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Piccole cose

“Mi si attacchi la lingua al palato se lascio cadere il tuo ricordo”

[Salmo 136]

 

A casa dei miei genitori c’era una vecchia tazzina da caffè, degli anni ’60, di materiale plastico colorato molto simile al ben noto Moplen. Questa tazzina, girava per la cucina ancora nel 2003-2004, conservando una sua utilità, tutta particolare.

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La mia mamma, classe 1925, gran senso del dovere, era per molti versi portatrice di quella cultura ottocentesca, seria e sensibile insieme, che tanto di buono ha dato e su molti fronti, alla nostra patria ed al mondo intero.
Badava alle cose piccole così come alle grandi, con identico impegno ed attenzione. E quando ad un certo punto, per il sopraggiungere in famiglia del benessere materiale, non è stato più necessario recuperare le briciole di pane e di altri farinacei per mangiarle, mia madre ha continuato lo stesso a raccoglierle dal tagliere, rifiutandosi di buttarle. Così come aveva insegnato a me, a non buttar via nessun tozzo di pane avanzato, ma a baciarlo.
Volta per volta, conservava le briciole disperse o cadute, nella vecchia tazzina da caffè di plastica, a sua volta conservata in un angolo riposto della sua linda cucina, per poi darle da mangiare agli uccellini, sul davanzale della finestra o sul balcone. Non mai un divertimento, una distrazione scacciapensieri, di cui eventualmente fare anche a meno, bensì, come sempre era per ogni sua azione, un impegno da mantenere. Non contemplava l’idea di gettare in pattumiera il mangiabile, quello che serve a nutrire: per quanto poco sia, può far vivere qualche altro essere, piccolo, delle dimensioni proporzionate alla quantità del cibo.

Non saprò mai se dietro tutto ciò, mia madre avesse anche qualche altra ragione, più privata, che andasse oltre la sensibilità per i piccoli animali bisognosi, qualche sentimento di nostalgia, forse legato ai ricordi d’infanzia, trascorsa nella casa modesta dei suoi genitori. Quando ad esempio, nei lontani anni ’30 (attingo da quanto lei stessa mi raccontava in vita), il suo babbo, di professione pasticcere, tornava a casa dal lavoro recando con sé i preziosi e ghiotti ritagli e briciole, cascami di paste e torte buoni da mangiare, che il proprietario del caffè da cui dipendeva, gli lasciava portare via, avvolti tutti insieme in un foglio di carta, che veniva aperto sul tavolo con gran gioia di tutti, bambini specialmente. Una festa a sorpresa, come quella che la mia mamma regalava agli uccellini del mondo, con le sue briciole di pane.

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Dopo la sua morte, e dopo anche quella di mio padre, nel riordinare fra i loro oggetti, ho appreso di alcune loro cose private, cose di cui non prima sapevo, cose che, per una forma di rispetto, in vita non mi permettevo neppure di sbirciare. Ed ho ritrovato anche alcuni scritti della mia mamma, della sua prima gioventù, ed anche del periodo scolastico.
Non potendo più chiedere a nessuno il permesso di renderli pubblici, né potendo consigliarmi con fratelli o sorelle (che non ho), resta tutto a me il peso della decisione. E non vorrei mai fare niente che lei stessa non farebbe. So che mia madre non era riservata fino alla paranoia, ma che era sì modesta, come regola di vita e che, non gradiva la superbia, in nessuno: semmai capitava che la percepisse in me, non si faceva scrupolo di smorzarla e mortificarla, senza appello.
Quindi ora io mi assumo la responsabilità di pubblicare fedelmente il brano di un suo tema di scuola, da me ritrovato in un cassetto. Lo faccio con affetto, ma, casomai, dietro questo gesto, si dovesse ravvisare anche solo una punta di superbia (mia), spero che mia madre me la perdoni, perché sarebbe involontaria.

 

Tema
“Cerca di ricordare attraverso i fatti più significativi dell’infanzia e della fanciullezza la storia della tua educazione. (Parla quindi di qualche educatore, zio, maestro, amico, parente, che maggiormente ha influito sulla formazione della tua personalità).”

     Dopo questo lungo cammino,, per una strada dove ho incontrati tanti fatti della vita che hanno influito sulla formazione del mio carattere e lungo la quale ho intessuto i miei affetti, i desideri, i dispiaceri e le gioie della fanciullezza, sono giunta ad un momento, lieto e pur triste, in cui, prima di avviarmi nella strada dove mi aspettano i doveri per la famiglia e per Iddio, è necessario volgere indietro lo sguardo per ripassare con la mente gli episodi dell’infanzia ed i fatti che mi hanno aiutato, ad ogni passo, ad arrivare alla formazione della mia educazione.
     Non si può rifare questo cammino senza che ad ogni passo incontri la figura della mia mamma, che mi fu sempre vicina sia nelle ore liete che nei momenti di preoccupazione e di lacrime, sempre assidua nel procurarmi le soddisfazioni, sempre trepidante per le mie ansie fanciullesche e più spesso scolaresche. In tutti i momenti ella mi fu vicina ed insieme con me condivise le gioie e le lacrime. Solo ora comprendo quale dono mi abbia dato Dio e come debbo ricambiare, ora che sono grande, le sue ansie e l’amore che ha verso i suoi figli.
Con la stessa consolazione si rievoca la figura del babbo. Il babbo che, sotto la severità, nasconde la bontà e il desiderio di preparare un avvenire ai suoi figli. Che non conosce limiti di fatiche e di sacrifici e che farebbe di tutto per vederci contenti. ricordo quegli antichi anni di scuola, quando la sera si sedevano vicino a me i miei genitori e m’aiutavano a studiare; qualche volta si faceva anche a gara nell’imparare; e le sere, le settimane, i mesi, gli anni sono passati così, nell’intimità dei nostri affetti.
     Anche i miei maestri dell’Elementari ripassano nella mia mente con la loro figura severa, il loro carattere tempestoso ma sempre bonario alla fine dell’anno. Ricordo le loro lezioni, i rimproveri, e le lodi che dispensavano qua e là per la classe.
     Molti ne sono passati nella mia educazione; tutti hanno cercato volenterosamente di contribuire ad avviarmi nella via migliore della vita. Ma oltre a questi numerosi fatti, ha influito nella formazione della mia personalità, l’opera assidua dei miei professori di scuola media, non solo per la loro abilità di maestri e di educatori, ma anche per l’impulso che mi hanno dato alla lettura di vantaggiosi libri, che hanno apportato molta efficacia alla mia mente.

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Mia madre era generosa con il suo tempo personale ed anche sinceramente misericordiosa verso le mancanze altrui. Non trattava mai nessuno con sufficienza e, seppure educata ad ogni forma di rispetto verso chiunque a partire da nostro Signore, ognuno secondo le sue spettanze, finanche verso se stessa, come è giusto che sia, tuttavia, per il suo assoluto spirito di disciplina evitava di impermalosire di fronte alla sgarberia e alla diseducazione, per non diventare inferiore a chi agiva male.
Era però maggiormente esigente con me, perché le stavo a cuore. Ed io, seppure a suo tempo ne avevo capito il carattere e gli scopi, nonostante ciò non ne apprezzavo il grande valore. Credevo di avere davanti tanto tempo ancora, da trascorrere insieme e, temporeggiavo, sempre rimandando ogni tenerezza. Illudendomi di avere la vita nelle mie mani, la facevo da padrona col destino, progettavo, idealizzando, un futuro di reciproca comprensione e di vecchiaia, a cui mia madre poi non è arrivata.
La sua dipartita ed il modo in cui è arrivata, è stata per me la più severa lezione che, pur non volendolo, la mia mamma mi ha impartito: una batosta secca, un’ultima parola, senza nessuna speranza di replica. Almeno fino alla mia fine.

 

“…questo raccomandava sommamente: non cambiar costumi se non in meglio, non mendicar favori, non esercitare un potere, ma adempire un dovere.”

[Fra Tommaso da Celano, “Vita di San Francesco di Assisi“]

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Quaquao

“Tutti i grandi sono stati bambini una volta. Ma pochi di essi se ne ricordano.”

[Antoine De Saint-Exupèry]

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Era già quasi un oggetto dei ricordi del mio passato, quando l’ho scelto come soggetto per un disegno artistico, un compito a casa, impartitoci dalla maestra elementare: cioè, ritrarre qualcosa di nostro, che ci era caro, che più di piaceva, qualcosa che si aveva in casa, per noi di una certa importanza…
Ce l’avevo dai tempi della mia primissima infanzia, era ancora il mio pupazzo di peluche preferito, gli ero affezionata, quasi come se si fosse trattato di qualcuno. Quaquao, lo avevo sempre chiamato e, anche se ci avevo giocato e rigiocato fino a consumarlo, guai a chi me lo avesse portato via. Lo avevo tenuto con me chissà quante volte, mai perduto. Lo scelsi subito come mio soggetto per il compito della lezione di disegno libero.
Ne feci il ritratto, su di una pagina di quaderno, con molta cura e precisione. Fu un grande impegno per me, ma anche il risultato fu appagante. Venne infine mostrato in classe a tutti gli scolari, miei compagni, insieme ai disegni meglio riusciti di alcuni di essi.

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Quaquao è rimasto sempre nella mia casa, non è andato regalato ai miei cugini più giovani di me (forse anche perché un po’ consunto) od ai bimbi che all’epoca erano un po’ meno fortunati, che non avevano tanti giocattoli, come invece è accaduto per tanti altri miei giochi d’infanzia, grazie alla generosità e senso pratico della mia mamma, la quale non è mai stata una persona malata di possessività, verso niente e nessuno, meno che mai nei confronti di un oggetto inanimato. Ma Quaquao no, Quaquao è rimasto con me, mi ha seguita, con poche altre cosette mie, persino nella mia vita da donna sposata. Finché un bel giorno, vuoi per i suoi raggiunti limiti di età (o per i miei), vuoi per nostalgia, ha meritato di lasciare il buio della scatola dei pupazzi riposti, per venire esposto, insieme al “reduce” suo coetaneo Pinguino, dietro le vetrine del mobile libreria della stanza adibita a studio, una specie di scrigno, una dispensa, che io ho l’ambizione di definire con ironia “la mia piccola wunderkammer”dscn1462

Quaquao e Pinguino, io vi avevo conferito un’anima, il soffio della vita, il sentimento. A ragionare con la mente di bambini si può davvero sperimentare il miracoloso. Adesso vi osservo da una distanza più regolare, un giusto distacco, nel balenio dei problemi terreni, quotidiani, come il fragore dei nervi di un marito, lo stesso uomo che, per accontentare la mia indole sognatrice tanto diversa ed opposta alla sua, mi ha aiutata e mi aiuta a gestire il lato meno poetico (ma non meno importante) di questo mio blog. Nel bene e nel male, in salute e in malattia, nella buona e nella cattiva sorte… e così sia.

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“Dovevano essere stati molto belli in gioventù”

[ Gustave Flaubert, “La leggenda di San Giuliano Ospitaliere“]

 


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“Niuna cosa è sì premiata fatica, se fatica si chiama piuttosto che spasso e ricreamento d’animo e d’intelletto, quanto quella del leggere e rivedere buone cose assai.”

[Leon Battista Alberti]

Dopo un periodo di abbandono alle divagazioni, tra il serio e il faceto (che pure mi ha giovato), vorrei tornare sul tema della critica e del commento, che personalmente trovo molto utile e creativo, nonché di stimolo alla riflessione ed anche alla fantasia, in quanto presuppone la volontà di approfondire i temi oggetto di tale attenzione.

La mia predilezione per la visione di films datati, a colori ed in bianco e nero, per lo più holliwoodiani, ma non solo, è dovuta alla grande nostalgia che ho della presenza di mia madre ed anche alle abitudini ed ai gusti che grazie a lei ho sviluppato e che sono cresciuti con me.
Con lei mi sono creata delle opinioni ed ho avuto esperienza cinematografica, con lei ho conosciuto il mondo del cinema precedente la mia nascita ed i films più belli (attori giusti al posto giusto, vera recitazione, vere trame, regia e scene fatte per essere ricordate, idealizzate), quando il cinema era per sognare, oltre che per raccontare o denunciare.
La mia mamma mi portava al cinema ogni domenica, c’era sempre qualcosa che valesse la pena vedere: i classici di Walt Disney, i colossal americani, i più recenti films per ragazzi (da Giulio Verne alla serie italiana di Piedone), ecc…; quelli in bianco e nero si vedevano per lo più alla televisione, quando venivano programmati sul piccolo schermo, come veri spettacoli, per la prima volta dopo le sale cinematografiche ed i teatri ridotti a cinema; quando il leone ruggiva, con la testa nel cerchio della M.G.M., quello era come un segnale di “sull’attenti”; ed in quelle occasioni la mia mamma, classe 1925, mi elencava con esattezza i nomi di attori ed attrici famose, che lei riconosceva familiarmente, perché aveva avuto la possibilità di apprezzarli già sul grande schermo, a partire dai primi films in bianco e nero, il primo sonoro, dalle interpretazioni di Marlene Ditrich e Greta Garbo, che lei stessa bambina andava a vedere la domenica, insieme a sua madre.
I mie nonni materni avevano una loro cultura di spettacoli e rappresentazioni: già la mia nonna, classe 1893, frequentava da bambina il loggione del teatro, con i suoi genitori, negli allestimenti dell’opera lirica (quando era d’uso recarsi a teatro portandosi dietro la cena al sacco); e per questa sua infanzia, lei conosceva a memoria molte cantate e romanze famose, anche opere per intero.
Nella famiglia della mia mamma (la sua adolescenza) si viveva in cinque con uno stipendio, dovendo provvedere anche alla pigione dell’alloggio, ma nonostante ciò e le economie che si dovevano fare per gestire al meglio quel po’ di guadagno, economie che andavano a toccare anche ciò che finiva nel piatto, nonostante tutto, non solo si era riusciti a non sacrificare l’istruzione dei tre figli, ma anche, mi raccontava mia madre, la domenica si trovava sempre il modo per farci uscire la spesa di qualche biglietto per il cinema.
Il cinema era bello. Mi sono appassionata alla visione di films datati, amo il revival in diversi campi e credo che molti registi del passato, siano stati non soltanto profetici del presente, ma che siano ancora più attuali degli odierni interpreti, così come avviene peraltro per molti letterati, da secoli, da che è iniziata la storia della scrittura.
Col passare del tempo e col vedere e rivedere le repliche televisive dei più noti films, ho memorizzato frasi ed inquadrature (o riesco ad intuirle, con le caratteristiche distintive di certi registi, a forza di pratica, così come era per mia madre), nomi e colonne sonore. Resto sempre immobile davanti alle sigle, che sono per me quasi le preferite e mi spiace che spesso vengano tagliate via a metà dalle reti televisive; penso a quelle di films e serie di films famosi come la saga di James Bond od a pellicole come “La calda notte dell’ispettore Tibbs”, “Indovina chi viene a cena?”, “Fiore di cactus”, “Amen (o I gigli del campo)” ecc… la lista sarebbe troppo lunga.
Oggi mi piace, quando posso e mi riesce, ritrovare fra i nomi dei collaboratori secondari elencati nelle sigle di films o telefilms di una volta, quelli che nei films più recenti sono diventati registi oppure sceneggiatori o produttori e, come tali nominati; ciò mi fa sentire cresciuta, una protagonista della storia umana.
Dietro la nostalgia di queste anticaglie movie d’epoca, che senza dubbio fa parte della mia natura e del mio carattere, come i miei personali gusti vintage, si nasconde insieme la nostalgia più intima per l’affetto perduto dei miei genitori ed anche, con l’avanzare degli anni, la nostalgia tutta umana che si prova per la propria infanzia e gioventù passate e per i loro tempi, che vengono evocati e ricordati in tanti modi, anche attraverso musica ed immagini.
Sarà un po’ per questo, che appena possibile mi sono procurata le riproduzioni in vendita di vecchie serie televisive, italiane e non, programmate in TV tra gli anni ’60 e ’70, come “Belfagor il fantasma del Louvre”, “Il commissario Magret”, “Il segno del comando”, “La baronessa di Carini”, “Nero Wolfe”, ecc…
Purtroppo, cosa più importante e che tanto avrei desiderato, non ci sono più Loro, a guardarli insieme a me.

Chiacchiere. Quello di cui volevo parlare all’inizio non l’ho ancora tirato in ballo, ho solo impostato l’argomento e, se andassi avanti ora, diverrei troppo lunga e certamente noiosa.
Lo farò un’altra volta, presto… [continua… “Movie 2”]

“Me la passavo il più del tempo da me, colle mie figure fantastiche; […]. Non pensavo ai divertimenti. Gli ho sempre trovati gran seccature (salvo un buon teatro quando si cantava); […]. Molti si stupiscono alle volte, che non s’amino le feste, i balli, i pranzi, i così detti divertimenti: se costoro potessero provare per mezz’ora i piaceri dell’immaginazione, del concepire e creare nel mondo fantastico, non si stupirebbero più e vedrebbero quale differenza!”

[Massimo D’Azeglio, “I miei ricordi“]

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Piccineria

“Invio a Vostra Eccellenza un occhialino per vedere da vicino le cose minime, dal quale spero che ella sia per prendersi gusto e trattenimento non piccolo; ché così accade a me. Ho tardato a mandarlo, perché non l’ho prima ridotto a perfezione avendo avuto difficoltà nel ritrovare il modo di lavorare i cristalli perfettamente. L’oggetto s’attacca nel cerchio mobile che è nella base, e si va movendo per vederlo tutto, atteso che quello che si vede in un’occhiata è piccola parte. E perché la distanza fra la lente e l’oggetto vuol esser puntualissima, nel guardare gli oggetti che hanno rilievo bisogna poter accostare e discostare il vetro, secondo che si guarda questa o quella parte; perciò il cannoncino è fatto mobile nel suo piede o guida, che dir la vogliamo. Devesi ancora usarlo in aria molto serena e lucida, e meglio è al sole medesimo, ricercandosi che l’oggetto sia illuminato assai. Io ho contemplato moltissimi animalucci con infinita ammirazione; tra i quali la pulce è orribilissima, la zanzara e la tignuola sono bellissime; e con gran contento ho veduto come facciano le mosche ed altri animalucci a camminare attaccati agli specchi ed anche di sotto in su. Ma V.E. avrà campo larghissimo di osservare mille e mille particolari, de’ quali la prego darmi avviso delle cose più curiose. Insomma c’è da contemplare infinitamente la grandezza della natura, e quando sottilmente ella lavora e con quanta indicibile diligenza.”

[da una lettera di Galileo Galilei al principe Federico Cesi]

Desideriamo avere dei bei ricordi da portare con noi, dopo la nostra dipartita da questo mondo, nella nostra “vita seconda”; cose da fare prima della fine di questa vita, o mai più. Per me, devo dire che i primati di grandezza, raggiunti dalla capacità di realizzazione umana, non colpiscono più di tanto la mia curiosità; mi rappresentano non più tanto dei traguardi, ma piuttosto dei limiti, ora ora raggiunti e che, il genio umano supererà, preso o tardi. Sono misure, che vanno per l’oggi, che sono le massime solo fino a quando scadrà il loro primato, perché ad esso se ne sostituirà un altro e un altro ancora e, quello che era il primo, finirà per diventare solo uno fra i primi e così via. Ben altra importanza ha per me, venire a sapere di qualcosa o qualcuno di piccolo, di piccolo in modo particolare, unico: il più piccolo dei tali, il più piccolo che si conosca, il più piccolo della sua specie, fra i suoi simili, ecc. Desidererei, non oggi stesso, ma che sia almeno prima dell’ora mia, che questi miei occhi potessero vedere una volta, dal vero, il colibrì più piccolo al mondo. Vorrei vederlo vivente e, se non proprio nel suo ambiente naturale, almeno in quello riprodotto artificialmente in una voliera (se ciò è fattibile senza inutili sofferenze per la bestiola), il più possibile al naturale, per apprezzarne la sua immensità ed ammirare la sua rarità e perfezione. Rarità e piccineria, hanno da sempre una grande attrattiva su di me. Quando, nella mia infanzia immaginavo di avere nella tasca un minuscolo Pollicino o la miniatura di un qualsiasi altro animale, tanto mi riusciva di crederlo vero nella fantasia, che quasi lo vedevo, lo afferravo, lo tenevo in mano; proprio come facevo realmente con un cucciolo di rospo appena sviluppato o con la piccolissima lucertola appena nata e con quegli argentei pesciolini, che nuotano veloci veloci, sulla riva del mare Adriatico, quasi invisibili, nei pochi centimetri d’acqua bassa, ancora limpida e trasparente nelle prime ore del mattino, irragiati dalla luce del sole. Brillando e cambiando sempre direzione, essi sfuggivano ad ogni reticella, ad ogni tentativo di cattura, ma lo sguardo mio attento li seguiva, affascinato da quegli stessi particolari, comuni alle specie di più grandi dimensioni e qui, tanto più piccoli e perfetti. Minuscole creature della natura, fatte per essere solo guardate. Questa mia simpatia per “il più piccolo che si trovi”, mi ha portata ad incuriosirmi anche delle cose inanimate, oltre che dei fenomeni del mondo animale o vegetale. Conservo ancora, dentro non so bene quale libro, dei piccolissimi quadrifogli essiccati, schiacciati fra le pagine da almeno quarant’anni ed ho, chiuse dentro una scatolina da qualche parte, alcune “microscopiche” conchiglie vuote, grandi pochi millimetri, sottilissime ed eteree, ma esatte rappresentanti in miniatura del loro genere. Non credo che avrò mai la possibilità di ammirare le piccole uova del più piccolo colibrì al mondo e poter vedere come, tanta piccolezza si adoperi a nutrire i suoi piccoli pulcini, forse alla stessa maniera di un grande uccello maestoso. E’ giusto in fondo che tanta grazia, delicata ed unica al mondo, non sia alla portata di tutti e, probabilmente non è per me, ma forse un giorno, chissà…

figurino cappottino“La natura è grande nelle grandi cose, ma è grandissima nelle più piccole.”

[Bernardin de Saint-Pierre]