Archivi tag: momento

Viaggi nel tempo

“…si suole piangere in chi muore una sorta di sciagura e quasi di annientamento totale; ma la morte di mia madre non era una sciagura e non era totale. Ce lo garantivano la prova della sua vita e una fede non finta e ragioni sicure.”

[ Agostino, “Le Confessioni” ]

Quante volte accade che i nostri ricordi più cari ed i nostri affetti, siano legati in modo particolare al cibo ed al nutrimento, a vecchi e nuovi sapori, ad aromi ed odori speciali, di cose buone, che abbiamo assaggiato durante la nostra vita, di cibi gustati in momenti significativi della nostra storia personale; e che tornano, per pochi istanti, alla nostra memoria o, per qualche caso, sulla nostra mensa. E con essi tornano al presente anche le persone care. Il loro ricordo è legato a ciò che di buono abbiamo un giorno mangiato; con loro abbiamo condiviso o da loro abbiamo ricevuto, uno dei più duraturi piaceri di tutta la vita.
Spesso sono i frutti della terra, assaporati nella loro semplicità: ci siamo nutriti della freschezza di un orto o di un giardino, che ci ricorda la nostra migliore stagione…
Altre volte, abbiamo mangiato pietanze cucinate alla maniera di qualche persona a noi cara e scomparsa ormai da lungo tempo, come pure i piatti gustosi da lei preparati ed a lei legati, nella nostra memoria.
Cose buone e persone buone, i loro ricordi procedono insieme; ed insieme ci confortano oppure ci rattristano, ci infondono nostalgia e rimpianto. Senza permesso e senza preavviso, subito torna al nostro olfatto un buon profumo, un aroma che conosciamo e che ci conosce, che è legato ad un certo cibo, che è legato ad un familiare, ad un amico, a sua volta legato ad un momento, giorno, periodo, ormai passato, legato a noi, alla nostra vita trascorsa, alla nostra beata fanciullezza ed a tanto altro ancora… una rete di legami forti e duraturi, malgrado tutto.
Il cibo dell’allegria e della gioia di vivere, cibo ormai idealizzato, diviene cibo del dolore e della tristezza, quando ritrae per noi e per noi soltanto, il bel tempo che fu, lontano dal presente e, quando non è più con noi e ci manca, la persona simbolo di quel cibo antico, che a lei ci riconduce nel ricordo affettuoso.
Può un odore o un sapore tornare alla mente, così come accade per un viso? La mente ha i suoi occhi, ma non solo quelli. La memoria, suscitata dal nostro amore, ricostruisce per noi cose strabilianti, ci permette di viaggiare nel tempo, nel nostro tempo personale. La geografia del tempo della nostra mente è capace di dispiegare – servendosi di ogni nostra percezione, di ogni nostra dote umana – un paesaggio tanto reale, quanto possono esserlo le nostre reminiscenze o, tanto fantastico, quanto può esserlo la nostra immaginazione. Il paesaggio disegnato dalla nostra stessa vita, dal tempo andato, può dilatarsi nei ricordi e permetterci di spostarci, all’interno di un arco di tempo indefinito: la geografia del passato non è necessariamente rispettosa dei tempi storici, perché è emotiva e perché i sentimenti non hanno attinenza con la precisione. Se, per nostra fortuna, ancora avviene che il sentimento ci prende, possiamo sperimentare noi stessi la perdita del senso del tempo; e dimenticare l’orologio.
Il ricordo, forte o debole, di buone cose, che abbiamo mangiato in un passato, ed ora non più, ci induce a compiere viaggi nel tempo, ci fa tornare da noi stessi, come eravamo; così come accade al suono di una melodia, per l’ascolto di una musica, tenendo in mano una vecchia fotografia, guardando un vecchio film. Molto più può un buon sapore, più che un oggetto fisico. E molto più è durevole ed intenso il suo effetto su di noi. Perché quel tale cibo è ormai in noi, nella nostra passata interiorità, vi resterà per sempre, sarà sempre con noi, come chi ci ha nutrito, chi ci ha lasciato.
Cosa resta della mamma al proprio figlio quando lei muore? Molto, sicuramente, molte, molte cose, tra le quali il ricordo del cibo; se lei avrà voluto, se avrà saputo… ma tanto, tutti noi sappiamo bene, che la mamma, non muore mai.

“La casa è dove c’è la mamma. Una volta raccolsi un bimbo e lo portai alla nostra Casa per bambini; gli feci un bagno e gli diedi dei vestiti puliti e tutto il necessario, ma dopo un giorno quel bimbo fuggì. Fu ritrovato da qualcun altro, ma fuggì ancora. Allora dissi alle Sorelle: – Per piacere seguite quel bambino. Una di voi resti accanto a lui per vedere dove va quando scappa – E il bambino scappò per la terza volta. E là, sotto una pianta, c’era sua madre.  Aveva messo due pietre sotto un recipiente di terra e stava cuocendo qualcosa che aveva raccolto in una pattumiera. La Sorella chiese al bimbo: – Perché sei scappato dalla Casa? – e lui rispose – Ma la mia casa è questa, perché qui c’è la mia mamma – […] Che il cibo fosse stato preso in una pattumiera gli stava bene, purché fosse sua madre a cucinarlo.”

[ Madre Teresa]figurino scolaretta

Annunci

Un piacere

” E infinite volte, a proposito di un qualunque per quanto futile particolare, mi capitava di esclamare: “Dio mio, come ho fatto bene a venire in Italia!”

[ Stendhal ]

Talvolta le nostre confidenze hanno l’effetto di determinare un confine, di evocare un luogo, un’area geografica vera e propria, che può essere fisica e reale, come anche mentale e sentimentale; anche i sentimenti rivestono nel nostro intimo una collocazione, definibile a tutti gli effetti geograficamente, e di cui, quanto più è sincera e appassionata è la nostra confidenza e generoso il nostro aprirci, tanto più ne rendiamo percepibile e realistico il sito.
La descrizione-condivisione del nostro spazio vitale, dell’ambiente fisico che ci fa da contorno, diventano realtà osservabili, attraverso le nostre parole. Ma non solo, perché grazie alla nostra generosità, noi possiamo contemporaneamente rendere visibili anche gli ambienti della nostra psiche, del nostro desiderio: si spalanca una porta verso un orizzonte geografico immenso, che contempla tutto ciò che riusciamo a provare, a capire di noi stessi e ad esprimere, a modo nostro, persino con il silenzio; e tutto ciò che si è disposti a recepire, sentire, immaginare, da parte dei destinatari delle nostre confidenze, portatori anch’essi di infiniti luoghi geografici interiori. Che bello però! Forse è anche questo il fenomeno a cui alludiamo quando diciamo che qualcosa “ci tocca il cuore”.
Troppe poche volte diamo dignità a certi momenti personali, che non sono poi così rari nella nostra vita, anzi, tutt’altro; ma ci blocca lo scudo di cui ci armiamo ogni giorno, quando smettiamo di cedere al potere del sonno e del nostro inconscio, ci blocca e ci protegge da quella beata infanzia che sempre è in noi, che celiamo ed insieme serbiamo, in vista dell’ultimo istante.
Altre volte, ci tocca la fortuna di avere avuta la perspicacia di non mandare persi certi nostri stati di grazia, momenti di grande intensità, piccole fioriture di breve durata, colte al volo e fissate in poche righe, in un disegno, in musica e che, inaspettatamente ritroviamo, quando il momento è ormai spento e dimenticato. A rendercene memoria è oggi solo il segno che ne abbiamo voluto lasciare, chissà poi perché.

Stavolta è arrivato un uccellino, piccolo piccolo. non è il solito merlo e neppure un passero, ma è ancora più piccino. E’ venuto come gli altri a mangiare le bacche di alloro, ma purtroppo non lo intravedo un granché bene, nel fitto dei rami, tra le foglie grandi come lui: è in ombra, non distinguo neppure il colore delle piume. So soltanto che c’è e si muove.
Saltella su e giù, qua e là e non si accorge di me, che immobile lo osservo. Ma se ora mi muovo dalla sedia, se mi avvicino di più alla finestra, certamente se ne andrà e tutto finirà.
Quando faccio colazione, sto sempre vicino ad una finestra, devo avere un orizzonte da guardare. Qui c’è un albero di alloro, che quasi sfiora il vetro, una vecchia recinzione fitta di edera e caprifoglio e, subito dietro, la strada, la via rumorosa e piena di vita.
Senza gli occhiali scorgo solo un panorama sfocato, lo distinguo appena, l’uccellino, molto devo immaginarlo, un’impressione tutta mia di perfezione, una mia personale realtà di perfezione: offuscato dalla miopia, il quadro non rappresenta i difetti del vero. Però in questo momento, mi mancano i miei occhiali, solo vorrei vedere l’uccellino piccolino. Alzarmi da questa sedia su cui mi sono pietrificata, senza che mi noti e dirigermi nella direzione opposta alla finestra, per poter prendere i miei occhiali e da lì, senza neppure tornare alla finestra per evitare di fare altri movimenti, mettere a fuoco lo sguardo; mi accontenterei.E invece niente, resto qui ferma, a fare strani movimenti con i muscoli degli occhi, cercando di vedere quanto più mi è possibile nitidamente senza l’aiuto delle lenti. Evito di fare movimenti, bruschi o lenti: sono bestiole molto guardinghe.
Non se ne va ancora, adesso saltella sui rampicanti, sostenuto dal filo zincato della rete. Non lo ravviso più, forse è sceso in basso e si è posato sul muretto o forse, è volato via. Mi sono distratta. Non oso allungare il collo verso il davanzale, per poter guardare più in basso.
In questo istante il mio orizzonte geografico è definito geometricamente da un rombo o meglio, è tutto in due triangoli: quelli dei vuoti lasciati liberi dalle tendine, fermate ai lati della finestra. Una visuale davvero limitata. E tutto ciò a causa di un uccellino cittadino, che ora però non vedo più; il mio spazio reale è circoscritto da una debole speranza, un desiderio, il desiderio di spiare un uccellino libero ed ignaro, un piacere…figurino lingerie