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Il tarlo

” … se si indugerà nella malinconia, crescerà quel male babilonese, che, se infine non avrà sfogo nelle lagrime, formerà nel cuore una ruggine indelebile.”

[Fra Tommaso da Celano, “Vita di San Francesco di Assisi“]

Ne accennerò ora, con il proposito di non tornarvi più sopra: mi capita ogni volta che sento rileggere o che personalmente mi metto a spulciare fra le parole e le virgole, del brano del Vangelo di Giovanni 13, 21-30, proprio come descritto nel testo “…satana entrò in lui…“, così mi invade il tarlo curioso e superbo del rimettere ordine o meglio, di cercare di indagare la – a mio avviso strana – figura di Giuda Iscariota; non il personaggio, bensì l’uomo, l’essere umano; soprattutto torna a tentarmi il tarlo dei perché, le domande.
Se un uomo doveva essere “scelto” per quel compito “necessario”, perché lui e non altri? E se satana, a seguito di quel “boccone”, entrò in lui, che pure in quanto uomo, aveva come ognuno il libero arbitrio per decidere di resistergli (o no?), come si deve valutare la sua colpa successiva? (E lo vuoi sapere tu Fede? Che arrogante che sei!). Il racconto mi induce ad immaginare un uomo fin lì buono, divenuto (inconsapevolmente? con coscienza?) strumento indispensabile ed ignobile, alla fine più fonte di bene che di male…bestemmio.cristo morto
Forse è anche per questo, oltre che per mitigare la mia intima presunzione, che il parroco mi ha detto di smettere di pensarci su; quasi alludendo, nei toni come nel suo sguardo di vegliardo, a dei precisi rischi morali, insiti in un tale arrovellarsi, un voler sindacare su di una questione, ideale, che non esiste, che di fatto, secondo quanto è scritto (e su cui solo ci si può e deve basare), non è mai stata sollevata ovvero approfondita.
Mi ha detto (leggi insegnato) il Don, che Gesù non si è mai pronunciato in merito, non ha parlato di colpa, di castigo, non ha detto nulla, non ci ha lasciato dogmi, dichiarazioni, né aggiungerei, se ho ben imparato, ci ha autorizzati a delineare la figura di Giuda in senso esemplare o come pietra di paragone o come spunto per sentenziare… Cercherò di seguirne il consiglio, di vincere il mio tarlo e di darmi pace.

“Ciò che non giova all’alveare non giova neppure all’ape”

[Marco Aurelio]

Ma un dubbietto diavoletto, piccolo e sciocherello, mi rimane: e cioè, che forse, i servizi da mensa non dovrebbero essere composti da dodici pezzi, ma da tredici ovvero per tredici commensali, come numero ideale, regolare e che, tredici a tavola non dovrebbe rappresentare un numero negativo. E sempre forse, che noi miserabili umani, ci siamo arrogati per secoli il diritto di giudicare ciò su cui invece Dio, che di certo non agisce a caso, ha scelto il silenzio.

” Il dubbio è divenuto cultura. L’incredulità, sistema. […] Sì, Maria. Forse non ne abbiamo colpa. Ma noi oggi stiamo vivendo proprio questa tragedia. Con tristezza.”

[Tonino Bello]

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Sensuale

“… la Principessa seduta accanto a lui tese la mano infantile e carezzò la potente zampaccia che riposava sulla tovaglia.”

[Tomasi Di Lampedusa, “Il Gattopardo“]

Sempre torno sull’argomento degli abbinamenti a contrasto, che tanta parte hanno nella mia vita di ogni giorno, come nel mio confidarmi.
Situazioni stridenti e dolci, nella loro ingenua naturalezza, belle ed impossibili. Il loro manifestarsi ha una grande attrattiva su di me; come luce di falena, ne resto affascinata e le cerco, le compongo, le suscito, le chiedo, supplico… E’ mia debolezza, lo so, lo confesso, ben mi rappresenta, ma da essa dipende molta della mia vera forza; sono le straordinarie complicazioni del vivere, necessarie quanto e più di una medicina.
Come è la voluttà stessa, che per verecondia quasi stento qui a confidare, con cui anelo persino a quel tanto di dolore fisico su di me, che ha la sua parte, sopra il materasso, su di un divano o poltrona, scrivania, sedia, tappeto, sedile… (basta, basta, basta), nell’atto di giungere al massimo grado di contatto, interno… Un dolore gentile, che io conosco bene e che mi aspetto ogni volta, ma che, ogni volta, puntuale mi sorprende.
Eppure io lo desidero, lo chiamo a me, per mia colpa, mia grandissima colpa: mi regala, unito ad altre sensazioni, un appagante senso di completezza, in quel piacere mio proprio, segreto ed unico, non condivisibile, dello stupefacente contrasto che si instaura, tra la (involontaria?) “cattiveria” di lui e, la infinita “bontà” mia.

“Le mentitrici o le maniache ci fanno piuttosto pietà; ma l’umiliazione delle altre, delle sincere, è contagiosa. Soltanto in quel momento ho compreso il segreto dominio di questo sesso sulla storia, la sua specie di fatalità. […] Non sapevo nulla di quell’impeto silenzioso che sembra irresistibile, di quel grande slancio di tutto l’essere verso il male, verso la preda […] ciò era quasi bello…”

[Georges Bernanos, “Diario di un curato di campagna“]dafne001