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Ruolo e identità

“L’abitudine è mezza padrona del mondo. <<Così faceva mio padre>> è sempre una delle grandi forze che guidano il mondo.”

[Massimo D’Azeglio]

– E’ l’uomo, che porta i pantaloni in casa –
Una frase da me udita per caso, dal finestrino aperto dell’auto, mentre veniva pronunciata da un “giovane marito”, nel parlare al telefono, per la via. Un conoscente, un vicino, un abitante del mio rione, bravo ragazzo.
Quale questione, allora? Direi la scena, nel suo insieme e cioè, principalmente il fatto che costui, proprio mentre sentenziava con tali parole la sua solenne verità – rivolgendosi presumibilmente ad un altro uomo, parente o amico – aveva lui, indosso, per l'”occasione”, i suoi di pantaloni: un paio di bermuda, di foggia tutt’altro che maschile, in tela indiana stampata a grandi quadri, vistosi e colorati, con sopra una anonima ed altrettanto neutra maglina… sotto il tutto, scopriva la metà delle sue gambe nude ed un paio di scarpe di genere spazioso, le solite scarpe sportive, universali, tanto laiche quanto clericali, oramai ai piedi di tutti, uno dei moderni rifugium peccatoribus.
La frase da me udita passando e così inopportunamente pronunciata, proprio per via del conteso descritto, acquisiva già da sé la sua naturale valenza comica e quasi pietosa. E tale è rimasta nella nostra memoria, tra me e mio marito (tanti eravamo nell’auto), in virtù di quella nostra complicità, che ci porta ad ironizzare in privato, solo a nostro uso e consumo, sulle “bellezze” dell’universo che ci circonda; il tutto attraverso l’uso di un nostro linguaggio, composto da neologismi e giochi di parole, coniati al volo, là per là, per l’occasione. Un’intesa goliardica che, in bene ed in male, siamo riusciti a consolidare in 30 anni di vita a due. Insomma, la frase, detta così, con un vago intento gentilmente e gradevolmente denigratorio, è entrata a far parte dei nostri semiseri modi di dire; mentre al giovane così sentenziante, rimasto da quel giorno fra le nostre simpatie – non fosse altro per averci fatto guadagnare due sorrisi in più – migliore definizione non abbiamo saputo attribuire, che quella di “uomo con i pantaloni”, il quale da allora è, per noi e tale resterà.
Ed in più, nei nostri commenti e discorsi a due, negli stessi termini apostrofiamo con innocente derisione, anche altre persone, figure umane dalle caratteristiche alquanto peculiari a nostro giudizio, quando è il caso, nel nostro stile sardonico, a compensare a modo nostro persino certa sbruffoneria, ritorcendo, con la forza del ridicolo, la stessa arma verso coloro che la brandiscono. Sono uomini e donne che attraggono la nostra attenzione o che, per cause di forza maggiore, ci troviamo costretti a dover tollerare, ma che in fin dei conti, altro non riescono a farci, se non stimolare la creatività di quel genietto, giusto o vendicativo, alla “Pasquino”, che scalpita in ognuno di noi.

Fra le reminiscenze che conservo, della mia famiglia di origine e, particolarmente dei miei cari genitori, durante la loro vita terrena insieme a me, ci sono i racconti e le descrizioni delle cose del loro passato, di come era il mondo prima di oggi, dei tempi andati e della loro infanzia e gioventù ovvero, di quando, per legge e per decenza, era fatto divieto agli uomini adulti di vestire in pantaloncini e simili, nei centri urbani.
Regola di buona educazione, imposizione di stile, obbligo di distinzione sociale o limitazione di libertà, improponibile? Visto e sentito il presente, non ci giurerei…
Io, che sono arrivata dopo, vedo questo dettato come la volontà di non “lasciar fare”, una consapevolezza, acquisizione di responsabilità, per un compito niente affatto secondario.
Ed in fondo penso, il giovane dei nostri giorni, telefonando per la via, diceva pur il vero: l’uomo è qualcuno, nei suoi pantaloni.

“…egli non più velato dall’acqua saponacea, non ancora rivestito dall’effimero sudario, si ergeva interamente nudo, come l’Ercole Farnese, e per di più fumante, mentre giù dal collo, dalle braccia, dallo stomaco, dalle cosce l’acqua gli scorreva a rivoli, come il Rodano, il Reno e il Danubio traversano e bagnano i gioghi alpini.”

[Tomasi Di Lampedusa, “Il Gattopardo“]sposina

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Così appare

“Eppure era contenta di unirsi a quel vanesio di avventuriero dagli abiti scoloriti. Cose di tutti i giorni pensava, in un sesso che la filosofia gli aveva insegnato a considerare come la parte più pazza di un mondo di pazzi.”

[Rafael Sabatini, “Scaramouche“]

E’ con sempre crescente forza, che avvertiamo un enorme bisogno di certezze, di sicurezza.
Viviamo un periodo storico balordo, in fondo come tanti altri ce ne sono stati, periodo di precarietà interiore, di vuoti, pericolosi vuoti, evo dall’asse mediano fluttuante, per l’assoluta assenza di punti fermi a cui ancorarsi, ago di bussola impazzito, in territori senza poli, entro i quali si impongono scelte faticose e troppo grandi, superiori alla stessa natura umana. Le stesse scelte, che un tempo ci venivano consegnate indiscutibilmente già operate e così quindi risolte, sollevandoci dai dubbi giganteschi che oggi queste ci comportano. Dubbi nuovi, che ci sovrastano e spaventano, con tutto il loro peso e la loro complessità ed al cui impegno risolutivo non siamo preparati, non avendone ancora acquisito un sufficiente retaggio.

Mi domando se valga oggi la pena di capire, cosa in maniera specifica caratterizzi e qualifichi una donna, in senso esteriore, per quella che è; e soprattutto se abbia un senso dare un peso ed una evidenza certa a questa distinzione; o se invece io non stia mettendo l’accento su di una questione superata, sorpassata, per via di un raggiunto traguardo, un qualche traguardo…
Le pubbliche vie e gli ambienti cittadini, di svago e di lavoro, sono sempre più pieni di presenze femminili conciate in modo da non suscitare nessun colpo d’occhio; vestite in modo che non esito a definire incolore, inodore, insapore, pur nelle loro tonalità e sfumature, per lo più di colore scuro, facili da portare e da “mantenere”. La stessa tonalità nera, tanto usata ed abusata ovunque e comunque, non dice più nulla di sé, non rappresenta più quel dato colore, ben determinato e determinante l’uso e la foggia dell’abito, come invece ancora accade per l’abbigliamento maschile, diligente e dignitoso. Vestire da donna con “cose nere” sembra un vestire di un “non colore”, quasi per una “non vita”.
E cosa dire poi, nelle scelte di abbigliamento di tante donne, delle ormai sempre più rare fantasie stampate e della loro progressiva scomparsa dai guardaroba muliebri? Ridicolizzata ogni decorazione o accenno di frivolezza, quasi fossero bandiere di generica inferiorità, i rari motivi stampati sono retrocessi al più allo stadio di righe o quadri, poche geometrie… e neppure queste, lontanamente avvicinabili allo stile vero e proprio delle righe di gusto esclusivamente femminile, rappresentate fra le prime stampe su stoffa, passo avanti nella storia dell’abbigliamento e della moda, da quelli che erano i canoni precedenti.
Fiori, decori, colori… decenni, secoli di conquiste e di progressi, sono gli stessi che ora moltissime donne rifiutano, evitando di scegliere di indossarli. La nuova norma di moda e di stile sembrerebbe l’occultamento della femminilità più autentica, in favore di una donnaggine autosufficiente e della indefinitezza, per la stessa negazione della propria peculiarità. Una negligenza ed una vaghezza esistenziale, che fungono da comodo paravento, per mettersi al riparo dalla propria natura. Ma poi perché?
Tutte le scelte concorrono a completare questo quadro, il cattivo gusto ha preso piede e potere e si è fatto regola, su vari fronti; le evidenze parlano più delle parole: dal taglio dei capelli, spesso anonimo, facile, alle acconciature finali, non impegnative, al make up, pietoso e penalizzante (peggio che farne a meno), per non dire di quanto certe montature di occhiali, presunte di moda, abbruttiscano visi e sguardi, che andrebbero invece esaltati e valorizzati e, quale passo appesantito produca l’indossare come calzature, cosiddette di tendenza, un paio di vere gondole; tutto l’abbigliamento è caratterizzato in generale dall’EVITARE e non dal CONCEDERE.
Con una tale partenza non è pensabile che si ottenga un buon effetto, ci si può solo illudere; illusioni e delusioni, nella implicita pretesa di piacere, per gradevole aspetto… con ai piedi gli scarponi.

“Esistono, sì, anche delle fanciulle colte, ma sono pochissime. L’altro gruppo, assai numeroso, è quello delle ignoranti, che vogliono passare per istruite.”

[Ovidio, “L’arte di amaredonnina con cerchi“]


Un ritratto

“Viva o mora o languisca, un più gentile
stato del mio non è sotto la luna,
sì dolce è del mio amaro la radice.”

[Petrarca, “Canzoniere”, 229]

Non saprei pensare ad un migliore argomento con il quale iniziare il mio blog di pubbliche confidenze, che non sia lui: mio marito, da quasi trent’anni.
Io sono tuttora attratta e confusa dalla sua figura maschile ed egli, da animale schivo qual è, accetta pazientemente i miei occhi innamorati puntati su di lui.
Adoro l’aspetto esteriore del mio uomo, corpulento e sanguigno. La sua corporeità è forte ed evidente, la sua presenza fisica si impone agli sguardi per la strada ed in pubblico, cattura sempre l’attenzione su di sé, ancor più quando lui è insieme a me: il dimorfismo dei nostri corpi ed il provocante contrasto nei nostri aspetti più evidenti, evocano spontaneamente sensualità ed io, spesso piena di me, come in un preciso gioco, da donna adulta e sicura di sé, colgo ogni più piccola occasione, per esibire con calcolata ostentazione, carne e ossa dell’uomo al mio fianco.
Sono fiera del suo passo misurato e del suo portamento, quel suo incedere con naturalezza, quell’andatura calma su due gambe perfettamente diritte; sono fiera delle sue mani, nobili e dal tocco gentile, con sicurezza poggiate su di me,sempre in cerca del rassicurante ed energetico contatto fisico.
Le sue spalle e la schiena, così imponenti, arrotondate e carnose, modellate sui miei gusti, come pure il suo collo e la nuca, dalla forma ideale, io ammiro da ogni angolazione. Ed anche i bei capelli corti, biondi e scuri a un tempo, catturano il mio sguardo; quei capelli di cui io mi prendo cura di persona, accarezzandoli e pettinandoli, gustando ad ogni tocco, un altro dei piaceri che il mio amore sa darmi; nascoste, dal taglio regolare e frequente, sono le onde naturali, di cui conosco l’esistenza, quasi un segreto d’amore: ne ho memoria della nostra migliore gioventù; mentre il loro virile diradarsi accresce la mascolinità ed il fascino di un uomo maturo e completo.
Quindi gli occhi, spesso io cerco, gli occhi suoi chiari, di un verde prezioso e lucente, come il biondo dorato del tenero sopracciglio, soffice se sfiorato e che incornicia uno sguardo ispiratore, dolce, giovane, quasi fanciullesco, come in ogni uomo che sia degno, specchio di gioia e di dolore, ali brillanti e tenui, deposte lì, dove la fronte regolare sovrasta il profilo e, sulla coda dell’occhio, scende leggermente la palpebra, con le sue ciglia infantili, a mitigare la severità dell’espressione dell’uomo a cui affido la mia vita e tutta me stessa.
E poi c’è la sua bocca, indiscutibilmente molto sensuale, provocante, con le sue vistose labbra spagnoleggianti, carnose e ben definite nei contorni sinuosi e dal bel colore rosa acceso: quanto basta ad una stupenda creatura dalla preziosa pelle chiara.
A completare la prepotenza della sua bocca, sotto le gote piene e sempre rosee, due pieghe naturali, scendono ad onda dai lati del naso, maschile e regolare, dentro un viso ovale, dal mento rotondeggiante, anch’esso molto carnale, sia di fronte che di profilo; quel profilo dall’aria in apparenza pensosa e corrucciata, che pur tante volte si è sciolta in un sorriso di compiacimento, struggente e vigoroso.
Ogni mio senso lui chiama a sé. Il suo odore naturale, non sopraffatto da essenze, buonissimo, io desidero, avvicinandomi alla base della sua nuca; questo mi attrae, mentre, sempre più vicina, appoggio il mio viso dietro il suo collo morbido e caldo, inalando avidamente: è odore di miele, forte ed inebriante, mi confonde, cattura. Ed io, non ho più alcun ritegno.
Anche la sua voce, anelo di udire, rivolta a me. Voce reticente di uomo silenzioso, tanto desiderata quanto negata, voce da far dimenticare le ore più buie della nostra vita. Basta un semplice sussurro, mi ammalia persino il suo silenzio, silenzio che conosco, avaro e tentatore. Il solo suono del suo respiro, esprime, senza bisogno di parole, i sentimenti e gli istinti, gli stati d’animo, che si succedono, rapidi o lenti, le emozioni, che egli mi trasmette senza dire… e che io, mi beo di suscitare in lui, con dedizione femminile e con arte, di consumata amante.

“Si guardò allo specchio: non c’era da dire era ancora un bell’uomo.”

[Tomasi Di Lampedusa, “Il Gattopardo“]

Dati personali

gatto mao