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Venerdì 17 Febbraio del ’17

“Facciamo tesoro di sentimenti cari e soavi i quali ci ridestino per tutti gli anni, che ancora forse tristi e perseguitati ci avanzano, la memoria che non siamo sempre vissuti nel dolore.”

[Ugo Foscolo, “Ultime lettere di Jacopo Ortis“]

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Amo i gatti. E non mi pesa affatto il rinunciare a viaggi e vacanze per non dover lasciare i miei cari animali domestici. Sto bene così.
Nel giorno dell’anno ad essi dedicato non ho intenzione di rattristarmi con i ricordi dei miei amici a quattro zampe passati a miglior vita, dopo aver allietato affettuosamente la mia, lunga ormai di oltre mezzo secolo. Ho memoria di ognuno di loro, come anche – seppure nella mia immaginazione – di quelli che mi hanno preceduto ovvero, nell’accompagnare la giovinezza e l’infanzia dei miei genitori ed anche dei miei nonni e, da loro stessi narratemi, di volta in volta con una punta di affetto perduto.
Ora sono tutti quanti insieme e vicini, esseri umani ed animali, ritrovati nella gloria del Signore, come ci rassicura l’Amico e Santo Francesco. Voglio onorarli a modo mio, tutti, passati, presenti e futuri, in letizia ed in poesia, citando per l’occasione i seguenti versi del poeta Arturo Graf:

Al mio micino

O mio caro micino,
bello, lindo, pastoso,
lèpido, grazioso,
ficchino, naccherino;

mentre al quieto lume
d’una lampa modello,
io, com’è mio costume,
sui libri mi scervello;

mentre assassino l’ore
cercando il pel nell’uovo,
o con l’antico errore
affastellando il nuovo;

tu vieni quatto quatto
a farmi compagnia,
e mi schizzi d’un tratto
sopra la scrivania.

Ti muovi a coda ritta
fra libri e scartafacci,
poi sulla carta scritta
placido t’accovacci.

O mio caro micino,
bello, lindo, pastoso,
lepido, grazioso,
ficchino, naccherino;

io prendo gran satolle
di testi con le note;
tu rimani in panciolle
sulle morbide piote;

e beato sonnecchi,
pieno di scienza infusa,
o mi guardi sottecchi,
sbadigli e fai le fusa.

E non so se m’inganno:
ma talvolta direi
che tu, così sappanno,
ridi de’ fatti miei.

Poi, quando finalmente
ci vengono a chiamare,
e come l’altra gente
andiamo a desinare;

io mangio quanto un grillo
consunto d’etisia;
tu pappi franco e arzillo,
la tua parte e la mia.

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Un grande abbraccio a tutti i gatti del mondo.

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Terraferma

“…dicevano che il dio manifestava di voler punire la trasgressione e la profanazione avvenuta con una grande calamità collettiva.”

[ Plutarco, “Vita di Numa“]

 
Dopo tanto lungo silenzio, avrei voluto ritornare alla ribalta del mio modesto blog con temi e toni leggeri e spensierati. Invece, l’animo mio vive e sente tutt’altri sentimenti:

oh Signore, se tu hai deciso che dalle mie parti è giunta l’ora di farci finire tutti annientati, ti prego di farlo il prima possibile, per non dovere attendere più noi nel terrore di giorno e di notte. Ma se puoi, per pietà non farlo succedere, allontana da noi questo calice e salvaci. Non mi sento pronta, ho paura. Anche se questa ormai è veramente “valle di lacrime”, noi vogliamo ancora restare qui, vivi, a piangere e penare. amen

 
“Mentre la gente era in preda allo sconforto, uno scudo di bronzo […] piombò giù dal cielo…]

[idem]

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Da un po’ di tempo, dopo le ultime e terrifiche scosse di terremoto e fenomeni climatici vari (nevoni, crolli, frane…), ripenso spesso e rifletto sulle cose del passato, mio e dei miei cari. Sono le storie della mia infanzia e della vita trascorsa, quella mia e quella dei miei affetti scomparsi ed anche degli avi sconosciuti, noti a me solo dai racconti e da qualche rara foto o documento o dai ricordi materiali, oggetti vecchi, tramandati di generazione in generazione…

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Questo libretto è appartenuto alla mia nonna materna; contiene consigli di economia domestica e poche ricette culinarie, tutto all’insegna del riciclo di avanzi e scarti e del massimo risparmio possibile o “a spreco zero”. Le pietanze sono raccolte nella rubrichetta dal titolo “Ricettario autarchico”.
In un’epoca in cui nulla andava perduto, con il risparmio nella gestione della casa si riusciva a recuperare uno stipendio in più.

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Il tutto è stampato su carta “povera” (quasi una cartapaglia), in due soli colori (nero ed un po’ di rosso) dalla S. A. Poligrafici Il Resto del Carlino, nell’anno 1941.
A guardarlo ora, nel suo aspetto segnato di decadente residuato, gravemente ingiallito, macchiato e bruciacchiato nei bordi, dimostra più dei suoi anni.

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Molti dei consigli d’uso e di recupero che vi si leggono, oggi sarebbero improponibili, alcuni del tutto irrealizzabili, in qualche caso persino incomprensibili; nelle nostre case comuni mancano sia i focolari che certi materiali, frequenti ed economici all’epoca del libretto, sono divenuti introvabili oppure addirittura costosi, quasi dei lussi.

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I consigli di conservazione degli alimenti non tengono conto dell’esistenza dei frigoriferi; ricordo ancora la mia nonna, che pure ai suoi tempi aveva avuto il “privilegio” di possedere ante guerra una ghiacciaia, confezionare spesso dei sacchetti vari di stoffa, cucendo ritagli di abiti da buttare e parti di biancheria troppo usurata, come contenitori per lo più per alimenti (orzo, farina, pasta, ecc…).
I consigli per il lavaggio e la stiratura degli indumenti e dei materiali tessili non tengono conto dell’esistenza della lavatrice, né del ferro da stiro a vapore. Insomma, a leggerli e confrontarli con le abitudini odierne di gestione ed amministrazione della casa, ne emerge senz’altro almeno un fatto e cioè, che oggi si vive praticamente di sprechi e negli sprechi; ma anche si capisce che, quel genere di economia proposta tanti anni fa, noi ora non saremmo più in grado di praticarla… suppongo.

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Nonostante ciò, si può prendere ancora qualcosa di utile e di buono da questo libriccino, oltre al principio stesso di base, che è quello della lotta agli sprechi domestici ed, ancor più, degli alimenti.
Piccole interessanti scoperte ed anche qualche gustosa curiosità da assaggiare, per provare il piacere di un sapore “nuovo anzi antico”.

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Sono tempi tristi questi. Per quanto possiamo fare nel mostrare ottimismo, buonumore, voglia di andare avanti, più spesso nell’intimo un grande avvilimento ci avvolge come una coperta gelata, è il crollo delle speranze, è il buio fitto in cui brancoliamo in tanti e tanti, chi più e chi meno; e sempre ci diciamo l’un l’altro – Speriamo bene! -.
A volte, quando sono seduta guardo avanti e, nella stanza vuota, vedo di fronte a me i miei genitori, che mi guardano, due vecchini con lo sguardo amorevole che conosco e che mai dimentico, dediti a me prima di se stessi, come i personaggi dei genitori nel film “Sinue l’egiziano”, i quali rendono l’idea del ricordo che ne ho dei miei. Forse mi vedono o forse così li sto disturbando nel loro riposo eterno. Me li immagino come se fossero veramente presenti e vicini, come se ci fossero, come io li vorrei, con me, mentre mi duole in gola un grosso nodo.

 
“…nessuna delle cose umane è stabile, ma in qualunque modo il dio svolga e muti il corso della nostra vita, conviene che noi ci accontentiamo e accettiamo.”

[ idem ]


Quaquao

“Tutti i grandi sono stati bambini una volta. Ma pochi di essi se ne ricordano.”

[Antoine De Saint-Exupèry]

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Era già quasi un oggetto dei ricordi del mio passato, quando l’ho scelto come soggetto per un disegno artistico, un compito a casa, impartitoci dalla maestra elementare: cioè, ritrarre qualcosa di nostro, che ci era caro, che più di piaceva, qualcosa che si aveva in casa, per noi di una certa importanza…
Ce l’avevo dai tempi della mia primissima infanzia, era ancora il mio pupazzo di peluche preferito, gli ero affezionata, quasi come se si fosse trattato di qualcuno. Quaquao, lo avevo sempre chiamato e, anche se ci avevo giocato e rigiocato fino a consumarlo, guai a chi me lo avesse portato via. Lo avevo tenuto con me chissà quante volte, mai perduto. Lo scelsi subito come mio soggetto per il compito della lezione di disegno libero.
Ne feci il ritratto, su di una pagina di quaderno, con molta cura e precisione. Fu un grande impegno per me, ma anche il risultato fu appagante. Venne infine mostrato in classe a tutti gli scolari, miei compagni, insieme ai disegni meglio riusciti di alcuni di essi.

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Quaquao è rimasto sempre nella mia casa, non è andato regalato ai miei cugini più giovani di me (forse anche perché un po’ consunto) od ai bimbi che all’epoca erano un po’ meno fortunati, che non avevano tanti giocattoli, come invece è accaduto per tanti altri miei giochi d’infanzia, grazie alla generosità e senso pratico della mia mamma, la quale non è mai stata una persona malata di possessività, verso niente e nessuno, meno che mai nei confronti di un oggetto inanimato. Ma Quaquao no, Quaquao è rimasto con me, mi ha seguita, con poche altre cosette mie, persino nella mia vita da donna sposata. Finché un bel giorno, vuoi per i suoi raggiunti limiti di età (o per i miei), vuoi per nostalgia, ha meritato di lasciare il buio della scatola dei pupazzi riposti, per venire esposto, insieme al “reduce” suo coetaneo Pinguino, dietro le vetrine del mobile libreria della stanza adibita a studio, una specie di scrigno, una dispensa, che io ho l’ambizione di definire con ironia “la mia piccola wunderkammer”dscn1462

Quaquao e Pinguino, io vi avevo conferito un’anima, il soffio della vita, il sentimento. A ragionare con la mente di bambini si può davvero sperimentare il miracoloso. Adesso vi osservo da una distanza più regolare, un giusto distacco, nel balenio dei problemi terreni, quotidiani, come il fragore dei nervi di un marito, lo stesso uomo che, per accontentare la mia indole sognatrice tanto diversa ed opposta alla sua, mi ha aiutata e mi aiuta a gestire il lato meno poetico (ma non meno importante) di questo mio blog. Nel bene e nel male, in salute e in malattia, nella buona e nella cattiva sorte… e così sia.

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“Dovevano essere stati molto belli in gioventù”

[ Gustave Flaubert, “La leggenda di San Giuliano Ospitaliere“]

 


Cinquantatre

“Fuggo ciò che mi vien dietro; vado dietro a ciò che mi fugge.”

[Ovidio]

Cinquantatre. Compiuti oggi.
Circa un mese fa, il giorno 8 di marzo, se non vado errata, una cara blogger, che mi onoro di seguire, una signora bella e sensibile, di grande perspicacia e di gusti raffinati da quel che mostra di sé, ha postato nel suo blog fabianaschianchi.wordpress.com (verso il quale indirizzo chi mi sta leggendo e consiglio di farne conoscenza) parte di una stupenda poesia di Madre Teresa di Calcutta (sì, i Santi non compongono solo preghiere).
Io ero venuta a conoscenza del testo anni fa e me ne ero da subito innamorata, anche e non solo, perché è il frutto della mente e del cuore di una donna che considero come mio idolo in carne ed ossa, uno dei rarissimi nella mia vita. Avendola già “utilizzata” altre volte in specifiche occasioni, oggi decido di metterne a parte anche chi qui mi vuol seguire.
Ebbi modo di leggerla nella ricorrenza delle mie nozze d’argento (pochi intimi, una ventina di anime in tutto), al termine della celebrazione religiosa, con l’intenzione di dedicarla alla memoria della mia mamma, la quale molto si sarebbe potuta rispecchiare nei suoi versi.
Ora la posto qui di seguito e stavolta lo faccio per me. Perché gli anni raggiunti sono ormai abbastanza ed io, mi sento rappresentata in pieno dalle sue parole. E chissà quante altre come me…

Donna
Tieni sempre presente
che la pelle fa le rughe,
i capelli diventano bianchi,
i giorni si trasformano in anni…
Però ciò che è importante non cambia:
la tua forza e la tua convinzione
non hanno età.
Il tuo spirito è la colla
di qualsiasi tela di ragno.
Dietro ogni linea di arrivo
c’è una linea di partenza.
Dietro ogni successo c’è
un’altra delusione.
Fino a quando sei viva,
sentiti viva.
Se ti manca ciò che facevi,
torna a farlo.
Non vivere di foto ingiallite…
insisti anche se tutti
si aspettano che abbandoni.
Non lasciare che si arrugginisca
il ferro che c’è in te.
Fa in modo che invece
che compassione,
ti portino rispetto.
Quando a causa degli anni
non potrai correre,
cammina veloce.
Quando non potrai camminare veloce,
cammina.
Quando non potrai camminare,
usa il bastone.
Però non trattenerti mai!

[Madre Teresa di Calcutta]

Mia madre, sempre mi raccontava, che la sua mamma (mia nonna, che ho potuto conoscere), classe 1893, coraggio da leone, non voleva che si organizzassero feste di compleanno, insomma non festeggiava i compleanni di nessuno in famiglia. Lo considerava forse frivolezza, smanceria, pagliacciata, non voleva che ci si montasse la testa individualmente e che si desse spettacolo (in fondo, a ben vedere, festeggiare un singolo individuo, comune come chiunque, è un po’ arrogante… altra cosa sono le festività collettive e le ricorrenze degne di onori). La sua opinione era legge, la legge della casa: il giorno del compleanno era un giorno come gli altri.
Il mio primo compleanno ricordato è stato quello dei sette anni, festeggiato in famiglia, magari anche per inaugurare la nuova casa. Non ne ricordo molti altri così celebrati.
Poi, ad un certo punto, sono stata io a non volerne più, di feste del genere, di trovarmi cioè al centro dell’attenzione, sotto i riflettori, non essendo nelle mie corde l’atteggiamento festaiolo, anche se un regalo e l’uovo di Pasqua (la data è quasi sempre in prossimità dell’evento) non mi sono mai mancati da parte dei miei genitori.
Ma è che mi sembrava di lasciare una lacuna, non postando nulla di nulla proprio oggi, che ricorre il giorno della mia nascita. Così ho deciso oltre il resto, anche di pubblicare per la prima volta una mia fotografia attuale, vincendo molta della mia innata reticenza ad esibirmi. E chissà che non sia un inizio, di un’altra ancora delle mie vite…

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Inoltre, affinché lo “spettacolo” appaia più ricco, ho cercato fra le mie scarne conoscenze ed i ricordi (invero con ben poco tempo disponibile per via di impegni imprevisti) qualche poesia adatta all’occasione e, non avendone trovata che calzasse a puntino per una cinquantatreenne, ne posterò un’altra, da trentacinquenne: sempre degli stessi due numeri si tratta.

I trentacinque anni

Grossi, ho trentacinque anni, e m’è passata
quasi di testa ogni corbelleria,
o se vi resta un grano di pazzia,
da qualche pelo bianco è temperata.
Mi comincia un’età meno agitata,
di mezza prosa e mezza poesia;
età di studio ed onesta allegria,
parte nel mondo e parte ritirata.
Poi, calando giù giù di questo passo
e seguitando a corbellar la fiera
verrà la morte, e finiremo in chiasso
e buon per me, se la mia vita intera
mi frutterà di meritare un sasso,
che porti scritto: Non mutò bandiera.

[G.Giusti]

Buona domenica.


Ruolo e identità

“L’abitudine è mezza padrona del mondo. <<Così faceva mio padre>> è sempre una delle grandi forze che guidano il mondo.”

[Massimo D’Azeglio]

– E’ l’uomo, che porta i pantaloni in casa –
Una frase da me udita per caso, dal finestrino aperto dell’auto, mentre veniva pronunciata da un “giovane marito”, nel parlare al telefono, per la via. Un conoscente, un vicino, un abitante del mio rione, bravo ragazzo.
Quale questione, allora? Direi la scena, nel suo insieme e cioè, principalmente il fatto che costui, proprio mentre sentenziava con tali parole la sua solenne verità – rivolgendosi presumibilmente ad un altro uomo, parente o amico – aveva lui, indosso, per l'”occasione”, i suoi di pantaloni: un paio di bermuda, di foggia tutt’altro che maschile, in tela indiana stampata a grandi quadri, vistosi e colorati, con sopra una anonima ed altrettanto neutra maglina… sotto il tutto, scopriva la metà delle sue gambe nude ed un paio di scarpe di genere spazioso, le solite scarpe sportive, universali, tanto laiche quanto clericali, oramai ai piedi di tutti, uno dei moderni rifugium peccatoribus.
La frase da me udita passando e così inopportunamente pronunciata, proprio per via del conteso descritto, acquisiva già da sé la sua naturale valenza comica e quasi pietosa. E tale è rimasta nella nostra memoria, tra me e mio marito (tanti eravamo nell’auto), in virtù di quella nostra complicità, che ci porta ad ironizzare in privato, solo a nostro uso e consumo, sulle “bellezze” dell’universo che ci circonda; il tutto attraverso l’uso di un nostro linguaggio, composto da neologismi e giochi di parole, coniati al volo, là per là, per l’occasione. Un’intesa goliardica che, in bene ed in male, siamo riusciti a consolidare in 30 anni di vita a due. Insomma, la frase, detta così, con un vago intento gentilmente e gradevolmente denigratorio, è entrata a far parte dei nostri semiseri modi di dire; mentre al giovane così sentenziante, rimasto da quel giorno fra le nostre simpatie – non fosse altro per averci fatto guadagnare due sorrisi in più – migliore definizione non abbiamo saputo attribuire, che quella di “uomo con i pantaloni”, il quale da allora è, per noi e tale resterà.
Ed in più, nei nostri commenti e discorsi a due, negli stessi termini apostrofiamo con innocente derisione, anche altre persone, figure umane dalle caratteristiche alquanto peculiari a nostro giudizio, quando è il caso, nel nostro stile sardonico, a compensare a modo nostro persino certa sbruffoneria, ritorcendo, con la forza del ridicolo, la stessa arma verso coloro che la brandiscono. Sono uomini e donne che attraggono la nostra attenzione o che, per cause di forza maggiore, ci troviamo costretti a dover tollerare, ma che in fin dei conti, altro non riescono a farci, se non stimolare la creatività di quel genietto, giusto o vendicativo, alla “Pasquino”, che scalpita in ognuno di noi.

Fra le reminiscenze che conservo, della mia famiglia di origine e, particolarmente dei miei cari genitori, durante la loro vita terrena insieme a me, ci sono i racconti e le descrizioni delle cose del loro passato, di come era il mondo prima di oggi, dei tempi andati e della loro infanzia e gioventù ovvero, di quando, per legge e per decenza, era fatto divieto agli uomini adulti di vestire in pantaloncini e simili, nei centri urbani.
Regola di buona educazione, imposizione di stile, obbligo di distinzione sociale o limitazione di libertà, improponibile? Visto e sentito il presente, non ci giurerei…
Io, che sono arrivata dopo, vedo questo dettato come la volontà di non “lasciar fare”, una consapevolezza, acquisizione di responsabilità, per un compito niente affatto secondario.
Ed in fondo penso, il giovane dei nostri giorni, telefonando per la via, diceva pur il vero: l’uomo è qualcuno, nei suoi pantaloni.

“…egli non più velato dall’acqua saponacea, non ancora rivestito dall’effimero sudario, si ergeva interamente nudo, come l’Ercole Farnese, e per di più fumante, mentre giù dal collo, dalle braccia, dallo stomaco, dalle cosce l’acqua gli scorreva a rivoli, come il Rodano, il Reno e il Danubio traversano e bagnano i gioghi alpini.”

[Tomasi Di Lampedusa, “Il Gattopardo“]sposina


Tornare

“… la peggior cosa del mondo, e la maggiore infelicità dell’uomo si è trovarsi privo del bello e del vero, trattare, convivere con ciò che non è né bello né vero. Tale si è la sorte di chi vive nelle città grandi, dove tutto è falso e questo falso non è bello anzi è bruttissimo.”

[G. Leopardi, “Zibaldone“]

Un’altra volta ancora, torno sull’analisi spiccia e sulla sommaria comparazione di testi di canzoni della musica leggera italiana, recenti e non (vedi anche Lampi nel buio ed Essere e non essere). In questo caso, come pure era stato in parte per Essere e non essere, uno dei possibili soggetti, fra i molteplici che compaiono nei due testi qui esaminati, è fuor di dubbio la città o, meglio ancora, la città grande, metropolitana e movimentata, la città piena di vita e di opportunità, ma anche la città ladra di identità; le due facce cioè, delle realtà urbane maggiori, in ogni paese ed anche in ogni epoca.
I testi in questione hanno i seguenti titoli: I) Il ragazzo della via Gluck, e II) Adesso tu.

Il ragazzo della via Gluck
di Celentano, Beretta, Del Prete

Là dove c’era l’erba ora c’è una città.
Questa è la storia di uno di noi,
anche lui nato per caso in via Gluck
in una casa fuori città…
Gente tranquilla che lavorava!
Là dove c’era l’erba… ora c’è
una città e quella casa in mezzo al verde ormai
dove sarà!
Questo ragazzo della via Gluck si divertiva a giocare con me, ma un giorno disse: “Vado in città!”.
E lo diceva mentre piangeva,
io gli domando: “Amico, non sei contento!
Vai finalmente a stare in città!”.
Là troverai le cose che non hai
avuto qui!
Potrai lavarti in casa senza andare
giù nel cortile!
“Mio caro amico – disse – qui sono nato e in questa strada ora lascio il mio cuore!
Ma coma fai a non capire…
E’ una fortuna per voi che restate
a piedi nudi a giocare nei prati
mentre là in centro respiro il cemento!”.
Ma verrà un giorno che ritornerò
ancora qui…
e sentirò l’amico treno che
fischia così: “wa wa”.
Passano gli anni… ma otto son lunghi,
però quel ragazzo ne ha fatta di strada,
ma non si scorda la sua prima casa,
ora coi soldi, lui può comperarla…
Torna e non trova gli amici che aveva,
solo case su case… catrame e cemento!
Là dove c’era l’erba… ora c’è
una città
e quella casa in mezzo
al verde ormai
dove sarà!
Adesso tu
di Ramazzotti, Cassano, Cogliati

Nato ai bordi di periferia
Dove i tram non vanno avanti più
Dove l’aria è popolare
E’ più facile sognare
Che guardare in faccia la realtà…

Quanta gente giovane va via a cercare più di quel che ha
Forse perché i pugni presi
A nessuno li ha mai resi
E dentro fanno male ancor di più

Ed ho imparato che nella vita
Nessuno mai ci dà di più
Ma quanto fiato quanta salita
Andare avanti senza voltasi mai…

E ci sei adesso tu
A dare un senso ai giorni miei
Va tutto bene dal momento che ci sei
Adesso tu
Ma non dimentico
Tutti gli amici miei
Che sono ancora là…

E ci si trova sempre più soli
A questa età non sai… non sai
Ma quante corse ma quanti voli
Andare avanti senza arrivare mai…

E ci sei adesso tu
Al centro dei pensieri miei
La parte interna dei respiri tu sarai
La volontà che non si limita
Tu che per me sei già
Una rivincita…

Adesso sai chi è
Quell’uomo che c’è in me…

Nato ai bordi di periferia
Dove non ci torno quasi più
Resta il vento che ho lasciato
Come un treno già passato
Oggi che mi sei accanto
Oggi che ci sei soltanto
Oggi che ci sei…
Adesso tu.

In entrambe le canzoni, il tema di cui trattano i rispettivi autori, è quello del riscatto personale, dalla condizione di marginalità. Tema questo, legato a doppio filo ad un soggetto che compare nei testi e cioè, alla metropoli cittadina e, trattando di individui che sono o si sentono esclusi dalle opportunità della vita, legato anche alla periferia della città, al suo degrado ed alle sue carenze, che sono tanto più evidenti e sentite, quanto più si specchiano nella centralità della città intorno alla quale gravitano, senza possibilità di poterne far parte veramente.

Nel primo dei testi presentati, “Il ragazzo della via Gluck”, l’attenzione è subito catturata (peraltro come pure nel successivo secondo testo) fin dai primi versi, dall’orizzonte geografico della storia di seguito narrata, egregiamente tratteggiato attraverso due sostantivi emblematici e dall’accezione rispettivamente positiva per l’uno negativa per l’altro: l’erba e la città. Essi vi sono contrapposti, in quanto entrambi occupano uno prima uno poi, lo stesso luogo ovvero, la città prende in posto dell’erba.
Il resto del testo ha il sapore di un racconto di stampo letterario classico, poetico ed alquanto profetico, una narrazione dall’intonazione favolistica tipica delle esemplificazioni che, mentre dispiegano gli eventi come per un quadro teatrale (o se si vuole, cinematografico), istruiscono lo spettatore sulle conseguenze di certe scelte umane, reali e non di fantasia. Insomma, direi quasi un neorealismo musicale. Questa è una canzone che può definirsi storica per diversi aspetti, mentre è contemporaneamente anche una canzone senza tempo.
La frase di apertura, risuona lungo tutto lo svolgersi del testo, in tono accorato, nelle parole e nella melodia. Ricorrono figure idilliache ed idealizzate, come la “casa fuori città” o la “casa in mezzo al verde” e figure decisamente concettuali, che generano sentimenti di nostalgia e rimpianto: il “cortile”, i “piedi nudi”, il “giocare nei prati” e la “strada” correlata al “cuore” del personaggio di cui si narra la storia; personaggio che gli autori, descrivono come “uno di noi”, uno qualsiasi cioè, quasi a voler coinvolgere ogni uditore-spettatore, nei suoi affetti, nella sua realtà, nel desiderio di quella tranquillità di gente che lavorava per poco e nella voglia di tornare da se stessi, che pure alberga in tutti noi. Questo coinvolgimento attivo, nei confronti di chi ascolta, è sottolineato e, fin dalle iniziali strofe, oltre che dalla definizione che si dà del ragazzo della periferia e cioè, che egli è “uno di noi”, anche dalla subitanea comparsa della casualità e quindi del destino, a monte di tutta la storia, nella vita del ragazzo fin dal suo inizio (e nella nostra): “nato per caso”.
La chiusura del testo, in forma di interrogativo, altro non è se non una forma di ricerca interiore, peraltro sempre attuale, fin dai tempi dei tempi.

Nel secondo dei testi, va notato a partire dal titolo, che principale protagonista, vero artefice di quell’affrancamento da una condizione di vita difficile qui cantata, è una precisa figura umana: la persona amata; non casualmente apostrofata come “una rivincita”. La quale rivincita, è in effetti, per chiunque e verso qualsiasi stato, l’essere amati. Questa presenza, sentita e reale, seppure aleggiante e fantomatica (manca del tutto un nome o altri riferimenti personali, descrizioni, caratteristiche…), rappresenta il tutto, capace da sola di tutto, per il solo fatto di esserci. La sua centralità è pregnante, conferisce forza di volontà, di andare avanti, di proseguire nonostante il resto; come una vela, la quale da sola garantisce la navigazione, anche in acque insidiose.
Qui la città grande è accennata attraverso la descrizione della sua periferia e della vita grama che vi si conduce, cioè è scontata, l’esistenza della metropoli, come pure la sua lontananza, fisica ed ideale, oramai superata e vinta dal cantautore: la periferia del passato non è più che vento, e qualsiasi altra realtà presente ha un senso nuovo, anche solo grazie alla nuova interiorità che genera la vicinanza dell’amore.

“Tutte a un modo queste mamme; […] – basta che abbiano un figliuolo, non sono contente fino a tanto che non lo vedono appollaiato in qualche Ufficio o Azienda dello Stato. Non ti dirò che la strada degl’impieghi non possa condurre un galantuomo a guadagnarsi onestamente un pezzo di pane. Ma non credere amico mio, che questa strada sia seminata di rose e di viole a ciocche! Il giorno che sarai impiegato, comincerai subito dal perdere i due più grandi beni della vita, cioè la indipendenza e la libertà, e tutti i giorni avrai un orario fisso, come i treni delle strade ferrate.”

[Carlo Collodi, “Giannettino“]donnina con fiori


Viaggi nel tempo

“…si suole piangere in chi muore una sorta di sciagura e quasi di annientamento totale; ma la morte di mia madre non era una sciagura e non era totale. Ce lo garantivano la prova della sua vita e una fede non finta e ragioni sicure.”

[ Agostino, “Le Confessioni” ]

Quante volte accade che i nostri ricordi più cari ed i nostri affetti, siano legati in modo particolare al cibo ed al nutrimento, a vecchi e nuovi sapori, ad aromi ed odori speciali, di cose buone, che abbiamo assaggiato durante la nostra vita, di cibi gustati in momenti significativi della nostra storia personale; e che tornano, per pochi istanti, alla nostra memoria o, per qualche caso, sulla nostra mensa. E con essi tornano al presente anche le persone care. Il loro ricordo è legato a ciò che di buono abbiamo un giorno mangiato; con loro abbiamo condiviso o da loro abbiamo ricevuto, uno dei più duraturi piaceri di tutta la vita.
Spesso sono i frutti della terra, assaporati nella loro semplicità: ci siamo nutriti della freschezza di un orto o di un giardino, che ci ricorda la nostra migliore stagione…
Altre volte, abbiamo mangiato pietanze cucinate alla maniera di qualche persona a noi cara e scomparsa ormai da lungo tempo, come pure i piatti gustosi da lei preparati ed a lei legati, nella nostra memoria.
Cose buone e persone buone, i loro ricordi procedono insieme; ed insieme ci confortano oppure ci rattristano, ci infondono nostalgia e rimpianto. Senza permesso e senza preavviso, subito torna al nostro olfatto un buon profumo, un aroma che conosciamo e che ci conosce, che è legato ad un certo cibo, che è legato ad un familiare, ad un amico, a sua volta legato ad un momento, giorno, periodo, ormai passato, legato a noi, alla nostra vita trascorsa, alla nostra beata fanciullezza ed a tanto altro ancora… una rete di legami forti e duraturi, malgrado tutto.
Il cibo dell’allegria e della gioia di vivere, cibo ormai idealizzato, diviene cibo del dolore e della tristezza, quando ritrae per noi e per noi soltanto, il bel tempo che fu, lontano dal presente e, quando non è più con noi e ci manca, la persona simbolo di quel cibo antico, che a lei ci riconduce nel ricordo affettuoso.
Può un odore o un sapore tornare alla mente, così come accade per un viso? La mente ha i suoi occhi, ma non solo quelli. La memoria, suscitata dal nostro amore, ricostruisce per noi cose strabilianti, ci permette di viaggiare nel tempo, nel nostro tempo personale. La geografia del tempo della nostra mente è capace di dispiegare – servendosi di ogni nostra percezione, di ogni nostra dote umana – un paesaggio tanto reale, quanto possono esserlo le nostre reminiscenze o, tanto fantastico, quanto può esserlo la nostra immaginazione. Il paesaggio disegnato dalla nostra stessa vita, dal tempo andato, può dilatarsi nei ricordi e permetterci di spostarci, all’interno di un arco di tempo indefinito: la geografia del passato non è necessariamente rispettosa dei tempi storici, perché è emotiva e perché i sentimenti non hanno attinenza con la precisione. Se, per nostra fortuna, ancora avviene che il sentimento ci prende, possiamo sperimentare noi stessi la perdita del senso del tempo; e dimenticare l’orologio.
Il ricordo, forte o debole, di buone cose, che abbiamo mangiato in un passato, ed ora non più, ci induce a compiere viaggi nel tempo, ci fa tornare da noi stessi, come eravamo; così come accade al suono di una melodia, per l’ascolto di una musica, tenendo in mano una vecchia fotografia, guardando un vecchio film. Molto più può un buon sapore, più che un oggetto fisico. E molto più è durevole ed intenso il suo effetto su di noi. Perché quel tale cibo è ormai in noi, nella nostra passata interiorità, vi resterà per sempre, sarà sempre con noi, come chi ci ha nutrito, chi ci ha lasciato.
Cosa resta della mamma al proprio figlio quando lei muore? Molto, sicuramente, molte, molte cose, tra le quali il ricordo del cibo; se lei avrà voluto, se avrà saputo… ma tanto, tutti noi sappiamo bene, che la mamma, non muore mai.

“La casa è dove c’è la mamma. Una volta raccolsi un bimbo e lo portai alla nostra Casa per bambini; gli feci un bagno e gli diedi dei vestiti puliti e tutto il necessario, ma dopo un giorno quel bimbo fuggì. Fu ritrovato da qualcun altro, ma fuggì ancora. Allora dissi alle Sorelle: – Per piacere seguite quel bambino. Una di voi resti accanto a lui per vedere dove va quando scappa – E il bambino scappò per la terza volta. E là, sotto una pianta, c’era sua madre.  Aveva messo due pietre sotto un recipiente di terra e stava cuocendo qualcosa che aveva raccolto in una pattumiera. La Sorella chiese al bimbo: – Perché sei scappato dalla Casa? – e lui rispose – Ma la mia casa è questa, perché qui c’è la mia mamma – […] Che il cibo fosse stato preso in una pattumiera gli stava bene, purché fosse sua madre a cucinarlo.”

[ Madre Teresa]figurino scolaretta