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Cento anni

     L’A.N.M.I.G., Associazione Nazionale fra Mutilati e Invalidi di Guerra, compie cento anni. Dal lontano 29 aprile 1917 ad oggi. La nostra Sezione provinciale, nella città di Ascoli Piceno, prima fra tutte le altre della regione Marche, è nata poco dopo, il 1 agosto del 1917. Di recente, noi soci eredi, figli di invalidi di guerra, abbiamo ricordato il suo centenario, durante una giornata di festa ed anche di commozione, con letture, proiezione di video e fotografie di presone e documenti, canti della tradizione e presentazione di nuove iniziative culturali, momenti religiosi in omaggio agli scomparsi, ecc…

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     Io, bene o male che sia, avevo il compito di curare una pubblicazione, che nell’occasione ho presentato personalmente, con le seguenti parole:

Come socia di questo sodalizio, e per celebrarne nella nostra provincia il centenario dalla fondazione, nazionale e, particolarmente della Sezione di Ascoli Piceno, fra i miei compiti vi è stato anche quello di cercare di comporre una pubblicazione a tal scopo dedicata, ovvero quella che è poi stata data alle stampe, e che oggi qui con modestia, proponiamo all’attenzione di tutti, dal titolo, significativo e insieme simbolico, di: “Famiglia di Gente che ha dato”. Perché?

     Innanzi tutto perché so, per averlo letto scritto dalle loro mani, che è così che si autodefinivano in passato, i suoi storici rappresentanti, essi stessi, insieme a tutti i soci d’Italia. Gente comune, per l’appunto, che al Paese ha dato tutto. Proprio come in una famiglia, ha dato lo stesso che chiunque darebbe per i propri figli, cioè l’integrità fisica. Ed è anche per questo che, nella nostra pubblicazione, si è preferito per lo più dare la parola a questa Gente passata, ma sempre a noi presente, come si potrà meglio leggere e constatare all’interno delle sue pagine.

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     Anziché imitare, senza però mai raggiungerne la valenza, le cronache di propaganda storica dell’antichità, ed andare pomposamente alla ricerca di grandi gesta, di figure e nomi famosi, che chiunque di noi sa ci sono stati, e che in molti sono oggi ricordati nei nomi delle vie e delle piazze dei nostri quartieri cittadini, ho scelto di proposito di svolgere la maggior parte delle mie ricerche ed approfondimenti, fra la carta dei documenti presenti nel nostro archivio di sezione: libri di verbali di riunioni e di assemblee, lettere e corrispondenza in generale, fogli sparsi, dattiloscritti o vergati ad inchiostro, volantini ciclostilati, antiche pubblicazioni e vecchi ritagli di carta stampata… eccetera eccetera, convinta che “ogni ricordo è presenza”. E “Presenza” è per l’appunto il nome della rivista della nostra associazione. Nome non casuale, quasi una parola d’ordine, buono sarebbe, se per tutti noi rappresentasse un dovere sentito…

     Quindi, senza nessuna certezza del risultato e senza contare il tempo da impiegare, mossa più dai sentimenti e dalla curiosità, nell’aprire le porte degli armadi polverosi in cui è custodito l’archivio della nostra storica sezione, ho vissuto l’avventura di entrare nel passato con lo sguardo del presente. Tale è stata la mia sensazione, quando, sfogliando le pagine, leggevo le parole dei nonni e dei padri, vera occasione di arricchimento personale. Mi si spalancava tutto un mondo, fatto di grande umanità, una umanità oggi negata, e spesso anche nelle sedi che dovrebbero rappresentarla e difenderla, scomparsa, insieme ai suoi protagonisti. Un autentico tesoro riscoperto, che sarebbe bello poter riportare in vita.

     Dico sarebbe in quanto questo è un lavoro grande, che richiede tempo ed impegno (che io personalmente non nego), ma anche e soprattutto, la necessaria disponibilità di mezzi. Ovvero proprio ciò che ad un certo punto è venuto a mancare, a causa dei noti e recenti terremoti, che hanno reso inagibile la nostra sede, insieme anche ad altre sedi pubbliche cittadine in cui sono conservati documenti storici utili allo scopo: in conseguenza di ciò, ci siamo di colpo ritrovati nell’impossibilità di agire materialmente per la carenza di materiale su cui lavorare ed inoltre, la perdita di entrate economiche utili, ha completato il danno sismico e ci ha di fatto impedito di fare di più e meglio. Di ciò chiedo scusa, il “poco” fin qui realizzato, lo considero un avvio, di un futuro lavoro, o almeno lo auspico, così come mi auguro che regali ai lettori la stessa emozione e lo stesso senso di appartenenza, che ha suscitato in me.

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     Concludo leggendo un piccolo brano, dedicato al valore della Famiglia, termine oggi quanto mai abusato, travisato, disprezzato, oltraggiato e qui per noi innalzato al più nobile dei concetti. Non sono certo parole mie, quelle che mi accingo quasi a declamare, bensì di un Italiano del nostro passato glorioso, Giuseppe Mazzini:

La famiglia ha in sé un elemento di bene raro a trovarsi altrove, la durata.

Gli affetti vi si estendono intorno lenti, inavvertiti,

ma tenaci e durevoli siccome l’edera intorno alla pianta;

si seguono di ora in ora; s’immedesimano taciti colla vostra vita.

Voi spesso non li discernete, poiché fanno parte di voi;

ma quando li perdete, sentite come se un non so che d’intimo,

di necessario al vivere vi mancasse.”

     Chiudo con un abbraccio affettuoso verso tutti i soci invalidi, viventi e scomparsi, come pure verso le loro consorti, alle quali va reso il dovuto merito, oltre a tutto il resto, di aver scelto di condividere per la vita le invalidità dei propri mariti, e fra di essi i miei genitori.” Continua a leggere

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“Indossava un cappellino giallo molto grazioso ed una mantellina nera civettuola.”

[Fedor Dostoevskij, “Le notti bianche“]

Il tema del look vintage mi accompagna oramai in ogni aspetto della vita. Non si tratta solamente di vestire, abiti ed accessori correlati: è una questione di gusti, di stile. Ed è anche divertente.

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Quello che presento è un abito confezionato di metà anni ’70, originale, sempre facente parte del guardaroba della mia mamma. E’ un abito intero, sul genere robe manteau (perdono, perdono per ogni mio errore di scrittura), in rasatello di viscosa, di un certo spessore. Pur rimanendo in ambito estivo, trovo che sia più adatto a vestire la fine della stagione, proprio per la sua “pesantezza”: per il tessuto in sé, il taglio e la fattura, dalle grandi pieghe baciate sul davanti della gonna svasata al fondo, doppiato sul davanti del corpino tramite una abbottonatura tutta particolare, che nasconde una serie di laccetti interni e su tutto, un importante risvolto del collo, che non si adatta alla calura afosa dell’estate locale; è un collo particolare nella sua foggia, che veste molto e che quadruplica il peso della stoffa; insomma, sono tutti accorgimenti sartoriali più indicati per una mite mezza stagione che per una torrida estate.
A completarne la vestibilità, non casuale, è dotato di una cintura dello stesso tessuto, che ha il pregio di spezzare ed unire allo stesso tempo.

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Ma la particolarità di questo abito non risiede solo nel modello, anzi, semmai è proprio nella fantasia della stoffa, che disegna motivi geometrici su di un fondo nero, con l’aggiunta di altri tre colori, sapientemente disposti, come per i quattro frutti base di una macedonia: righe disegnate da una matita in bianco ed in rosso, con prevalenza del primo, disposte parallelamente quasi a caso, in varie direzioni e che si interrompono l’una contro l’altra; hanno l’effetto di camuffare il buio dello sfondo. Si intersecano a queste altri motivi bicolore a cerchi concentrici, che si staccano dal fondo per la luce dei colori usati: un vivace rosso geranio, abbinato a contrasto a quel più serio color tabacco, sempre molto presente nella sua epoca. Ricordo che il colpo d’occhio, nella mia infanzia/adolescenza, mi faceva tornare alla mente i motivi grafici di una sigla televisiva, di una nota serie a puntate a cui tanto mi appassionavo: le avventure di Arsenio Lupin… bei tempi.

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Ho trovato nella mia collezione, dei bottoni griffati Valentino, roba degli anni ’80, di un bel colore rosso, leggermente aranciato, in bachelite madreperlata, con cui sostituire la serie degli originali, in quanto uno ne era danneggiato, mancante della parte superiore; avrei preferito farne a meno, perché mi piacevano e non se ne trovano facilmente in uguali riproduzioni, figuriamoci poi gli originali.

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Alla voce accessori ho provveduto appena: con queste scarpe semiaperte e la piccola borsa a tracollina, con catena metallica, richiamanti il rettile di pelle lucida, ma di colori nettamente ed appositamente diversi, entrambi ben abbinabili con l’abito. Non mi sono spesa molto, ma naturalmente, è solo una delle tante soluzioni pensabili.
Aggiungo che il risvolto del collo di questo abito è così particolare e così importante, da essere un vero invito alle spille, a cui è quasi impossibile resistere; le spille, revival dei nostri giorni, alla mia mamma piacevano tanto.

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Mascarpone perduto

“Cieca e superba polvere
dunque m’ha Dio percosso
un mondo rivelandomi
ch’io rivelar non posso.”

[Giovanni Prati]

Mentre correvo a gran velocità verso l’ospedale, distesa sulla lettiga, guardavo il soffitto dell’ambulanza; dicevo tra me: – Mamma, vengo da te. –
Stavolta la sirena ha suonato per me. Ovunque e per tutti c’è una prima volta. E’ bastato un evento improvviso e più grave del solito. E pensare che io opto di proposito quasi sempre, per passare il ferragosto a casa mia, anche a motivo di non cercare guai… vallo a raccontare. Proprio quello che sto facendo qui ora, e per mia fortuna. Problemi ce ne saranno, forse, forse cause da ricercare, cose da risolvere, si vedrà… Intanto, io sono ancora sulla piazza. Ed è già qualcosa.
Del pomeriggio passato in osservazione su di un letto di ospedale, mi è rimasto un lieve segno sul braccio, che da rosso è sfumato via via sul blu e poi sul verde, attenuandosi fino a scomparire del tutto. E’ stata questa l’ennesima occasione giuntami per volgere lo sguardo verso di me, la mia vita, non più al futuro, semmai al presente e, naturalmente al passato. Consuntivo del tempo già speso, ricordi di quel che è stato e che mai più sarà, sensazioni, carezze, memoria di cose buone e belle, ormai andate, perse per sempre ma mai dimenticate.
Come la nostalgia del vero Mascarpone, il Mascarpone autentico, quello della mia infanzia, dei tempi miei lontani, i tempi dell’asilo. Quando era ancora presente la mia nonna e non si trovavano ancora le siringhe usa e getta, questo formaggio che si chiama Mascarpone, veniva venduto a peso. Si acquistava in drogheria in piccole porzioni sfuse, secondo le proprie esigenze, spesso del peso di circa un etto, a volte anche meno. Ricordo che in genere si comprava il cibo a mezzi etti ovvero tanto quanto era necessario al momento, quanto ne serviva per il giorno in corso, a volte per un solo pasto, seppure c’era in casa il frigorifero, dentro il quale però il tale Mascarpone, non gelava mai troppo; quindi, se abbisognava, per il pasto successivo si tornava in negozio una seconda volta, a ricomprare ciò che mancava; e così via giorno per giorno.
Chi te li dava i supermercati? Non c’erano i cibi dosati ed impacchettati, già pronti per essere passati alla cassa, così come se ne trovano oggi. Oggi che, gli scaffali dei numerosissimi supermercati, ipermercati, stramercati, sono ricolmi di tanta e tanta roba, che uno quasi non sa dove guardare. Esprimo qui, sottovoce, il mio personale grido d’allarme ovvero, lancio un simbolico SOS: – Aiuto! Il Mascarpone non si trova più! –

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Il Mascarpone era una preparazione a base di latte, dalla consistenza cremosa e duttile, con tendenza ad aderire agli involucri, di colore giallino, molto pallido, simile ad un burro di qualità, per intenderci, che il droghiere vendeva sfuso, servendosi di un cucchiaio o di una spatola per prelevare le piccole dosi, che depositava su appositi foglietti di materiale trasparente, sottili ma resistenti, di forma quadrata, misuravano le dimensioni di fazzolettini da borsetta e, proprio come eleganti fazzolettini, erano impreziositi da un grazioso decoro o ricamo a stampa, di colore rosso, che correva lungo tutto il bordo; richiusi a contenere il Mascarpone al loro interno, somigliavano un po’ a bomboniere di tulle per confetti… Una volta tornati a casa dalla spesa, al momento di mettersi a tavola, si apriva sulla mensa una tal bella pochette, che racchiudeva il delicato Mascarpone, dal gusto inconfondibile ed indimenticabile, profumato e saporito, buono da solo, servito con il Pane.
Negli anni, con il trascorrere del tempo (e della mia vita) e con l’avvento – ed in seguito anche il sopravvento – di quelli che io chiamerei “formaggi sintetici”, di ciò che una volta era il Mascarpone, è rimasto nulla se non pochissimo: il prodotto ora in vendita è cambiato nella sua ricetta, risultando sempre meno buono, sempre più denso e sabbioso, insipido e rigido, una pessima polentina di colore quasi bianco candido, che come i fiori di “Mimì”, ahimé non ha quasi più odore e, praticamente nessun sapore. Certamente non c’è più gusto a mangiarlo da solo e, francamente, neppure accompagnato ad altri alimenti, se non per castigo; è diventato un semplice ingrediente generico, da utilizzare a monte di una qualche preparazione, per giungere ad ottenere altre pietanze… Non viene più venduto sfuso da tanto tempo, ma lo si trova già inscatolato, predosato, in certe confezioni sullo scaffale frigorifero.
Quando si torna a casa dopo aver acquistato una di queste scatole tonde di plastica, con su scritto “Mascarpone” e, ci si accinge ad aprirla desiderosi di spalmarne il contenuto su del Pane, con in bocca, non nego, anche un po’ di acquolina… delusione delle delusioni… per cominciare, non è bello ciò che si vede, poi non è buono ciò che si annusa o meglio, che non si annusa (inodore) e neppure è buono ciò che si assaggia (insapore), amara constatazione: il Mascarpone è scomparso.
Ad una prima vista i vari componenti non appaiono ben amalgamati e tendono sempre a dissociarsi, il prodotto in sé non aderisce né al contenitore, né alla posata, né a se stesso; coloro come me, che hanno avuto la fortuna nella vita di conoscere in bocca il Signor Mascarpone, possono ben dire che il suo sapore attuale è in vero quello della beffa, il culmine di un insulto alimentare. E così, ogni tentativo di prelevarne un quantitativo da spalmare o da farne altro, da qualsiasi verso lo si prenda, si risolve perpetuamente in un pietoso sbriciolamento e sfaldamento, oltre che dissociarsi di parti acquose e parti terrose, di quello che idealmente doveva essere quasi una leccornia, piccolo assaggio di paradiso, frutto della Natura e del lavoro dell’uomo, ma che invece si rivela ciò che è oggi, cioè un impiastro malriuscito, indecente ed impresentabile, degno solo delle mense dei peggiori ipocondriaci, i quali non si cibano di nulla che non si presenti con l’aspetto o la dicitura “senza”… e che fa ogni volta rimpiangere, se non proprio piangere lacrime, per il Mascarpone perduto.

“La ragione si fa adulta e vecchia; il cuore resta sempre ragazzo.”

[Ippolito Nievo]


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“Vederla ora, gli fece tornare in mente il passato, memoria preziosa che gli avvenimenti successivi non avevano mai potuto completamente cancellare.”

[ Rafael Sabatini, “Scaramouche“]

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Per ritornare all’argomento moda-vintage etc… ho scelto stavolta un capo datato anni ’70, autentico, un tailler della nota griffe “Marina Rinaldi”, la quale realizza abiti femminili ben curati nei dettagli, di gusto definito, preciso lo stile sartoriale, la vestibilità è per tutte le età; ed anche questo, è appartenuto alla mia mamma.

 

Bella la stoffa tweed, dalla trama non molto pesante, non spessa, non rigida, portabile: la giacca, foderata di leggera flanella di cotone in tinta con il tutto, presenta un’abbottonatura doppia sul davanti ed un collo tondo chiuso anch’esso su di un lato da un bottone, bordato infine di pelliccia, di una nuance di colore che evoca gli stessi toni del marrone della laneria, mentre la lunghezza delle maniche scopre i polsi, permettendo così si mostrare eventuali bigjoux oppure un bel paio di guanti, riguardo i quali, in questo caso, ho optato per un tipo di pelle nera, semplici e classici, sul genere degli stivaletti a metà polpaccio che indosso nella foto; la gonna, in origine si presentava di lunghezza midi e, senz’altro “vestiva di più”, ma io ho voluto renderla indossabile per me, adattandola al mio stile e cioè, ne ho accorciato l’orlo.
Indosso di solito dei cappelli su questo genere di completi, ne possiedo svariati, per forme, materiali, stili, e colori ma, come sempre accade, ne manca sempre uno e cioè, proprio quello che servirebbe… queste carenze sono difetti (o pregi) “da donna”.

 

A questo punto devo accennare ad un importante e prezioso accessorio di completamento, un capo che ho voluto aggiungere per proporlo e mostrarlo in uno dei suoi molteplici abbinamenti, pensati da me: un nuovissimo maxi-foulard, realizzato dalla casa “Versace” in fine tessuto damascato, monocolore, morbidissimo e cadente, un materiale di ultima generazione (100% Lenpur, che mi dicono essere un derivato o addirittura lo stesso legno) e, combinazione, di un tono di colore praticamente identico a quelli dell’abito presi nel loro insieme, un felice abbinamento di sfumature e materiali, non certo appariscente, ma a mio avviso neppure monotono, il contrasto è più nel genere (materiale, epoca, etc.) che non nel colore, di un’originalità diversa, non troppo esibita, quasi una divisa…
Ho in mente tanti altri modi per indossare ed abbinare questo genere di stola dal colore particolare, quasi indefinito, ad esempio, su base di colore rosso acceso, deciso o, sopra i toni del blu e soprattutto, dell’azzurro, insomma, su basi dai toni certi, così da stabilire a colpo d’occhio uno stacco netto, ciò che io chiamo un completamento a contrasto, ma di un genere non troppo impegnativo; purché si sappia però, oltre al come, anche il quando, indossare…

 

Borse a tracolla, sarebbero senz’altro adatte ad un vintage anni ’70 di sapore classico come questo, ma io stavolta non lo trovo un punto vincolante, anzi vorrei invece trasgredire, smorzando così un insieme che appare più che fedele alle figure della sua epoca; quindi, pur avendone in mia disponibilità alcuni modelli autentici, non indirizzerei verso nulla in particolare; dico solo che nei miei gusti gradirei vederci abbinato qualcosa di vivace e magari audace, nuovo o vintage che sia, niente altro più, scelta libera.

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“…una donna dall’aspetto melanconico, i capelli castani e le ciglia languide…”

[Oscar Wilde, “Il Delitto di Lord Arthur Savile“]

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Venerdì 17 Febbraio del ’17

“Facciamo tesoro di sentimenti cari e soavi i quali ci ridestino per tutti gli anni, che ancora forse tristi e perseguitati ci avanzano, la memoria che non siamo sempre vissuti nel dolore.”

[Ugo Foscolo, “Ultime lettere di Jacopo Ortis“]

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Amo i gatti. E non mi pesa affatto il rinunciare a viaggi e vacanze per non dover lasciare i miei cari animali domestici. Sto bene così.
Nel giorno dell’anno ad essi dedicato non ho intenzione di rattristarmi con i ricordi dei miei amici a quattro zampe passati a miglior vita, dopo aver allietato affettuosamente la mia, lunga ormai di oltre mezzo secolo. Ho memoria di ognuno di loro, come anche – seppure nella mia immaginazione – di quelli che mi hanno preceduto ovvero, nell’accompagnare la giovinezza e l’infanzia dei miei genitori ed anche dei miei nonni e, da loro stessi narratemi, di volta in volta con una punta di affetto perduto.
Ora sono tutti quanti insieme e vicini, esseri umani ed animali, ritrovati nella gloria del Signore, come ci rassicura l’Amico e Santo Francesco. Voglio onorarli a modo mio, tutti, passati, presenti e futuri, in letizia ed in poesia, citando per l’occasione i seguenti versi del poeta Arturo Graf:

Al mio micino

O mio caro micino,
bello, lindo, pastoso,
lèpido, grazioso,
ficchino, naccherino;

mentre al quieto lume
d’una lampa modello,
io, com’è mio costume,
sui libri mi scervello;

mentre assassino l’ore
cercando il pel nell’uovo,
o con l’antico errore
affastellando il nuovo;

tu vieni quatto quatto
a farmi compagnia,
e mi schizzi d’un tratto
sopra la scrivania.

Ti muovi a coda ritta
fra libri e scartafacci,
poi sulla carta scritta
placido t’accovacci.

O mio caro micino,
bello, lindo, pastoso,
lepido, grazioso,
ficchino, naccherino;

io prendo gran satolle
di testi con le note;
tu rimani in panciolle
sulle morbide piote;

e beato sonnecchi,
pieno di scienza infusa,
o mi guardi sottecchi,
sbadigli e fai le fusa.

E non so se m’inganno:
ma talvolta direi
che tu, così sappanno,
ridi de’ fatti miei.

Poi, quando finalmente
ci vengono a chiamare,
e come l’altra gente
andiamo a desinare;

io mangio quanto un grillo
consunto d’etisia;
tu pappi franco e arzillo,
la tua parte e la mia.

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Un grande abbraccio a tutti i gatti del mondo.


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“… qua e là qualche parola che la turbò e persino la sconvolse. – Poveretta! Se fosse vestita come si deve, sarebbe così carina! -“

[Louisa May Alcott, “Piccole donne“]
Vuoi per lo shock del recente sisma nel centro Italia (le scosse tuttora continue di terremoto mi tengono lontana da tante cose e da tanti dei miei interessi, compresa la rete), vuoi anche per il resistere di queste miti temperature nella mia città (i piacevoli raggi del sole di questo caldo fine novembre), che nelle ore centrali della giornata, ci permettono a volte di tornare indietro nelle stagioni e magari, di scoprire un po’ di pelle, se siamo seduti nel posto adatto… mi sento ancora in vena di proporre uno dei miei più coraggiosi abbinamenti vintage di fine estate, prima di abbandonare del tutto il fresco cotone per dedicarmi ai prossimi indossi datati, fatti di lana, velluti e robe pesanti…

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Questo qui è un vero pezzo di recupero, quasi un “fai da te” dell’abbigliamento, inventato con ciò che resta nell’armadio, un azzardo, di quelli che preferisco… insomma è il mio genere, ciò che io sono, in carne, spirito e stoffa.
Nelle foto indosso un completo della fine degli anni ’80; la sua particolarità deriva dall’essere stato in realtà un taller di manifattura per ragazzine, specificamente del marchio “I Pinco Pallino”. Ma, indossato da una ultracinquantenne.
Mi sono potuta permettere di vestire questo capo in virtù della mia corporatura, sì burrosa ma “poco robusta” ed anche del fatto che, nella bella stagione i colori e le fantasie si fanno meno impegnativi, più leggeri, per tutte le generazioni; ma andavano studiati bene gli abbinamenti e gli accessori, per adattare al mio stile tutto l’insieme, senza sottovalutare il fatto più importante, fondamentale per qualsiasi outfit ovvero, la giusta occasione.

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Si tratta di un completo, gonna e giacchina, in pesante stoffa di cotone rasato, stampata in una fantasia floreale dai disegni grandi e leggeri, in colori tenui, su di un fondo chiaro di color panna. E’ un tessuto abbastanza morbido nel suo seguire i movimenti, ma allo stesso tempo anche così sostenuto da mantenere una vestibilità rassicurante; quasi somiglia ad un genere di denim e, come tale è stato trattato nella lavorazione e nelle cuciture: molti trapunti esterni, anche doppi, alcuni particolari che richiamano il genere, come tasche della giacchina apposte all’esterno, alcune impunture in verticale sui fianchi…, ma tutto sempre all’insegna di una femminilità giovane ed anche raffinata, finezza nei particolari, come ad esempio la fila di bottoncini foderati in identica stoffa, che corrono lungo tutto il lato aperto della gonna a ruota, per altro di molta attualità. Attualità che ho tentato di accentuare con l’aggiunta di una alta cintura a fascia annodata in ecopelle, in questo caso nera (ma avrei in mente anche altri colori…).

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Siccome però io sono una signora e mi devo vestire come una signora e non come una bambina, dopo aver regolato l’orlo della gonna (invero più lunga) secondo le mie proporzioni e, non avendo altro da modificare perché il tutto mi sta a pennello in fatto di taglia, ho scelto di abbinarlo ad un altro dei miei capi vintage che considero consono alla mia età: una camicina a sacco di Emanuel Schivili rimastami dalla fine degli anni ’70- inizio anni ’80; un modello con parziale apertura sul davanti, in battista di cotone di un delicatissimo color celeste chiaro, in tono con la nuance della stampa a fiori. Questa è poi arricchita da piccoli particolari raffinati: trapunti e cuciture in filo dorato, compreso il taschino applicato con sopra un ricamo centrale in pizzo, tondo, bianco come il piccolo collo arrotondato (quasi una coreana, ma di ben altro effetto) ed i bottoncini rivestiti, tutto in fine piquet di cotone.

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Circa gli accessori, non ho optato per il top della praticità. La borsina in foto è un piccolo secchiello-bauletto fine anni ’80, quasi un portagioie, in vero camoscio tricolore, che richiama più colori dell’abito (blu, giallino e celeste), con piccolo manico a mano più tracollina staccabile (detto fra noi: dentro non ci va quasi niente). Atro abbinamento, da me preferito, è la mia borsa a bustina di inizio anni ’80, con eventuale tracollina, griffata Navarro, in rigido cuoio lavorato con motivi impressi e tinto in azzurro polvere, più intenso, ma non diverso dalla tonalità della camicina e dalla fantasia dell’abito (in foto non rende l’idea però), con in più alcuni particolari in cuoio di colore blu: le originali chiusure laterali con bottoni magnetici ed il marchio centrale sulla patta, con maniglina in minuteria metallica.
Mentre per ciò che riguarda le scarpe, mi sono alquanto lasciata andare al disimpegno, cosa che forse non sarà condivisa… aperte e di stoffa (raso e pizzo macramè), con zeppa non alta rivestita in tela di cotone e corda intrecciata, legate alla caviglia. Sono stata ispirata dal colore, che è lo stesso di base dell’abito. Ecco tutto.

vedere : Vintage1,

Vintage2,

Vintage3

Vintage 5

Vintage 6

 


Quaquao

“Tutti i grandi sono stati bambini una volta. Ma pochi di essi se ne ricordano.”

[Antoine De Saint-Exupèry]

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Era già quasi un oggetto dei ricordi del mio passato, quando l’ho scelto come soggetto per un disegno artistico, un compito a casa, impartitoci dalla maestra elementare: cioè, ritrarre qualcosa di nostro, che ci era caro, che più di piaceva, qualcosa che si aveva in casa, per noi di una certa importanza…
Ce l’avevo dai tempi della mia primissima infanzia, era ancora il mio pupazzo di peluche preferito, gli ero affezionata, quasi come se si fosse trattato di qualcuno. Quaquao, lo avevo sempre chiamato e, anche se ci avevo giocato e rigiocato fino a consumarlo, guai a chi me lo avesse portato via. Lo avevo tenuto con me chissà quante volte, mai perduto. Lo scelsi subito come mio soggetto per il compito della lezione di disegno libero.
Ne feci il ritratto, su di una pagina di quaderno, con molta cura e precisione. Fu un grande impegno per me, ma anche il risultato fu appagante. Venne infine mostrato in classe a tutti gli scolari, miei compagni, insieme ai disegni meglio riusciti di alcuni di essi.

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Quaquao è rimasto sempre nella mia casa, non è andato regalato ai miei cugini più giovani di me (forse anche perché un po’ consunto) od ai bimbi che all’epoca erano un po’ meno fortunati, che non avevano tanti giocattoli, come invece è accaduto per tanti altri miei giochi d’infanzia, grazie alla generosità e senso pratico della mia mamma, la quale non è mai stata una persona malata di possessività, verso niente e nessuno, meno che mai nei confronti di un oggetto inanimato. Ma Quaquao no, Quaquao è rimasto con me, mi ha seguita, con poche altre cosette mie, persino nella mia vita da donna sposata. Finché un bel giorno, vuoi per i suoi raggiunti limiti di età (o per i miei), vuoi per nostalgia, ha meritato di lasciare il buio della scatola dei pupazzi riposti, per venire esposto, insieme al “reduce” suo coetaneo Pinguino, dietro le vetrine del mobile libreria della stanza adibita a studio, una specie di scrigno, una dispensa, che io ho l’ambizione di definire con ironia “la mia piccola wunderkammer”dscn1462

Quaquao e Pinguino, io vi avevo conferito un’anima, il soffio della vita, il sentimento. A ragionare con la mente di bambini si può davvero sperimentare il miracoloso. Adesso vi osservo da una distanza più regolare, un giusto distacco, nel balenio dei problemi terreni, quotidiani, come il fragore dei nervi di un marito, lo stesso uomo che, per accontentare la mia indole sognatrice tanto diversa ed opposta alla sua, mi ha aiutata e mi aiuta a gestire il lato meno poetico (ma non meno importante) di questo mio blog. Nel bene e nel male, in salute e in malattia, nella buona e nella cattiva sorte… e così sia.

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“Dovevano essere stati molto belli in gioventù”

[ Gustave Flaubert, “La leggenda di San Giuliano Ospitaliere“]