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scritti a penna… da qualche parte.
Sono storia.

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“Idolo a me stesso sono diventato, ferendo la mia anima con le passioni. Accoglimi pentito e alla tua luce attirami. Non mi divori il nemico: pietà di me mio Salvatore.”

[ Andrea di Creta]

 
– “Quando sei al cospetto di uno squalo cosa è meglio fare? Agitarsi oppure reggere il gioco e mostrare il mio miglior sangue freddo?” –

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“Anche se tu vedessi un altro cadere manifestamente in peccato, o commettere alcunché di grave, pur tuttavia non dovresti crederti migliore di lui; infatti non sai per quanto tempo tu possa persistere nel bene. Tutti siamo fragili; ma tu non devi ritenere nessuno più fragile di te.”

[ Imitazione di Cristo]

 
– “Scivoli sempre sulle bucce di banana, per poi tornare sui tuoi passi a chiedere scusa. Ma chi te lo fa fare?” –

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“Le nostre imperfezioni, figliuol mio, ci devono accompagnare sino al sepolcro: noi non possiamo camminare senza toccare la terra, vero è però che non bisogna coricarvisi, né rivolgervisi, ma non bisogna anche pensare di volare perché noi siamo nelle vie dello spirito come piccoli pulcini, che non abbiamo ancora messe le ali.”

[Pio da Pietralcina]

 
– “Comunque le mie non sono vere e proprie lamentele, ma come al solito semplici provocazioni… e tu, puntualmente ci cadi dentro.” –

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“Curioso fatto, che il vivere arrabbiato piaccia tanto! Vi si pone una specie di eroismo.”

[Silvio Pellico, “Le mie prigioni“]

 
– “Tu sei in guerra contro tutti, fai la guerra sempre, fai la guerra anche quando fai l’amore. Con te sono giunta alla conclusione che in realtà le donne non ti piacciono.” –

– “Perché mi stai avvelenando a piccole dosi.” –

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“Una volta deciso che la cosa può e deve essere fatta, bisogna solo trovare il modo.”

[Abraham Lincoln]

 
– “Prendimi sul serio: per quel che mi riguarda è tutto finito. Noi non ci vedremo mai più. Buona fortuna.” –

Dafne_Lumachina
“La vita è abbastanza lunga se impiegata al bene. Ma quando si consuma tra la lussuria e nessuna buona causa, alla fine ci accorgiamo di averla dissipata.”

[Seneca, “De brevitate vitae“]

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Senza età

“… a voi spiego il mio affanno
e de la pena mia
narro, e ‘n parte piangendo, acerba istoria…”

[T. Tasso]

Sono di nuovo a proporre una comparazione di testi lirici (vedi “Tornare”, “Essere e non essere” e “Lampi nel buio” in “F.C. confidenziale”).
Questa però, non è la dualità solita, fra testi di canzoni della musica leggera italiana, che a volte ho voluto brevemente e sommariamente esaminare, a modo mio, scegliendo due esempi da descrivere in abbinamento. E’ invece una cosa, che tempo fa mi ha colpito i sensi e di cui, mi sono riproposta di parlare e scrivere, come al solito, cercando di fare del mio meglio.
Quando l’ho letta attentamente, la poesia di Francesco Petrarca che qui segue, ho avvertito un lampo, di ispirazione ed insieme di simpatia e, l’animo mi si è illuminato, nel ritrovare la stessa sensazione di sofferenza interiore, penosa eppur gentile, fortemente maschile, disperata e forte, che in me aveva evocato già, la superba canzone di musica cubana dal titolo “Desdichado”.
Tanto era stato lo stupore ammirato del momento, che subito avevo buttato giù alcune righe di commenti, i quali non mi era riuscito di trattenere in cuor mio e che, citati fra due parentesi, abbino rispettivamente ai due testi:

La vita fugge, et non s’arresta una hora,
et la morte vien dietro a gran giornate,
et le cose presenti et le passate
mi danno guerra, et le future anchora;

e ‘l rimembrare et l’aspettar m’accora,
or quinci or quindi, sì che ‘n veritate,
se non ch’io ò di me stesso pietate,
i’ sarei già di questi pensier’ fora.

Tornami avanti, s’alcun dolce mai
ebbe ‘l cor tristo; et poi da l’altra parte
veggio al mio navigar turbati i venti;

veggio fortuna in porto, et stanco omai
il mio nocchier, et rotte àrbore et sarte,
e i lumi bei, che mirar soglio, spenti.

[Francesco Petrarca, RVF, 272]

(qualsiasi specie di “traduzione” non serve, non sarebbe bella e neanche facile. Farebbe diventare una poesia che smuove le viscere, una specie di pagina di diario, ad uso di una indagine delle forze dell’ordine…)

Una delle grandi novità, che esprime la poetica di Petrarca, è il passaggio dalla dimensione sociale alla dimensione interiore, della poesia, anche d’amore. L’interiorità e la soggettività sostituiscono la consueta vita di relazione, spesso rappresentata nella poesia occidentale del suo tempo. Soggetto e punto centrale della rappresentazione, non è più la donna del caso, ma bensì, l’animo tormentato del poeta, la sua sofferenza, la sua passione, la sua richiesta di venirne liberato, quasi una preghiera disperata. Il poeta qui non ha cantato la “signora del suo cuore”; il vero soggetto dell’opera è il suo cuore stesso, torturato dall’amore, senza barlume di soluzione.

DESDICHADO
(Bolero – San) (Benny Morè)

Soy un bardo que el destino
lo maltrata duramente
què triste es vivir asì
en un constante sufrir

Es mi vida un crucigrama
no sé como resolverlo
por eso voy a la barra
y allì me pongo a cantar
y a beber para olvidar
las penas que se interponen
duramente en mi camino

Yo soy fatal en el amor
mi situacion me causa horror
perdì la fé, no sé què hacer
Dios mio, ten compasion
Dios mio, ten compasion
Dios mio, perdoname

Qué buenas son
Qué buenas son
Qué buenas son
Cuando quieren

Dios mio ten compasion
Dios mio perdoname

Para una mujer bonita
Yo tengo un amor sincero
qué buenas son
qué buenas son
por eso es
que yo las quiero

Dios mio ten compasion
Dios mio perdoname

Adoracion, mi cielo
pero mira como yo te quiero
Dios mio ten compasion
Dios mio perdoname.

[Compay Segundo: Armonica voz segunda, Benito Suarez :Guitarra, Salvador Repilado: Contrabajo, Felix Valoy: Voz solista, Adel Rodriguez: Bongo, Hugo Garzon: Maraca]

(Questa canzone, di cui conosco la musica languida ed il tema stesso e le parole con le quali è stato espresso, mi riportano allo stato d’animo provato dal “personaggio Petrarca” del “Canzoniere“, della 272, ai suoi sentimenti lì espressi. Così mi sembra.)

Se ci si pone in atteggiamento attento, con l’orecchio “interno” disponibile all’ascolto che va oltre la musica, pure stupenda, di questa canzone, se cioè, ci si lascia andare, all’ascolto del suono della sofferenza, espressa dal cantante ed accompagnata dal pianto di una melodia musicale viva e penetrante, come viva e penetrante è la corporeità di un uomo innamorato, se si arriva a ciò, allora, non c’è altro da dire su questo testo, se non che esso deposita in noi una scia di profonda umanità, in cui è facile ritrovare altri ritmi, di altri tempi ed in altri luoghi, lontani eppure vicinissimi, perché essi sono senza età.

Vale la pena di citare qui anche il commento che fa parte dell’edizione dalla quale ho attinto per il testo stesso oltre che per ascoltarne l’interpretazione musicale:

Comentario

A Valoy, por su peculiar y sonero timbre de voz se le ha comparado en ocasiones con Benny Morè. Con todo el respeto que nos merece la figura de “El Barbaro”, la interpretacion que Valoy hace de su “Desdichado” (tambien conocido como “El Bardo”) da la razon a los que asì piensan.

Este tema, muy poco conocido hoy, lo grabò Benny en la decada de los 50 para RCA Victor con la orquesta de Mariano Merceron, una de las mas celebres Big Bands de aquel momento, posteriormente Benny formaria su legendaria Banda Gigante, con la que llegò al cenit como interprete, compositor y arreglista. Con “Desdichado”, Compay Segundo quiere rendir homenaje a su amigo Benny Morè.
!Va por usted Maestro!

[Compay Segundo, Lo mejor de la vida, A Warner Music Group Company, 1998]pantaloni

 


Il baratro e qualcuno

“Un niente basta a far battere un cuore, come un niente lo può fermare. E se un niente può fermarci sull’abisso, la speranza fa suo questo niente; vi si incarna, ne prende il volto e la voce. La speranza vede la spiga quando i miei occhi di carne non vedono altro che il seme che marcisce.”

[Primo Mazzolari]

 
Oramai potrei definire consueto, il lavoro di breve analisi e comparazione di testi di canzoni italiane, le quali vertono, in modi non univoci, su di uno stesso argomento o tema anche secondario oppure di fondo, espresso in ognuna in maniera originale, unica, così come unica considero ogni canzone, nel senso di composizione e musica, nella sua epoca d’oro; sono opere della nostrana musica leggera, reali, rappresentative di tutto un genere artistico e di altri ad esso collegati e collegabili, come pure dei personaggi e della storia umana che vi gira attorno.

Il mio interesse si sofferma su testi, che attraverso sentieri di parole, esprimono sì dei sentimenti, ma anche conducono o ispirano luoghi geograficamente definiti, precise scenografie, tanto reali e fisiche, quanto riaffioranti da ricordi di episodi e gesti, interiorizzati nel passato ed evocati al presente, come per un gioco, più o meno esplicito, un “vorrei e non vorrei”, che maggiormente coinvolge il lettore-ascoltatore.
E proprio “Io vorrei… non vorrei… ma se vuoi” è il titolo della prima canzone qui presa in esame, mentre “Meraviglioso” è il titolo della seconda.

Io vorrei… non vorrei… ma se vuoi
di Battisti – Mogol

Dove vai quando poi resti sola?
Il ricordo come sai non consola…
quando lei se ne andò per esempio
trasformai la mia casa in un tempio

E da allora solo oggi non farnetico più
a guarirmi chi fu?
Ho paura a dirti che sei tu.
Ora noi siamo già più vicini
io vorrei… non vorrei… ma se vuoi…

Come può uno scoglio arginare il mare?
Anche se non voglio torno già a volare…
Le distese azzurre e le verdi terre,
le discese ardite e le risalite
su nel cielo aperto, e poi giù il deserto
e poi ancora in alto con un grande salto…

Dove vai quando poi resti sola?
Senza ali, tu lo sai, non si vola…
Io quel dì mi trovai per esempio
quasi sperso in un letto così ampio

Stalattiti sul soffitto i miei giorni con lei
io la morte abbracciai
ho paura a dirti che per te mi svegliai…
Oramai fra di noi solo un passo
io vorrei… non vorrei… ma se vuoi…

Come può uno scoglio arginare il mare?
Anche se non voglio torno già a volare…
Le distese azzurre e le verdi terre,
le discese ardite e le risalite
su nel cielo aperto, e poi giù il deserto
e poi ancora in alto con un grande salto…
Meraviglioso
di Pazzaglia – Modugno

E’ vero, credetemi è accaduto
di notte su di un ponte
guardavo l’acqua scura
con la dannata voglia
di fare un tuffo giù.
D’un tratto qualcuno alle mie spalle
forse un angelo vestito da passante
mi portò via dicendomi così.

Meraviglioso, ma come non ti accorgi
di quanto il mondo sia meraviglioso
meraviglioso, perfino il tuo dolore
potrà apparire poi meraviglioso

ma guarda intorno a te
che doni ti hanno fatto
ti hanno inventato il mare
tu dici: “Non ho niente”
ti sembra niente il sole
la vita, l’amore.
Meraviglioso, il bene di una donna
che ama solo te, meraviglioso
la luce di un mattino
l’abbraccio di un amico
il viso di un bambino, meraviglioso.

Ma guarda intorno a te
che doni ti hanno fatto
ti hanno inventato il mare
tu dici non ho niente
ti sembra niente il sole
la vita, l’amore, meraviglioso.

La notte era finita
e ti sentivo ancora
sapore della vita
meraviglioso, meraviglioso,
meraviglioso ecc…

In entrambi i testi, si sviluppano narrazioni di eventi trascorsi, scandite da un susseguirsi di frasi per lo più brevi, concise, esplicite; semplici descrizioni o affermazioni generose e carezzevoli, con intento di convincere e consolare, come avviene nel secondo testo (dal nono verso in poi).

In luogo di addentrarmi in spigolature, volte ad evidenziare gli estremi geografici di spazi intimi propri dei personaggi di cui canta il testo, mi preme stavolta soffermarmi su di un solo aspetto, fra i tanti, e che è comune ad entrambe le due canzoni e cioè, sul pensiero puro della morte, della propria morte.

Nel secondo testo, quasi a dispetto del titolo stesso (“Meraviglioso”), l’idea della morte occupa la strofa d’inizio, quasi un antefatto, un vassoio sul quale offrire poi, tutta la dolcezza (non sdolcinatezza) del resto della canzone, un lungo abbraccio salvifico, come appunto può essere quello di un amico, esplicitamente citato al verso 22; e che quasi attraverso un niente, raggiunge il suo scopo. Dico niente, perché è al niente citato dal cantante-narratore-io del testo, che il secondo protagonista contrappone la positività delle cose che chiunque ha o può avere, al costo di un niente, appunto.

Nella prima canzone, la morte, anche se qui diversamente dalla seconda, è chiamata espressamente con il suo nome, è però invero appena accennata, nominata in quell’unica volta, al verso 21, al più adombrata al precedente verso 20 e poi, mai più compare.
Ma tanto basta, perché a quel punto e da quel punto in poi, si giustifica su tutto il testo, anche precedente, una più tetra lettura, la percezione di un disastro interiore. Anche qui, è la presenza viva di una nuova persona, che mette in moto quel meccanismo di rinascita da cui l’essere umano attinge, seppur non volendo, come ripete languido il cantante-soggetto; una risorsa dalla portata a noi stessi sconosciuta…

cameriera


Essere e non essere

“Soffri indegno dolore e si smarrisce l’animo tuo prostrato nel delirio; come un medico inabile sorpreso dal male, t’abbandoni, e ti vien meno il rimedio che valga a risanarti.”

[Eschilo, “Prometeo“]

Era da tempo che pensavo di tornare a curiosare sui testi di canzoni di musica leggera. In particolare di guardare al tema della solitudine interiore, in ambienti geografici affollati e rumorosi, quali possono essere quelli della città, città abbastanza grande e abbastanza anonima da giustificare la sensazione di estrema solitudine e di vuoto individuale, intimo, che si ripercuote idealmente anche all’esterno, per la forza stessa del sentimento provato.
Le due canzoni che ho deciso di prendere in esame e mettere in comparazione, si esprimono in tali termini già nei loro titoli: “Solo” e “Città vuota“.
Il tema di base su cui si appoggiano i due testi è quello del rapporto sentimentale di coppia, anche se io ritengo, proprio a partire dai loro titoli, che il principale motivo portato in scena, sia quello tutto poetico, della sofferenza personale del narrante, che si racconta attraverso la rappresentazione di quadri espressivi, tratteggiati con poche studiate parole; canta la propria condizione interiore di disagio sentimentale, descrivendone la ragione ed anche i fatti più toccanti e l’inutilità di ogni ovvio rimedio, nel dover comunque andare avanti così. Le due canzoni si risolvono infine in epiloghi differenti.

Solo
di Claudio Baglioni

Lascia che sia
tutto così
e il vento volava sul tuo foulard
avevi già
preso con te
le mani, le sere, la tua allegria…
Non tagliare i tuoi capelli mai
mangia un po’ di più che sei tutt’ossa
e sul tavolo fra il thè e lo scontrino
ingoiavo pure questo addio…
Lascia che sia
tutto così
e il cielo sbiadiva dietro le gru
no, non cambiare mai
e abbi cura di te
della tua vita, del mondo che troverai…
Cerca di non metterti nei guai
e abbottonati il paltò per bene
e fra i clacson delle auto e le campane
ripetevo “non ce l’ho con te”
e non darti pena sai per me
mentre il fiato si faceva fumo
mi sembrava di crollare piano piano
e tu piano piano andavi via.
E chissà se prima o poi
se tu avrai compreso mai
se ti sei voltata indietro.
E chissà se prima o poi
se ogni tanto penserai
che son solo.
E se adesso suono le canzoni
quelle stesse che tu amavi tanto
lei si siede accanto a me sorride e pensa
che le abbia dedicate a lei.
E non sa di quando ti dicevo
“mangia un po’ di più che sei tutt’ossa”
non sa delle nostre fantasie, del primo giorno
e di come te ne andasti via…
E chissà se prima o poi
se tu avrai compreso mai
se ti sei voltata indietro.
E chissà se prima o poi
se ogni tanto penserai
che io solo… resto qui
e canterò solo, camminerò solo, da solo continuerò.

In questa prima canzone il narratore, dopo aver reso con le sue descrizioni, il sentimento di profondo affetto che lo lega alla donna, così perduta per sempre, comunica infine il dubbio, che sta accompagnando la sua vita e, di fronte alla amara constatazione della impossibilità per lui di ottenere risposta alla domanda che martella i suoi pensieri, conclude quasi tragicamente, con un quadro dall’immagine statica: la sua vita è quasi ferma, pur nel suo andare avanti, ed in totale solitudine; è un “buongiorno tristezza”, senza speranza all’orizzonte, quell’orizzonte “dietro le gru”, in cui un certo giorno, ha visto fermarsi il suo tempo migliore.

Città vuota
testo di G. Cassia

Le strade piene, la folla intorno a me
mi parla e ride e nulla sa di te
io vedo intorno a me chi passa e va
ma so che la città
vuota mi sembrerà se non ci sei tu
c’è chi ogni sera mi vuole accanto a sé
ma non m’importa se i suoi baci mi darà
io penso sempre a te, soltanto a te
e so che la città vuota mi sembrerà se non torni tu
come puoi tu vivere ancor solo senza me
non senti tu che non finì il nostro amor
le strade vuote deserte sempre più
leggo il tuo nome ovunque intorno a me
torna da me amore e non sarò più vuota la città
ed io vivrò con te tutti i miei giorni
tutti i miei giorni, tutti i miei giorni.

In questa seconda canzone, la narratrice, donna, speranza… pur non concedendo apparentemente alcuna certezza di lieto fine, pronuncia in chiusura, il suo invito accorato al suo amante, instillando viva speranza, la stessa che lei vuole provare, non cedendo alla rassegnazione ed al presente e futuro destino di tristezza, suo e della città intera, che sembra quasi essere essa stessa uno dei soggetti principali della canzone: la città partecipa alla pena del narratore e si trasforma.
Il quadro idilliaco ed invitante, prospettato dalla frase di chiusura, in forma ripetitiva, da eco, a dar maggior forza alle parole, a far sì che senta la persona a cui sono rivolte, è tutto un concentrato di desiderio non trattenuto ed a cui, sarà difficile dire di no.donnina marinaretta


Lampi nel buio

” Cos’è la vita per me? il tempo mi divorò i momenti felici: io non la conosco se non nel sentimento del dolore: ed or anche l’illusione mi abbandona – medito sul passato; m’affiso su i dì che verranno; e non veggo che nulla.”

[Ugo Foscolo, Ultime lettere di Jacopo Ortis]

Sono convinta che l’istinto a far partecipe il pubblico delle nostre confidenze, ci derivi dalla condizione di “esuli” nella quale tanto spesso ci troviamo. Viviamo vite da esiliati, ogni volta che non sappiamo dove andare, non sappiamo cosa fare, non sappiamo deciderci su come fare bene una cosa e perché non vediamo sul nostro orizzonte nessuna possibilità per noi, nessuna soluzione. E quando avviene che questo dramma umano, tocchi allo stesso tempo tanta gente, compresi quelli che ci sono attorno, che ci sono anche cari, allora la percezione della sensazione di esilio – da noi stessi e dal mondo – anziché smorzarsi e farsi più sopportabile, in quanto condivisa e compresa dal prossimo , proprio per questo, si fa invece insostenibile e più disperata, ed ancor più appare irrisolvibile, nella sua generalità.
Cediamo. Una resa senza più speranze, senza più forze residue, quasi come ferro forgiato, battuto… quante volte è accaduto di sentirci in questa condizione durante la vita, con la sola forza reattiva del battito del nostro cuore. Questi periodi tanto critici della nostra storia, sono eppure illuminati da lampi di vitalità e di genialità: il dolore d’improvviso non è più sterile, inizia ad innalzarsi in noi, a salire sempre più dal nostro intimo, fino ad uscirne, diviene la nostra forza maggiore, ci sostiene e ci spinge a comunicare la parte non visibile di noi.
Sono sempre rivelazioni toccanti e coinvolgenti; la stessa pena, che affligge allo stesso modo tanti di noi, seppur anche in luoghi fisicamente lontani tra loro, si fa condivisione e vicinanza di cuori. Una comunanza di sentimenti e di luoghi, universalmente riconosciuti, attraverso la sincerità e spontaneità della confidenza, ci tocca nel profondo e ci accarezza. E’ un motivo che ci suona dentro, in musica ancor più che con le parole. Proprio come avviene attraverso le canzoni della musica leggera.
Vale la pena fissare un po’ l’attenzione su alcuni testi esemplari di canzoni italiane, brani senza tempo, densi di significato:
Amara terra mia
di Modugno – Bonaccorti

Sole alla valle, sole alla collina, per le
campagne non c’è, più nessuno.
Addio, addio amore, io vado via,
amara terra mia, amara e bella…

Cieli infiniti e volti come pietra, mani
incallite ormai senza speranza.
Addio, addio amore, io vado via,
amara terra mia, amara e bella…

Tra gli uliveti, nata già la luna, un bimbo
piange, allatta un seno magro.
Addio, addio amore, io vado via,
amara terra mia, amara e bella…

Paese mio (Che sarà)
di Migliacci – Fontana – C. Pes

Paese mio che stai sulla collina,
disteso come un vecchio addormentato
la noia, l’abbandono, il niente son la tua malattia,
paese mio ti lascio io vado via.

Che sarà, che sarà, che sarà.
Che sarà della mia vita chi lo sa.
So far tutto o forse niente, da domani si vedrà,
e sarà, sarà quel che sarà.

Gli amici miei son quasi tutti via
e gli altri partiranno dopo me.
Peccato perché stavo bene in loro compagnia,
ma tutto passa, tutto se ne va.

Che sarà, che sarà, che sarà.
Che sarà della mia vita chi lo sa.
Con me porto la chitarra e se la notte piangerò,
una nenia di paese suonerò.

Amore mio ti bacio sulla bocca
che fu la fonte del mio primo amore,
tu do l’appuntamento dove e quando non lo so,
ma so soltanto che ritornerò.

Che sarà, che sarà… … … ..

Nella prima canzone (“Amara terra mia”), fin dal titolo, sentimentale e struggente, compare un duplice senso o significato, nel dettare il tema stesso del testo, che è quello del sentimento di amarezza, dal dover andarsene da ciò che si ha di più caro e quindi anche del sentimento di amore; amore-amarezza, per la propria terra e insieme per la donna amata, donna appena accennata, nel ritornello ripetitivo, quasi affannoso, in cui si scioglie tutta la sofferenza di un doppio addio. Un intreccio di amore bello ed amara disperazione, che seguita lungo tutto il testo e che ad ogni strofa si chiude sull’aggettivo “bella”, espresso accoratamente, allungando con il canto la parola, fino a lasciare nell’aria un ché di sospensione…
Anche l’aggettivo “mia”, presente sia nel titolo che nel testo, evoca spontaneità ed amore, mima un abbraccio, trasmesso attraverso una melodia lenta ed ondeggiante, come un gesto che quasi dipinge i lunghi flutti del mare, che via via allontanano il protagonista dal suo bene. Dondolano le sue parole e sfiorano, ora la terra dei suoi natali, ora la donna della sua vita, tratteggiate in termini che sono simboli dell’una e dell’altra: valle, collina, campagna, la durezza della pietra e gli uliveti nella notte (religioso retaggio di attesa di un domani indesiderato, ultimo giorno, ultima notte); e dall’altro lato, volti, mani, un bimbo, un seno, in un finale di paesaggio desolante, alla luce della luna (femminile). Su tutto domina una povertà magistralmente espressa in termini di privazione: privazione di genti, di speranze, di segni di opulenza (“seno magro”); la geografia di un paesaggio in cui il sole è solitudine e l’infinità del cielo è il vuoto, tutto è il nulla, geografia della disperazione, in cui il profondo e definitivo addio appare senza percezione di riscatto e di ritorno.


La seconda canzone (“Paese mio” – “Che sarà”), ha in comune con la prima il tema dell’addio e della partenza, da un luogo e da persone care, identica la frase di chiusura “io vado via”. Ed ugualmente si ritrova, a partire dal titolo, la parola dell’abbraccio e cioè l’aggettivo “mio”; riferito al paese intero, agli amici, alla donna amata; pilastri della vita di ognuno, temi cari a tanti autori, cantati e celebrati da sempre (non si può non ricordare il crescendo cantato dal “Rigoletto”, nella celebre opera di Verdi, nel rivolgersi alla propria figlia, suo bene più caro, suo solo universo: anche qui il protagonista elenca, con la solennità dell’aria verdiana, quelli che unanimemente sono i punti fermi ed il sostegno della vita e della dignità di ogni uomo, la patria, la famiglia, gli amici…), ma questa seconda canzone, diversamente dalla precedente, comunica sì la tristezza dell’allontanamento – che però qui appare come una scelta frutto della propria volontà e non una forzatura sentita quasi fosse una condanna – ed anche qualcosa di più, la speranza in un domani, trepidazione e insieme curiosità per la vita che il protagonista sa di avere davanti a sé; un’attesa non sterile, la voglia di fare e di vivere.
Due stati d’animo si percepiscono nel testo. Uno fatto di sentimenti che riconducono al tema della separazione, del distacco, della partenza: melodia e parole concordano perfettamente, quando esprimono e descrivono nelle strofe l’indolenza di tutto un paese e della vita che il protagonista si appresta a lasciare, il rammarico per la fine di un bel periodo che egli già archivia fra i ricordi del passato e, la decisa volontà di ritornare, egregiamente espressa nella dignità del saluto alla donna amata, non un addio per sempre, ma un arrivederci, sottolineato dalla ferma certezza di un futuro ritorno, fissato in un simbolico appuntamento. A questo stato d’animo, quasi contrapposto, è il tema del ritornello, ripetitivo nel rimarcare l’incertezza sulla propria vita futura: la musica qui cambia e sottolinea una geografia del tempo, in cui il soggetto dichiara un cambio di vita, a partire da un momento preciso, da domani stesso, “da domani si vedrà”; nel suo guardare avanti non c’è rassegnazione, ma semmai accettazione, c’è apertura e disponibilità, volontà di affrontare il destino, una certezza di cambiamento, con il sostegno del proprio retaggio, senza cioè perdere se stesso e senza disperare di avere consolazione nel momento triste della nostalgia, la notte, il tempo del pianto.
E’ la canzone di un giovane che sa di avere un una vita da giocarsi e che idealizza il proprio futuro, il proprio tempo. Nel salutare il suo paese natio compie il gesto di addio alla sua infanzia trascorsa.
La precedente canzone, ha il tono di un amante sofferente, lamento antico, sensuale e languido. Quest’ultima canzone, ha i colori di un ragazzo, che manifesta il suo affetto di figlio prima di spiccare il volo per la prima volta.figurino ombrellino


Un ritratto

“Viva o mora o languisca, un più gentile
stato del mio non è sotto la luna,
sì dolce è del mio amaro la radice.”

[Petrarca, “Canzoniere”, 229]

Non saprei pensare ad un migliore argomento con il quale iniziare il mio blog di pubbliche confidenze, che non sia lui: mio marito, da quasi trent’anni.
Io sono tuttora attratta e confusa dalla sua figura maschile ed egli, da animale schivo qual è, accetta pazientemente i miei occhi innamorati puntati su di lui.
Adoro l’aspetto esteriore del mio uomo, corpulento e sanguigno. La sua corporeità è forte ed evidente, la sua presenza fisica si impone agli sguardi per la strada ed in pubblico, cattura sempre l’attenzione su di sé, ancor più quando lui è insieme a me: il dimorfismo dei nostri corpi ed il provocante contrasto nei nostri aspetti più evidenti, evocano spontaneamente sensualità ed io, spesso piena di me, come in un preciso gioco, da donna adulta e sicura di sé, colgo ogni più piccola occasione, per esibire con calcolata ostentazione, carne e ossa dell’uomo al mio fianco.
Sono fiera del suo passo misurato e del suo portamento, quel suo incedere con naturalezza, quell’andatura calma su due gambe perfettamente diritte; sono fiera delle sue mani, nobili e dal tocco gentile, con sicurezza poggiate su di me,sempre in cerca del rassicurante ed energetico contatto fisico.
Le sue spalle e la schiena, così imponenti, arrotondate e carnose, modellate sui miei gusti, come pure il suo collo e la nuca, dalla forma ideale, io ammiro da ogni angolazione. Ed anche i bei capelli corti, biondi e scuri a un tempo, catturano il mio sguardo; quei capelli di cui io mi prendo cura di persona, accarezzandoli e pettinandoli, gustando ad ogni tocco, un altro dei piaceri che il mio amore sa darmi; nascoste, dal taglio regolare e frequente, sono le onde naturali, di cui conosco l’esistenza, quasi un segreto d’amore: ne ho memoria della nostra migliore gioventù; mentre il loro virile diradarsi accresce la mascolinità ed il fascino di un uomo maturo e completo.
Quindi gli occhi, spesso io cerco, gli occhi suoi chiari, di un verde prezioso e lucente, come il biondo dorato del tenero sopracciglio, soffice se sfiorato e che incornicia uno sguardo ispiratore, dolce, giovane, quasi fanciullesco, come in ogni uomo che sia degno, specchio di gioia e di dolore, ali brillanti e tenui, deposte lì, dove la fronte regolare sovrasta il profilo e, sulla coda dell’occhio, scende leggermente la palpebra, con le sue ciglia infantili, a mitigare la severità dell’espressione dell’uomo a cui affido la mia vita e tutta me stessa.
E poi c’è la sua bocca, indiscutibilmente molto sensuale, provocante, con le sue vistose labbra spagnoleggianti, carnose e ben definite nei contorni sinuosi e dal bel colore rosa acceso: quanto basta ad una stupenda creatura dalla preziosa pelle chiara.
A completare la prepotenza della sua bocca, sotto le gote piene e sempre rosee, due pieghe naturali, scendono ad onda dai lati del naso, maschile e regolare, dentro un viso ovale, dal mento rotondeggiante, anch’esso molto carnale, sia di fronte che di profilo; quel profilo dall’aria in apparenza pensosa e corrucciata, che pur tante volte si è sciolta in un sorriso di compiacimento, struggente e vigoroso.
Ogni mio senso lui chiama a sé. Il suo odore naturale, non sopraffatto da essenze, buonissimo, io desidero, avvicinandomi alla base della sua nuca; questo mi attrae, mentre, sempre più vicina, appoggio il mio viso dietro il suo collo morbido e caldo, inalando avidamente: è odore di miele, forte ed inebriante, mi confonde, cattura. Ed io, non ho più alcun ritegno.
Anche la sua voce, anelo di udire, rivolta a me. Voce reticente di uomo silenzioso, tanto desiderata quanto negata, voce da far dimenticare le ore più buie della nostra vita. Basta un semplice sussurro, mi ammalia persino il suo silenzio, silenzio che conosco, avaro e tentatore. Il solo suono del suo respiro, esprime, senza bisogno di parole, i sentimenti e gli istinti, gli stati d’animo, che si succedono, rapidi o lenti, le emozioni, che egli mi trasmette senza dire… e che io, mi beo di suscitare in lui, con dedizione femminile e con arte, di consumata amante.

“Si guardò allo specchio: non c’era da dire era ancora un bell’uomo.”

[Tomasi Di Lampedusa, “Il Gattopardo“]

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