comuni sono, quei tremendi colpi che ci arrivano alle spalle, proprio nel momento peggiore della vita nostra: mentre già prostrati, messi in ginocchio da chissà quale accidente, nell’atto di raccogliere le forze che ancora ci restano, per tendere in avanti la mano a cercare un qualche aiuto per risollevarci, ci arriva da dietro la botta che ci stende del tutto per terra. Un “tradimento”, che ci dà addosso con un impeto superiore al necessario, maligno, superfluo a fronte delle nostre residue forze, ma che, per non averci annientato del tutto, ci ha perciò resi anche più forti.
Questi eventi si presentano a noi con la maschera della nostra peggiore sfortuna, sì, ma a ben vedere essi rappresentano il nostro maggior punto d’orgoglio, questi sì preziosa memoria, sulla quale fare spesso il punto di riflessione; rinsanguinano in noi coraggio ed impeto necessari a compiere il viaggio, a resistere, a non cedere al grande sonno.

“Allora si sentì uno sbatacchio di tutti gli sportelli dei vagoni, eppoi una campanella, eppoi un fischio; e la locomotiva, ansando e sbuffando faticosamente, come un ghiottone che abbia mangiato troppo, si pose in moto, lasciando dietro di sé una lunghissima coda di fumo.”

[Carlo Collodi, “Giannettino“]fiore