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Colpo d’ala

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“Avvezzatevi a mangiare d’ogni cosa se non volete divenire incresciosi alla famiglia.”

[Pellegrino Artusi, “La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene“]

 

Circa una decina di anni fa, quando ormai il babbo mio non era più con me, ho avuto l’occasione di conversare con un suo coetaneo, come lui ex combattente e invalido della Seconda Guerra Mondiale, persona squisita e gran signore.
Costui, gentile, classe 1918, che mio padre prima di me aveva conosciuto di persona, grazie anche a questa conoscenza ed al buon ricordo che mio padre ha lasciato di sé, mi onorò del racconto di una reminiscenza della sua lontana infanzia. Si trattava di un evento di quelli che, quando capitano, perdurano lungo tutto l’arco della vita di ognuno, rimanendo stabili nella mente, eterni nei ricordi e, col trascorrere dei lustri e delle vicissitudini umane, scemano nell’aspetto della punizione e guadagnano in nostalgia; sono quelle lezioni, ove sonore, ove eleganti, che fanno l’uomo.
Mi raccontò di quando, da bambino, di ritorno dalla scuola, seduto a tavola che fu, di fronte ad un piatto di pasta e ceci cucinato dalla sua mamma, espresse la sua delusione e disgusto in presenza di tutti i commensali, per quello che suo malgrado era sempre stato un alimento che non gradiva, una di quelle pietanze che, seppure in precedenza ed a malincuore aveva mangiato senza commenti, non aveva mai riscosso il suo gusto, un po’ come accade ad ognuno di noi nei confronti di quel qualcosa che proprio non ci piace.
La reazione del padre suo, di fronte a quella infantile presunzione ed irriverenza di un piccolo (ma non piccola irriverenza) nei confronti dei genitori e di dispregio del frutto del loro lavoro, fu quella di un giudice responsabile, nonché la causa di tanta lunga memoria: incaricò la moglie di cucinare pasta e ceci per tutti, di seguito, per una intera settimana; coinvolgendo di fatto tutta la famiglia nel compito primario che le appartiene ovvero, l’educazione di ognuno.
E fu questo senz’altro un esempio educativo duraturo, sarà servito a far crescere successivamente altre generazioni, di figli, nipoti, ecc. amici, anche me.

 

“Ora si sente spesso parlare della cucina per gli stomachi deboli, la quale pare sia venuta di moda.”

[Pellegrino Artusi, “La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene“]

 

Noi soli siamo in grado di migliorare il nostro carattere (sì, perché il carattere si può cambiare), decidendo di smussare quei lati che sono di ostacolo alla nostra felicità, grazie alla sola nostra forza di volontà. Questa capacità si acquisisce maggiormente se il nostro stile di vita è improntato al concetto di disciplina, a ciò che può conferirci un animo forte, una marcia in più.
Il senso della disciplina non è mai figlio del disordine, neppure del “disordine creativo”, una vera rarità questa, che oggi invece, frequentemente ed erroneamente, pretendiamo di intravedere nell’infanzia, con presunzione di chissà quale genialità e che, spessissimo e ad oltranza, alimentiamo e difendiamo nell’educazione delle nuove generazioni, che rappresentano il nostro futuro.
Non frenato né inibito da nessun genere di regola fissa, si conta così di difendere lo sviluppo sorprendente a cui sono predestinati questi poveri figli, credendo che sregolatezza ed arbitrarietà saranno le loro nuove forze, le armi con cui affronteranno le sfide della loro vita.
Ciò avviene nella convinzione che imporre principi, regolare la vita o vietare di compiere alcune azioni o anche solo voler indirizzare i comportamenti “naturali”, mortifichi il meglio dei caratteri e reprima la bravura innata, uniformando i meriti particolari, che impedisca l’emergere delle eccellenze, tanto più evidenti e di valore quanto più si dà libero sfogo a ribellione ed arroganza.
Magari le intenzioni sono anche buone. Voglio dire che, vivendo in un presente già tanto difficile ed incerto, si prova quasi terrore di fronte all’idea di futuro e, soprattutto, un senso di impotenza, quasi di disperazione, come nell’imminenza di qualcosa da scongiurare ad ogni costo…

 

“E per escludere la passata oziosità, indusse nel genere umano il bisogno e l’appetito di nuovi cibi e di nuove bevande…”

[Giacomo Leopardi, “Operette morali“]

 

Una delle principali palestre di vita è proprio il desco quotidiano: quel momento di ogni nostra giornata di cui essere gelosi difensori, nel quale ci troviamo uniti, in compagnia della nostra famiglia, grande o piccola che sia, a compiere in comune l’atto più importante per la nostra sopravvivenza.
Il sostentamento fisico del corpo va sempre di pari passo con il nutrimento spirituale. C’è una morale in ciò che mettiamo sulla nostra tavola e che porgiamo ai nostri cari, nulla è casuale, né il cibo, né i modi che adottiamo. E tutto ha un suo significato in questo rituale che, se può anche essere un piacere, non per questo dovrebbe scadere al livello di un gioco, né di uno spettacolo fine a se stesso.
Il mangiare, anche nell’apparire dietro una telecamera, in uno schermo qualsiasi, è mangiare vero, non va trattato come la cera pongo. Oggi, nell’acclamazione generale, i nostri gesti più nobili, stanno perdendo di serietà.

 

“Ma tra noi già da lunghissimo tempo l’educazione non si degna di pensare al corpo […] pensa allo spirito…”

[Giacomo Leopardi, “Operette morali“]

 

 

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Mamma

“La nostra casa era una spelonca: per ogni stanza cercavo la mamma, e la mamma non c’era più”

[Luigi Settembrini, “Le ricordanze della mia vita“]

Le poesie belle e famose, sono tali, non solo perché attraverso di esse i loro autori hanno saputo rendere universalmente il proprio sentire, ma anche perché, negli stessi versi, pure così tanto intimi e personali, si riscopre anche il lettore, qualsiasi lettore: essi esprimono i sentimenti del cuore di tutti, a volte persino, sembrano scritti proprio su misura per ognuno di noi, come avviene per altre opere d’arte…

“Non sempre il tempo
la beltà cancella,
ne’ la sfioran
le lacrime e gli affanni:
mia madre ha sessant’anni,
e più la guardo
e più mi sembra bella.

Non ha un gesto, un sorriso,
uno sguardo,
un atto,
che non mi tocchi dolcemente il
core.
Ah, se fossi pittore!
Farei tutta la vita il suo ritratto.”

Questi versi di Edmondo De Amicis, ho riportati sul ricordino funebre della mia mamma. Mi erano piaciuti già da tempo prima, prima ancora della sua dipartita. E quando mi è mancata, non ho trovato niente di maggiormente adeguato alla situazione, ed al mio dolore.
La costruzione della poesia non soffoca la spontaneità e, la spontaneità non ne offende la metrica, insomma, sembra svolazzarle attorno, con naturalezza, ondeggiando e molleggiando come una farfalla.
Strofe di versi non uguali per numero di sillabe, ma dal suono correttamente intonato, per chi le legge od anche solo per chi ascolta, questo piccolo valzer. Si avverte un tocco dolce e carezzevole, soave, come il tema trattato, una armonia scandita, di sillabe e parole gentili (sostantivi, verbi, avverbi, aggettivi…), quasi sul ritmo di un carillon, dal risultato tanto perfetto, perché sincero.

L’ammirazione per le poesie belle, e per la declamazione di versi, e l’interpretazione in genere di brani letterari, letti e recitati ad alta voce, è un patrimonio che ho ricevuto in regalo dalla mia cara maestra elementare: una persona di genio oltre che brava nella sua professione, dal carattere particolare, nobile e di spirito profondissimo, la quale oltretutto, mi ha voluto davvero molto bene, come a tutti i suoi amati alunni.
Da che l’ho conosciuta e, per tutta la durata della sua vita, ho mantenuto in me la certezza della sua speciale amicizia e, da quando non è più, ne conservo con profondo affetto il ricordo unico, che cerco a mio modo di onorare.
Voglio perciò riportare fedelmente qui di seguito, le parole che ella, eccellente prosatrice, aveva scritte, dedicandole a se stessa, sul viale del tramonto e che, per suo desiderio (così ho saputo), sono state poi stampate sul suo luttino, affinché potessero accompagnarla verso quella rinascita in Cristo, di cui ella, da fervente credente qual’era, sono certa, non ha mai dubitato.

“Maria, la tua ricerca è finita.
La resurrezione nella quale hai sperato tutta la vita, ora sai che è certa; quelli che hai amato e che la morte ti ha tolto, ma dei quali hai coltivato il ricordo con devozione e costanza per riempire il vuoto ed il silenzio che la loro dipartita aveva creato intorno a te, ora possono accoglierti festanti.
Finisce così la tua ricerca affannosa della perfezione con l’inevitabile scontento di non saperla raggiungere.
Dimenticato quel poco di buono che durante la tua vita devi pure aver compiuto, sei stata tormentata dal rimorso cocente per le parole d’affetto non dette, per le buone azioni mancate o carenti di comprensione, proprio per quella umana fragilità che non sei riuscita mai a perdonarti.
Con il tuo carico di amore e di dolore sosti ora davanti alla casa del Padre, dove, dopo la tua purificazione, potrai entrare per contemplare il Suo volto e naufragare nella Sua infinita misericordia.
Così avrai anche tu il tuo Sabato, quello di cui parla S.Agostino nell’ultima pagina delle sue Confessioni: il Sabato della pace, del riposo senza fine.

Maria

Sento molta nostalgia della mia infanzia e di un’epoca ormai morta, come morti sono i suoi protagonisti principali. Per la scuola di vita che ho avuto, mi ritengo una privilegiata. Non invidio ne’ gli insegnanti, ne’ gli scolari dei nostri giorni. Provo semmai tanta compassione.

“Insegnava con modi ed aria militare, e ci faceva tutti attenti, e noi gli volevamo gran bene, e si studiava con ardore grande. Egli sapeva il gran segreto dell’insegnamento: fare innamorare i giovani.”

[Luigi Settembrini, “Le ricordanze della mia vita“]piante


L’Italia chiamò

Le pagine che qui di seguito ho postato, fanno parte di una mia passata pubblicazione cartacea, che è stata stampata in pochissime copie dalla sezione regionale dell’A.N.M.I.G. (Associazione Nazionale fra Mutilati ed Invalidi di Guerra), associazione di cui faccio parte e per la quale ho voluto scriverle. Le ho consegnate nel 2008.fatina

Per visualizzare il file cliccare sul seguente link:

L’Italia chiamò