Vintage 4

“… qua e là qualche parola che la turbò e persino la sconvolse. – Poveretta! Se fosse vestita come si deve, sarebbe così carina! -“

[Louisa May Alcott, “Piccole donne“]
Vuoi per lo shock del recente sisma nel centro Italia (le scosse tuttora continue di terremoto mi tengono lontana da tante cose e da tanti dei miei interessi, compresa la rete), vuoi anche per il resistere di queste miti temperature nella mia città (i piacevoli raggi del sole di questo caldo fine novembre), che nelle ore centrali della giornata, ci permettono a volte di tornare indietro nelle stagioni e magari, di scoprire un po’ di pelle, se siamo seduti nel posto adatto… mi sento ancora in vena di proporre uno dei miei più coraggiosi abbinamenti vintage di fine estate, prima di abbandonare del tutto il fresco cotone per dedicarmi ai prossimi indossi datati, fatti di lana, velluti e robe pesanti…

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Questo qui è un vero pezzo di recupero, quasi un “fai da te” dell’abbigliamento, inventato con ciò che resta nell’armadio, un azzardo, di quelli che preferisco… insomma è il mio genere, ciò che io sono, in carne, spirito e stoffa.
Nelle foto indosso un completo della fine degli anni ’80; la sua particolarità deriva dall’essere stato in realtà un taller di manifattura per ragazzine, specificamente del marchio “I Pinco Pallino”. Ma, indossato da una ultracinquantenne.
Mi sono potuta permettere di vestire questo capo in virtù della mia corporatura, sì burrosa ma “poco robusta” ed anche del fatto che, nella bella stagione i colori e le fantasie si fanno meno impegnativi, più leggeri, per tutte le generazioni; ma andavano studiati bene gli abbinamenti e gli accessori, per adattare al mio stile tutto l’insieme, senza sottovalutare il fatto più importante, fondamentale per qualsiasi outfit ovvero, la giusta occasione.

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Si tratta di un completo, gonna e giacchina, in pesante stoffa di cotone rasato, stampata in una fantasia floreale dai disegni grandi e leggeri, in colori tenui, su di un fondo chiaro di color panna. E’ un tessuto abbastanza morbido nel suo seguire i movimenti, ma allo stesso tempo anche così sostenuto da mantenere una vestibilità rassicurante; quasi somiglia ad un genere di denim e, come tale è stato trattato nella lavorazione e nelle cuciture: molti trapunti esterni, anche doppi, alcuni particolari che richiamano il genere, come tasche della giacchina apposte all’esterno, alcune impunture in verticale sui fianchi…, ma tutto sempre all’insegna di una femminilità giovane ed anche raffinata, finezza nei particolari, come ad esempio la fila di bottoncini foderati in identica stoffa, che corrono lungo tutto il lato aperto della gonna a ruota, per altro di molta attualità. Attualità che ho tentato di accentuare con l’aggiunta di una alta cintura a fascia annodata in ecopelle, in questo caso nera (ma avrei in mente anche altri colori…).

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Siccome però io sono una signora e mi devo vestire come una signora e non come una bambina, dopo aver regolato l’orlo della gonna (invero più lunga) secondo le mie proporzioni e, non avendo altro da modificare perché il tutto mi sta a pennello in fatto di taglia, ho scelto di abbinarlo ad un altro dei miei capi vintage che considero consono alla mia età: una camicina a sacco di Emanuel Schivili rimastami dalla fine degli anni ’70- inizio anni ’80; un modello con parziale apertura sul davanti, in battista di cotone di un delicatissimo color celeste chiaro, in tono con la nuance della stampa a fiori. Questa è poi arricchita da piccoli particolari raffinati: trapunti e cuciture in filo dorato, compreso il taschino applicato con sopra un ricamo centrale in pizzo, tondo, bianco come il piccolo collo arrotondato (quasi una coreana, ma di ben altro effetto) ed i bottoncini rivestiti, tutto in fine piquet di cotone.

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Circa gli accessori, non ho optato per il top della praticità. La borsina in foto è un piccolo secchiello-bauletto fine anni ’80, quasi un portagioie, in vero camoscio tricolore, che richiama più colori dell’abito (blu, giallino e celeste), con piccolo manico a mano più tracollina staccabile (detto fra noi: dentro non ci va quasi niente). Atro abbinamento, da me preferito, è la mia borsa a bustina di inizio anni ’80, con eventuale tracollina, griffata Navarro, in rigido cuoio lavorato con motivi impressi e tinto in azzurro polvere, più intenso, ma non diverso dalla tonalità della camicina e dalla fantasia dell’abito (in foto non rende l’idea però), con in più alcuni particolari in cuoio di colore blu: le originali chiusure laterali con bottoni magnetici ed il marchio centrale sulla patta, con maniglina in minuteria metallica.
Mentre per ciò che riguarda le scarpe, mi sono alquanto lasciata andare al disimpegno, cosa che forse non sarà condivisa… aperte e di stoffa (raso e pizzo macramè), con zeppa non alta rivestita in tela di cotone e corda intrecciata, legate alla caviglia. Sono stata ispirata dal colore, che è lo stesso di base dell’abito. Ecco tutto.

vedere : Vintage1,

Vintage2,

Vintage3

Vintage 5

Vintage 6

 

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Quaquao

“Tutti i grandi sono stati bambini una volta. Ma pochi di essi se ne ricordano.”

[Antoine De Saint-Exupèry]

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Era già quasi un oggetto dei ricordi del mio passato, quando l’ho scelto come soggetto per un disegno artistico, un compito a casa, impartitoci dalla maestra elementare: cioè, ritrarre qualcosa di nostro, che ci era caro, che più di piaceva, qualcosa che si aveva in casa, per noi di una certa importanza…
Ce l’avevo dai tempi della mia primissima infanzia, era ancora il mio pupazzo di peluche preferito, gli ero affezionata, quasi come se si fosse trattato di qualcuno. Quaquao, lo avevo sempre chiamato e, anche se ci avevo giocato e rigiocato fino a consumarlo, guai a chi me lo avesse portato via. Lo avevo tenuto con me chissà quante volte, mai perduto. Lo scelsi subito come mio soggetto per il compito della lezione di disegno libero.
Ne feci il ritratto, su di una pagina di quaderno, con molta cura e precisione. Fu un grande impegno per me, ma anche il risultato fu appagante. Venne infine mostrato in classe a tutti gli scolari, miei compagni, insieme ai disegni meglio riusciti di alcuni di essi.

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Quaquao è rimasto sempre nella mia casa, non è andato regalato ai miei cugini più giovani di me (forse anche perché un po’ consunto) od ai bimbi che all’epoca erano un po’ meno fortunati, che non avevano tanti giocattoli, come invece è accaduto per tanti altri miei giochi d’infanzia, grazie alla generosità e senso pratico della mia mamma, la quale non è mai stata una persona malata di possessività, verso niente e nessuno, meno che mai nei confronti di un oggetto inanimato. Ma Quaquao no, Quaquao è rimasto con me, mi ha seguita, con poche altre cosette mie, persino nella mia vita da donna sposata. Finché un bel giorno, vuoi per i suoi raggiunti limiti di età (o per i miei), vuoi per nostalgia, ha meritato di lasciare il buio della scatola dei pupazzi riposti, per venire esposto, insieme al “reduce” suo coetaneo Pinguino, dietro le vetrine del mobile libreria della stanza adibita a studio, una specie di scrigno, una dispensa, che io ho l’ambizione di definire con ironia “la mia piccola wunderkammer”dscn1462

Quaquao e Pinguino, io vi avevo conferito un’anima, il soffio della vita, il sentimento. A ragionare con la mente di bambini si può davvero sperimentare il miracoloso. Adesso vi osservo da una distanza più regolare, un giusto distacco, nel balenio dei problemi terreni, quotidiani, come il fragore dei nervi di un marito, lo stesso uomo che, per accontentare la mia indole sognatrice tanto diversa ed opposta alla sua, mi ha aiutata e mi aiuta a gestire il lato meno poetico (ma non meno importante) di questo mio blog. Nel bene e nel male, in salute e in malattia, nella buona e nella cattiva sorte… e così sia.

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“Dovevano essere stati molto belli in gioventù”

[ Gustave Flaubert, “La leggenda di San Giuliano Ospitaliere“]

 


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“L’avversità restituisce agli uomini tutte le virtù che la prosperità toglie loro.”

[ Delacroix]

 
E’ un periodo brutto e difficile questo. La terraferma non è ferma, trema. Ora sembra rallentare un po’.
Andiamo in giro stressati e confusi, ma non lo diamo a vedere. Siamo delle trottole. Passerà. Deve passare.
Avevo riempito il bagagliaio dell’auto con cose necessarie a far fronte ad una prima emergenza: coperte, cuscini, cambio di abiti… le chiavi dell’auto sempre con me, insieme agli indispensabili occhiali, alle medicine quotidiane e poche altre cose, giorno e notte.
Ho salutato i miei intriganti negligé, li ho sostituiti con pratiche tute di pile, con le quali passare la notte, nel terrore del peggio.
Una doccia veloce al posto di un piacevole bagno caldo e poche cure personali, ridotte allo stretto necessario. La mia bella pelle liscia e morbida, che era uno dei miei punti di forza, ne ha risentito.
Ed ogni volta che mi sedevo per collegarmi al mio blog per postare o leggere qualcosa d’altri, mettendo via la paura, puntualmente il terremoto si faceva sentire ancora, con una ulteriore scossa, più forte di quelle frequentissime che ogni giorno si registrano, ma che per fortuna nostra o non si avvertono o si percepiscono poco e che, anche se non tranquillizzano affatto, ci lasciano campare.
Ora mi pare (o mi voglio illudere) che vada un tantino meglio.
Non mi vorrei buttare giù. Cerco di tornare normale. Ci sarà pure un lato positivo in tutto ciò e va trovato. Passerà. Chiedo scusa.


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“Ma dammi ancora una piccola risposta: le cose buone, non ti sembra forse che siano anche belle?”

[Platone, “Simposio“]
Torno ora sul tema dello stile personale legato all’abbigliamento.
Gli abiti e gli accessori che seguono sono miei, calzanti a pennello. Le mie misure rappresentano esse stesse una garanzia ovvero, la garanzia che, se così indossato l’insieme appare per caso già gradevole, più bello sarebbe su di un soggetto di donna da copertina, idonea. Inoltre, come ho pure scritto altrove, le fotografie, in genere, non mi rendono giustizia…

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Si tratta di un completo in tessuto di lino, foderato, autentico vintage anni ’60, di sartoria (si comprava la stoffa, non il vestito). Era della mia mamma, che tanto mi somigliava, in statura, numero di piede, ecc.. capello al naturale biondo scuro tendente al rossiccio chiaro e, le poche lentiggini, un po’ tutto insomma, tranne che nel colore degli occhi suoi, azzurrino ceruleo, mentre i miei sono marroni.
Unico cambiamento apportato a questo capo, sono stati i tre bottoni del giacchino con maniche a tre quarti, che completa l’abito senza maniche caratterizzato da motivi di trapunti a vista sul davanti (la stoffa di lino si adatta a queste lavorazioni); creano l’effetto visivo di una chiusura, che invece è sul retro dell’abito con una lampo centrale.
I bottoni originali erano stati tolti e spostati, forse una era andato perduto… io ne ho trovati in merceria di originali, rivestiti di cordoncino in seta di colore celeste chiaro, lo stesso del motivo di fiorellini e rameggi sopra una base di colore neutro, tipico del periodo per questo tipo si stoffa (lino) e, devo dire, anche molto attuale.

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Gli accessori che propongo nelle foto sono uno dei tanti possibili abbinamenti, a seconda delle occasioni e della disposizione d’animo.

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Borsa. Tracollina di forma bombata, in fine paglia intrecciata, di colore blu, con chiusura a cerniera nella parte superiore, bordata di cuoio sottile in vernice nera, identico al manico a tracolla, quasi un cinturino, che richiama nel colore e nel materiale, in nero lucido del copale delle scarpe aperte.
Entrambi questi accessori sono miei autentici vintage anni ’80, che conservo ed uso in vari modi.

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Il colore blu notte della borsina mi ha ispirato nell’aggiungere all’insieme un’altro capo vintage, sempre della mia mamma, originale, dello stesso periodo del vestito e precisamente, un tipo particolare di foulard in stoffa di tulle, del genere indossato come copricapo, per lo più per tenere fermi i capelli nella loro pettinatura – che all’epoca era sempre un po’ elaborata, sollevata e soprattutto ordinata (non piaceva la moda spettinata) – ma che poi alla fine, servivano allo stile del look, per completare; davano all’insieme un tocco in più di eleganza, insomma, vestivano, ma in tono meno impegnativo e serio del classico cappellino o della ricercata acconciatura fermata sopra i capelli (maggiormente in voga nel decennio precedente), senza la quale una signora non poteva dirsi vestita per uscire.

La mia mamma, capello biondo platino, di questi foulard ne aveva diversi, e di diversi colori, tinte unite, trasparenti come velette (e così le chiamava anche, ricordo), a volte con qualche motivo interno a rilievo, in tinta, che nulla toglieva alla trasparenza ed alla consistenza semirigida del tulle. Io ne conservo ancora in buono stato almeno quattro ed, in questo caso, ho tirato fuori per l’appunto quello di colore blu scuro, per richiamare la borsa, indossandolo alla maniera più modaiola (magari non mi sta tanto bene…), per rendere al meglio l’idea di quanto ho scritto.

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Bigiotteria. Questo genere di abiti vintage, secondo me va d’accordo con spille e collane a perle graduate, anche a più fili. Io però qui ho apposto solo una semplicissima spillina sul risvolto del giacchino, quasi di foggia maschile, in lega di metallo (acciaio e argento) e smalto blu, a forma di stellina; che nelle foto scompare un po’, come pure avviene per gli orecchini a clipes, vero pezzo forte secondo me, dalla forma ovale, classici nella lavorazione, con al centro un vetro cabochon dai riflessi color celeste, sempre autentici della mia mamma, vintage anni ’50!

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“E dato che ci siamo, vorrei aggiungere che quella del colore è solo una questione di gusto.”

[Oscar Wilde, “Il fantasma di Canterville“]

vedi anche “Vintage 1” ,

“Vintage 2”,

Vintage4

Vintage 5

Vintage 6


Abusivo e decadente

“Abolirete le classi governanti? E’ un esperimento interessante. Credo che fosse il piano originale della creazione, e che sarebbe riuscito, se non fosse stato per Caino.”

[ Rafael Sabatini, “Scaramouche“]

 

A B C D – Rendere l’idea di un paese, attraverso un’immagine evocativa, un colore o un aggettivo che lo caratterizzi: quasi un gioco da tavolo…
A furia di sentire e risentire, di vedere e di sperimentare io stessa, di vivere insomma, del tumulto e delle ferite nostre (nazionali) ed anche di quelle simili o uguali, presenti altrove, a furia di tutto questo ballare in pianto, mi sono alquanto convinta, che tutto lo sfogo ed il lamento (legittimi) con cui, tanti di noi reagiamo ai mali storici e nuovi del nostro paese, altro non sarebbe se non una esternazione (maldestra) di affetto; non mai disprezzo, semmai dispiacere. La rabbia nasce in fondo dal dispiacere, dalla sofferenza e dalla sottomissione all’ingiustizia.
E’ una forma di affezione ed insieme una sensazione profonda di impotenza; una reazione al rischio di oblio, sempre temuto e sempre in agguato. E’ preghiera.

 
“Invece di maledire il buio è meglio accendere una candela.”

[Lao Tzu]

 
E non è che il resto del mondo, tutto considerato, offra spettacoli migliori del nostro o modelli esemplari… Voglio dire, che un po’ tutti ed ognuno nel suo genere, i paesi ed i popoli, avrebbero di che correggersi: abbiamo tutti le nostre vergogne.

 
“Se un uomo non è disposto a lottare per le sue idee, o le sue idee non valgono niente, o non vale niente lui.”

[Ezra Pound]

 
A me, a pelle, interessa molto più l’orizzonte mio: skyline di un paese abusivo, linea instabile, perennemente velato dalla nebbia di una magnificente ed eterna decadenza; grandezza sua, che si perde nella notte dei tempi.
Malanno ed insieme cura, croce e delizia di noi tutti, sindrome strisciante, che ha il merito ogni volta, di riportare alla giusta dimensione umana ogni babelica pretesa di chissà quale soluzione ufficiale, definitiva, ad una condizione che, proprio per il nostro stesso genio ed in quanto peculiare, appare come una specie di condanna ovvero, una sorta di epidemia endemica, attraverso la quale dover passare tutti, prima o poi, per poterne uscire vaccinati, vivi ma provati e che, se saputa prendere, ci può offrire l’occasione della nostra vita.

 
“Cominciate col fare ciò che è necessario, poi ciò che è possibile. E all’improvviso vi sorprenderete a fare l’impossibile”

[San Francesco]

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Emidio il santo

“Si Dios no construye la casa en vano se afanan los constructores; si Dios no guarda la ciudad en vano vigila la guardia.”

[Salmo 127]

s_emidio001S. Emidio vescovo, protettore da terremoti, alluvioni e inondazioni (ed anche epidemie), era nato da nobile famiglia, negli anni attorno al 273 d.C., nella città romana di Augusta Treveronum, oggi Treviri (Trier, Germania), una delle capitali dell’Impero Romano del tempo.
Convertitosi al Cristianesimo, grazie alla predicazione dei Santi Nazario e Celso, fu nominato vescovo da Papa Marcello II ed inviato ad evangelizzare i romani pagani della opulenta città di Ascoli Piceno, all’epoca della persecuzione di Diocleziano, dove subì il martirio (taglio della testa) nell’anno 303 d.C. (il giorno 5 del mese di Agosto) per ordine del prefetto Polimio, alla cui figlia , che dallo stesso padre gli era stata promessa in sposa, Emidio aveva impartito il battesimo, dopo che lei si era convertita al Cristianesimo.
Da allora egli è patrono della mia città, Ascoli Piceno e grande protettore contro i terremoti, pregato e stimato per questa grazia in varie città italiane ed europee ed in altre parti del mondo, dalle Americhe alle Filippine. La sua città natale Treviri, in Germania, è gemellata con la città di Ascoli e molti sono i comuni che hanno chiesto di ottenere la cittadinanza ascolana, per la rinomanza del potere di questo santo e che, ne invocano la protezione come loro patrono o compatrono; una per tutte Napoli, che, il giorno 29 dicembre 1732, dopo che si era verificato un terribile terremoto, con un’ordinanza del Tribunale degli Eletti (vedi Giunta Municipale), sceglieva S. Emidio come suo compatrono contro i terremoti, affidando al musicista Giovan Battista Pergolesi (1710 – 1736) da Jesi l’incarico di comporre una Messa Solenne per l’evento; diretta da lui stesso nell’occasione, nella chiesa di S. Maria della Stella (rimasta indenne dal sisma), in cui vi era un altare dedicato a S. Emidio; mentre a Roma stessa, si trova una pala d’altare a lui dedicata, precisamente nella chiesa di S. Maria Nuova o Francesca Romana.

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Non vi sono documenti scritti dell’epoca in cui visse Emidio, certamente fonti orali; la fonte più antica per la sua biografia è la “Passio”: agiografia redatta da un monaco durante gli anni di vescovado di Bernardo II (1045 – 1069), quando cioè questi fece costruire in cattedrale la cripta dove traslare i resti mortali del Santo e dei suoi compagni di martirio, conservandoli in un sarcofago di età romana, fino ai nostri giorni.
In occasione della prima traslazione delle spoglie del Santo, vicino alla sua prima sepoltura, avvenuta in una zona periferica di destinazione cimiteriale all’epoca della morte, nel buio di una grotta umida, venne ritrovata, a vegliare sulla sua tomba, una piantina di basilico in fiore. Da allora il “fiore di S. Emidio”, in occasione della sua festa patronale (5 Agosto), viene benedetto in gran quantità, di prima mattina, sul sagrato della cattedrale e, comprato per devozione e tradizione, da ascolani e turisti ivi presenti.
S. Emidio protegge la città di Ascoli Piceno dagli effetti nefasti dei sismi. In più occasioni si è verificato che, persone nate ad Ascoli si siano trovate al centro di eventi sismici gravi, avvenuti fuori dalla loro città e che si siano stranamente (miracolosamente) salvate; storici e studiosi riportano la descrizione di tali fatti in vari libri e pubblicazioni ed, uno di questi avvenimenti io lo conosco per certo, di prima/seconda mano: è la storia che mi ha raccontato una signora vivente, mia amica, della sorte di un suo zio di Ascoli, ufficiale di marina nella città di Messina durante il terribile terremoto dell’inizio del secolo scorso, il quale, nonostante la totale distruzione della caserma in cui alloggiava, ne uscì indenne, in modo davvero prodigioso.
Nella mia città ci sono stati e ci saranno sempre terremoti, ma non vi muore mai nessuno.
Noi in Italia viviamo di “grazie” di “santi”… Alla luce delle mie esperienze e delusioni e, del mio mezzo secolo buono di vita, io oggi sono senza dubbio più propensa a credere e pregare quelli di essi che si trovano nell’alto dei cieli, piuttosto che dare ascolto alle parole ipocrite dei santi lestofanti che circolano liberi e di cui è impestato questo mondo.
E così sia.

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Tempietto edificato nel 1633, sul luogo del martirio del Santo, costruito attorno al blocco di granito su cui S. Emidio fu decapitato: una pietra di forma rotonda, inglobata nell’altare, che è possibile vedere e toccare con mano.

 

 

 

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Tempietto rupestre, realizzato nelle re grotte di S. Ilario; primo luogo di sepoltura del Santo e dei suoi compagni martiri. Dopo il terribile sisma cittadino del 1703, fu disposto di abbellirne la facciata, affidando l’incarico all’architetto Giuseppe Giosafatti, mantenendone la nuda roccia nell’antro.


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“Eppure ella non era petite. Era semplicemente ben proporzionata; cosa rara in un’età in cui troppe donne sono più grandi del naturale, oppure del tutto insignificanti.”

[Oscar Wilde, “Il delitto di Lord Arthur Savile“]

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Questo è un autentico abito degli anni ’70, mantenuto in condizioni perfette ed appartenuto ad una vera signora, che mi ha voluto onorare della sua amicizia, come pure la sua signora figlia, la quale, oltre che per affetto nei miei confronti, anche perché sa quanto io apprezzi il genere, me ne ha fatto dono, per me graditissimo, insieme ad alcuni altri capi, che per ora non dico, rimandandone la descrizione ai miei prossimi post su vintage ed abbigliamento.

E’ un vestito intero in rasatello di viscosa o simile; non presenta etichette o stampigliature che ne indichino il materiale, perché è stato realizzato con stoffa al metraggio, cucita in sartoria secondo le misure esatte della sua proprietaria, come si usava fare in quel periodo, da parte di chi ci teneva a vestire, con capi unici e su misura, curati nelle rifiniture, quelle che si vedono ed anche quelle che non si vedono (ancora oggi, se devo giudicare un capo, guardo il suo rovescio…). Ci si rivolgeva alla sarta di fiducia o, presso l’atelier locale, il più quotato e più noto della città, fra le frequentazioni di società.

La signora a cui era destinato aveva un fisico da manichino, tale da rendere giustizia al lavoro di sarte e modelliste. Io sono più piccola, come ho già spiegato nel mio post “Vintage 1”, e come si vede dalle foto. Ciò ha imposto di conseguenza una serie di ritocchi all’abito stesso, da parte della mia sarta, studiati appositamente al fine di renderlo indossabile e calzante da me, senza però stravolgerne la foggia e la particolarità della stampa: una fantasia a fasce digradanti, in crescendo dall’alto verso il basso, di quadrati pieni sui toni del verde, circoscritti ognuno da un bordo blu scuro vagamente richiamante il tratto di un pennarello a spirito ed, in parte intercalati da una griglia stampata a tratti più fini e di tono meno acceso in colore blu avio, il tutto su di un fondo di colore tra il beige ed il crema, per terminare, nella parte finale della gonna, in una fascia in tinta unita di colore verde che, per ragioni di altezza mia e di lunghezza dell’abito, purtroppo è dovuta venire via del tutto; si era cercato fino in ultimo di poter fare a meno di questo taglio, ma non c’era altro modo, se si voleva conservare il vestito così com’era e, contemporaneamente adattarlo alla mia figura.
Ho pensato di rimediare alla perdita trasformando la stoffa tagliata in una cintura a fascia in tinta unita, da indossare in alternativa a quella nella fantasia a quadretti di cui l’abito è già dotato o, come ho fatto nella mia foto, da unire ad essa inserendola negli stessi passanti in stoffa, come un doppio accessorio, un motivo estetico in più.

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Io lo trovo bellissimo, in accordo con tutti quelli che me lo hanno visto indossato. Il taglio generoso dei risvolti del collo, i bottoni artigianali rivestiti di stoffa per chiudere sul davanti l’apertura, che scende fino in vita e, le pieghe laterali sulla gonna, sono tutti dettagli di decoro nel vestire e di scelta stilistica di buon gusto. Si fa notare, insomma.
Per completare e non lasciare a se stesso questo abito, ho pensato ad alcuni abbinamenti con gli accessori principali (scarpe, borsa, bigiotteria…).
La caratteristica consistenza e vestibilità del tipo di stoffa, fa sì che si presti ad essere indossato in più di una stagione ovvero, fin dalla mezza stagione inoltrata, a tutta l’estate ed oltre; quindi con o senza calze, con scarpe chiuse o aperte, con cardigan o spolverino, ecc… Cose che faccio, in quanto ho diverse opzioni nel mio guardaroba e scarpiera, che mi permettono di utilizzarlo in più modi. E’ un abito da giorno, ma trattandosi di un vintage non da poco, l’occasione d’uso sarebbe tutta da organizzare.

Una proposta con scarpe meno aperte è stata la scelta di abbinarlo con un altro vintage autentico e sicuramente alla sua altezza: un paio di scarpe in fine pellame, blu e panna, datate 1976 (roba mia), già un revival ai suoi tempi; da notare la raffinatezza del bicolore, in cui il blu richiama i colori della stampa dell’abito ed il color panna il suo sfondo (necessitano di calze).

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Poi, un po’ per togliere al tutto eventuale austerità, un po’ per restare in tema di gusti anni ’70, ho scelto di abbinare a questo insieme una borsa con i manici ad anello (tipo bamboo), del genere che tanto successo ebbe il quegli anni, ma del tutto nuova, realizzata da me, a mano ad uncinetto (con lavorazione a punto riso) in filo di cotone semilucido da maglieria, di colore rosa antico e, sulla quale ho applicato i due manici rigidi a semicerchio (reperibili in merceria, sotto la voce “lavori femminili”) di colore blu, oltre ad un bottone datato di bachelite, in tinta, preso dalla mia personale collezione di bottoni storici, che funge tanto da chiusura, quanto da decoro discreto, sul davanti.

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Altro abbinamento di accessori, per un uso più estivo dell’abito, più neutri, per uscite meno impegnative: scarpe molto aperte in cuoio, con fibbia di metallo brunito sul decolleté, che richiama nel materiale quella similare, che si trova sul davanti della borsa in tela, di colore grezzo, con rifiniture e manico di cuoio; a sua volta un modesto vintage degli anni ’80, che però sembra quasi roba dei nostri tempi. Chiedo venia per la qualità delle foto, ma non sono una professionista nel campo.

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Nelle foto, che ho voluto presentare sia a colori che in bianco e nero, per soddisfare la mia nostalgia, si può vedere che ho proposto un terzo abbinamento, indossando un paio di scarpe aperte di camoscio verde con zeppa in corda, che fanno sembrare l’abito molto più attuale e che, proprio per il loro colore ed il loro materiale, secondo me si sposano bene con molte altre scelte di accessori.

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Ho voluto pensare un poco anche alla bigiotteria, qualcosa fra quanto possiedo, più o meno datati. Si tratta di una collana di perle sintetiche color crema, non troppo lunga; era della mia mamma, di quando la bigiotteria si realizzava quasi come la vera gioielleria, molto rifinita (notare i nodini dell’infilatura fra le perle, una ad una e, la chiusura classica del tutto simile a quelle vere in oro bianco tipiche del periodo a cavallo fra anni ’60 ed anni ’70, ben lavorata, con il gancio di sicurezza ed una pietrina verde smeraldo incastonata, che in tanti anni non è mai venuta via), fatta per durare, le cose non si rovinavano solo a guardarle, oppure semplicemente lasciandole riposte, per ritrovarle poi cambiate di colore, annerite, scrostate, ecc…

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Di idee per questo abito ne avrei tante altre… ho diversi cappottini in maglia, 7/8 di lunghezza, nei colori blu, verde, panna, azzurro polvere, ecc… da vedere. Ma, sarebbe troppo lungo, e noioso.
“L’immaginazione è più importante della conoscenza.”

[Albert Einstein]

vedi anche: “Vintage 1” e,Vintage 3″,

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