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Mascarpone perduto

“Cieca e superba polvere
dunque m’ha Dio percosso
un mondo rivelandomi
ch’io rivelar non posso.”

[Giovanni Prati]

Mentre correvo a gran velocità verso l’ospedale, distesa sulla lettiga, guardavo il soffitto dell’ambulanza; dicevo tra me: – Mamma, vengo da te. –
Stavolta la sirena ha suonato per me. Ovunque e per tutti c’è una prima volta. E’ bastato un evento improvviso e più grave del solito. E pensare che io opto di proposito quasi sempre, per passare il ferragosto a casa mia, anche a motivo di non cercare guai… vallo a raccontare. Proprio quello che sto facendo qui ora, e per mia fortuna. Problemi ce ne saranno, forse, forse cause da ricercare, cose da risolvere, si vedrà… Intanto, io sono ancora sulla piazza. Ed è già qualcosa.
Del pomeriggio passato in osservazione su di un letto di ospedale, mi è rimasto un lieve segno sul braccio, che da rosso è sfumato via via sul blu e poi sul verde, attenuandosi fino a scomparire del tutto. E’ stata questa l’ennesima occasione giuntami per volgere lo sguardo verso di me, la mia vita, non più al futuro, semmai al presente e, naturalmente al passato. Consuntivo del tempo già speso, ricordi di quel che è stato e che mai più sarà, sensazioni, carezze, memoria di cose buone e belle, ormai andate, perse per sempre ma mai dimenticate.
Come la nostalgia del vero Mascarpone, il Mascarpone autentico, quello della mia infanzia, dei tempi miei lontani, i tempi dell’asilo. Quando era ancora presente la mia nonna e non si trovavano ancora le siringhe usa e getta, questo formaggio che si chiama Mascarpone, veniva venduto a peso. Si acquistava in drogheria in piccole porzioni sfuse, secondo le proprie esigenze, spesso del peso di circa un etto, a volte anche meno. Ricordo che in genere si comprava il cibo a mezzi etti ovvero tanto quanto era necessario al momento, quanto ne serviva per il giorno in corso, a volte per un solo pasto, seppure c’era in casa il frigorifero, dentro il quale però il tale Mascarpone, non gelava mai troppo; quindi, se abbisognava, per il pasto successivo si tornava in negozio una seconda volta, a ricomprare ciò che mancava; e così via giorno per giorno.
Chi te li dava i supermercati? Non c’erano i cibi dosati ed impacchettati, già pronti per essere passati alla cassa, così come se ne trovano oggi. Oggi che, gli scaffali dei numerosissimi supermercati, ipermercati, stramercati, sono ricolmi di tanta e tanta roba, che uno quasi non sa dove guardare. Esprimo qui, sottovoce, il mio personale grido d’allarme ovvero, lancio un simbolico SOS: – Aiuto! Il Mascarpone non si trova più! –

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Il Mascarpone era una preparazione a base di latte, dalla consistenza cremosa e duttile, con tendenza ad aderire agli involucri, di colore giallino, molto pallido, simile ad un burro di qualità, per intenderci, che il droghiere vendeva sfuso, servendosi di un cucchiaio o di una spatola per prelevare le piccole dosi, che depositava su appositi foglietti di materiale trasparente, sottili ma resistenti, di forma quadrata, misuravano le dimensioni di fazzolettini da borsetta e, proprio come eleganti fazzolettini, erano impreziositi da un grazioso decoro o ricamo a stampa, di colore rosso, che correva lungo tutto il bordo; richiusi a contenere il Mascarpone al loro interno, somigliavano un po’ a bomboniere di tulle per confetti… Una volta tornati a casa dalla spesa, al momento di mettersi a tavola, si apriva sulla mensa una tal bella pochette, che racchiudeva il delicato Mascarpone, dal gusto inconfondibile ed indimenticabile, profumato e saporito, buono da solo, servito con il Pane.
Negli anni, con il trascorrere del tempo (e della mia vita) e con l’avvento – ed in seguito anche il sopravvento – di quelli che io chiamerei “formaggi sintetici”, di ciò che una volta era il Mascarpone, è rimasto nulla se non pochissimo: il prodotto ora in vendita è cambiato nella sua ricetta, risultando sempre meno buono, sempre più denso e sabbioso, insipido e rigido, una pessima polentina di colore quasi bianco candido, che come i fiori di “Mimì”, ahimé non ha quasi più odore e, praticamente nessun sapore. Certamente non c’è più gusto a mangiarlo da solo e, francamente, neppure accompagnato ad altri alimenti, se non per castigo; è diventato un semplice ingrediente generico, da utilizzare a monte di una qualche preparazione, per giungere ad ottenere altre pietanze… Non viene più venduto sfuso da tanto tempo, ma lo si trova già inscatolato, predosato, in certe confezioni sullo scaffale frigorifero.
Quando si torna a casa dopo aver acquistato una di queste scatole tonde di plastica, con su scritto “Mascarpone” e, ci si accinge ad aprirla desiderosi di spalmarne il contenuto su del Pane, con in bocca, non nego, anche un po’ di acquolina… delusione delle delusioni… per cominciare, non è bello ciò che si vede, poi non è buono ciò che si annusa o meglio, che non si annusa (inodore) e neppure è buono ciò che si assaggia (insapore), amara constatazione: il Mascarpone è scomparso.
Ad una prima vista i vari componenti non appaiono ben amalgamati e tendono sempre a dissociarsi, il prodotto in sé non aderisce né al contenitore, né alla posata, né a se stesso; coloro come me, che hanno avuto la fortuna nella vita di conoscere in bocca il Signor Mascarpone, possono ben dire che il suo sapore attuale è in vero quello della beffa, il culmine di un insulto alimentare. E così, ogni tentativo di prelevarne un quantitativo da spalmare o da farne altro, da qualsiasi verso lo si prenda, si risolve perpetuamente in un pietoso sbriciolamento e sfaldamento, oltre che dissociarsi di parti acquose e parti terrose, di quello che idealmente doveva essere quasi una leccornia, piccolo assaggio di paradiso, frutto della Natura e del lavoro dell’uomo, ma che invece si rivela ciò che è oggi, cioè un impiastro malriuscito, indecente ed impresentabile, degno solo delle mense dei peggiori ipocondriaci, i quali non si cibano di nulla che non si presenti con l’aspetto o la dicitura “senza”… e che fa ogni volta rimpiangere, se non proprio piangere lacrime, per il Mascarpone perduto.

“La ragione si fa adulta e vecchia; il cuore resta sempre ragazzo.”

[Ippolito Nievo]

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“Vederla ora, gli fece tornare in mente il passato, memoria preziosa che gli avvenimenti successivi non avevano mai potuto completamente cancellare.”

[ Rafael Sabatini, “Scaramouche“]

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Per ritornare all’argomento moda-vintage etc… ho scelto stavolta un capo datato anni ’70, autentico, un tailler della nota griffe “Marina Rinaldi”, la quale realizza abiti femminili ben curati nei dettagli, di gusto definito, preciso lo stile sartoriale, la vestibilità è per tutte le età; ed anche questo, è appartenuto alla mia mamma.

 

Bella la stoffa tweed, dalla trama non molto pesante, non spessa, non rigida, portabile: la giacca, foderata di leggera flanella di cotone in tinta con il tutto, presenta un’abbottonatura doppia sul davanti ed un collo tondo chiuso anch’esso su di un lato da un bottone, bordato infine di pelliccia, di una nuance di colore che evoca gli stessi toni del marrone della laneria, mentre la lunghezza delle maniche scopre i polsi, permettendo così si mostrare eventuali bigjoux oppure un bel paio di guanti, riguardo i quali, in questo caso, ho optato per un tipo di pelle nera, semplici e classici, sul genere degli stivaletti a metà polpaccio che indosso nella foto; la gonna, in origine si presentava di lunghezza midi e, senz’altro “vestiva di più”, ma io ho voluto renderla indossabile per me, adattandola al mio stile e cioè, ne ho accorciato l’orlo.
Indosso di solito dei cappelli su questo genere di completi, ne possiedo svariati, per forme, materiali, stili, e colori ma, come sempre accade, ne manca sempre uno e cioè, proprio quello che servirebbe… queste carenze sono difetti (o pregi) “da donna”.

 

A questo punto devo accennare ad un importante e prezioso accessorio di completamento, un capo che ho voluto aggiungere per proporlo e mostrarlo in uno dei suoi molteplici abbinamenti, pensati da me: un nuovissimo maxi-foulard, realizzato dalla casa “Versace” in fine tessuto damascato, monocolore, morbidissimo e cadente, un materiale di ultima generazione (100% Lenpur, che mi dicono essere un derivato o addirittura lo stesso legno) e, combinazione, di un tono di colore praticamente identico a quelli dell’abito presi nel loro insieme, un felice abbinamento di sfumature e materiali, non certo appariscente, ma a mio avviso neppure monotono, il contrasto è più nel genere (materiale, epoca, etc.) che non nel colore, di un’originalità diversa, non troppo esibita, quasi una divisa…
Ho in mente tanti altri modi per indossare ed abbinare questo genere di stola dal colore particolare, quasi indefinito, ad esempio, su base di colore rosso acceso, deciso o, sopra i toni del blu e soprattutto, dell’azzurro, insomma, su basi dai toni certi, così da stabilire a colpo d’occhio uno stacco netto, ciò che io chiamo un completamento a contrasto, ma di un genere non troppo impegnativo; purché si sappia però, oltre al come, anche il quando, indossare…

 

Borse a tracolla, sarebbero senz’altro adatte ad un vintage anni ’70 di sapore classico come questo, ma io stavolta non lo trovo un punto vincolante, anzi vorrei invece trasgredire, smorzando così un insieme che appare più che fedele alle figure della sua epoca; quindi, pur avendone in mia disponibilità alcuni modelli autentici, non indirizzerei verso nulla in particolare; dico solo che nei miei gusti gradirei vederci abbinato qualcosa di vivace e magari audace, nuovo o vintage che sia, niente altro più, scelta libera.

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“…una donna dall’aspetto melanconico, i capelli castani e le ciglia languide…”

[Oscar Wilde, “Il Delitto di Lord Arthur Savile“]

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Leggere

“Non riesco a saziarmi di libri.
E sì che ne posseggo un numero probabilmente superiore al necessario; ma succede anche coi libri come con le altre cose: la fortuna nel cercarli è sprone a una maggiore avidità di possederne. Anzi coi libri si verifica un fatto singolarissimo: l’oro, l’argento, i gioielli, la ricca veste, il palazzo di marmo, il bel podere, i dipinti, il destriero dall’elegante bardatura, e le altre cose del genere, recano con sé un godimento inerte e superficiale; i libri ci danno un diletto che va in profondità, discorrono con noi, ci consigliano e si legano a noi con una sorta di famigliarità attiva e penetrante.”

[Da una lettera di Francesco Petrarca a Giovanni Anchiseo]

 

In tutta la letteratura, si dialoga spesso del tema della lettura.
Molte sono le opere letterarie che hanno per argomento i libri; librerie, biblioteche, scrittoi… loro fruitori ed autori, saggi, opere storiche, romanzi, letteratura epistolare…, quanti e quanti esempi ci sono offerti sull’argomento. A volerne raccogliere anche solo una parte, fra le più rappresentative, tenendo conto delle mie modeste capacità e dei miei tempi umani e personali, so che non mi basterebbe un’altra vita.
Mano mano che mi si presentano o ripresentano cose del genere oppure, che mi tornano alla mente reminiscenze del passato, viste ora da una diversa angolatura, con occhi più maturi, mi impegno dal mio, ad evidenziarne le parti accoratamente più idonee ad esprimere il “sentimento della lettura” o, sempre seguendo il mio istinto, più esemplari, curiose e toccanti, comiche a volte oppure profonde. Vorrei, potendolo, estrapolare dall’insieme letterario in generale, seppur tanto poco ne conosco, le citazioni di frasi o paragrafi che vanno al punto del tema “leggere”; dando per certa, per quel che si può, la conoscenza – mia stessa come pure dei miei visitatori – approfondita o sommaria, almeno generica, della fama del testo in sé. E se no, fa lo stesso.
Mi piacerebbe dare forma e senso ad una piccola raccolta di brani sparsi, selezionati secondo una disposizione d’animo personale ed anche con una certa casualità . Mi asterrei anche, dal proporre il mio commento sui brani: un commento disgiunto dall’opera da cui si isola una frase, non renderebbe un buon servigio al testo, in quanto certe citazioni, lette ed evidenziate al di fuori del loro contesto, assumono una enfasi ed una valenza maggiore e singolare, anche diversa da ciò che le ha originate; fanno riflettere, sì, ma in maniera così soggettiva, che ognuno può trarne suoi spunti e sue conclusioni, sempre nuove e mai univoche, secondo il proprio retaggio personale.
Voglio dire in breve, che parlano da sé, ci parlano esse stesse. O almeno così mi pare.
Una esempio di quanto dico, che valga per tutte: come si potrebbe degnamente commentare oltre, le parole con cui Niccolò Machiavelli, al rientro nel suo studiolo, dopo una camminata all’aperto nella natura, descrive di cambiarsi d’abito opportunamente, solo per accingersi all’occupazione della lettura, lettura di libri ed opere di grandi letterati del passato, lontano e recente, degni di riconoscimento unanime e, con i quali intende, sprofondandosi nei loro scritti, colloquiare e porsi esso stesso in confidenza e vicinanza di cuori, e di nutrirsi delle loro parole, come di un vero pasto intellettuale, imbandito per lui, definito e descritto in maniera tale, da sembrare necessario alla sua propria sopravvivenza e, durando in questa totale immersione (transfert), per un tempo che lui stesso indica in quattro ore? Ovvero: sono frasi che si commentano da sole. O altrimenti, non ci servono.

 

 
“L’amore che avevo ai libri mi era stato istillato nell’animo dal caro e benedetto padre mio, il quale era poeta, e aveva fatto versi improvvisi, e ne scriveva che mi piacevano tanto…”

[Luigi Settembrini, “Le ricordanze di mia vita“]

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“Ogni volta che mi imbattevo in un libro o in un brano che mi piaceva e in cui venivano resi con proprietà un dato tema o un certo effetto, in uno stile e con una forza inconfondibili, mi mettevo subito ad imitare quell’autore. Sapevo di non riuscirci, eppure provavo e riprovavo finché, cominciavo ad avere una nozione del ritmo, dell’armonia, della costruzione e dell’interdipendenza delle parti.”

[Robert Louis Stevenson]

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“Bisogna poi sapere che questo gentiluomo, nei periodi di tempo in cui non aveva nulla da fare (cioè la maggior parte dell’anno), si dedicava alla lettura…”

“Insomma, si sprofondò tanto in quelle letture, che passava le notti dalla sera alla mattina, e i giorni dalla mattina alla sera, sempre a leggere; e così, a forza di dormir poco e di leggere molto, gli si prosciugò talmente il cervello, che perse la ragione.”

“Uno dei rimedi che il curato e il barbiere consigliarono pel momento contro la mania del loro amico fu quello di murar la stanza dei libri; forse togliendo la causa poteva cessar l’effetto.”

[Miguel De Cervantes Saavedra, “Don Chisciotte della Mancia“]

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“Partitomi del bosco, io me ne vo a una fonte, et di quivi in un mio uccellare. Ho un libro sotto, o Dante o Petrarca, o un di questi poeti minori, come Tibullo, Ovvidio et simili: leggo quelle loro amorose passioni et quelli loro amori, ricordandomi de’ mia, godomi un pezzo in questo pensiero. […] Venuta la sera, mi ritorno in casa et entro nel mio scrittoio; et in su l’uscio mi spoglio quella veste cotidiana, piena di fango et di loto, et mi metto panni reali et curiali; et rivestito condecentemente entro nelle antique corti degli antiqui huomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo, che solum è mio, et che io nacqui per lui; dove io non mi vergogno parlare con loro, et domandargli della ragione delle loro actioni; et quelli per loro umanità mi rispondono; et non sento per quattro hore di tempo alcuna noia, sdimentico ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottisce la morte: tucto mi transferisco in loro.”

[Niccolò Machiavelli, Lettera a Francersco Vettori del 10 dicembre 1513]

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“18 Ottobre
Michele mi ha recato il Plutarco, e te ne ringrazio. Mi disse che con altra occasione m’invierai qualche altro libro; per ora basta. Col divino Plutarco potrò consolarmi de’ delitti e delle sciagure dell’umanità volgendo gli occhi ai pochi illustri che quasi primati dell’umano genere sovrastano a tanti secoli e a tante genti…”

23 Ottobre
…Il parroco, il medico, e tutti gli oscuri mortali di questo cantuccio della terra mi conoscono […] e mi amano. Quantunque io viva fuggiasco, mi vengono tutti d’intorno […] Io seggo con essi a mezzodì sotto il platano della chiesa leggendo loro le vite di Licurgo e di Timoleone. Domenica mi s’erano affollati intorno tutti i contadini, che, quantunque non comprendessero affatto, stavano ascoltandomi a bocca aperta. […] Ama la immaginazione di spaziare fra i secoli e di possedere un altro universo. […] Così mi riesce di dimenticarmi ch’io vivo…”

[Ugo Foscolo,”Ultime lettere di Jacopo Ortis“]

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Quanto ho detto ho provato a fare, in questo breve post, senza sapere se valga la pena o no e soprattutto, come sempre, senza alcuna previsione dell’esito o ipotesi di proseguimento. Vedrò…

“Non leggete, come fanno i bambini, per divertirvi, o, come gli ambiziosi, per istruirvi. No, leggete per vivere.”

[Gustave Flaubert]

 


serva Europa

“Conosco le opere tue, e so che tu passi per vivo, ma in realtà sei morto…”

[Apocalisse, 3,1]

arma tosc. lett. arme (pl. armi, ant. arme) sf. [lat. arma, -orum, passato nel lat. tardo a sf.] ogni arnese o strumento che serve a offesa o a difesa // arma bianca, quella di punta e taglio; arma da fuoco, quella esplodente, che si carica a polvere; arma corta o insidiosa, di piccola lunghezza e tale che possa facilmente nascondersi; arma da tiro, quella che si scaglia, cone aste, giavellotti, ecc. (detta anche da lancio), e oggi ordigno guerresco che serva a scagliare, come fucili, cannoni, ecc.; armi atomiche, nucleari, che utilizzano a scopi distruttivi l’energia nucleare // armi subacquee, i siluri, le torpedini, le bombe antisommergibili…

arma della poesia, non uccide, ma, però… non difende dalle armi, ma, però… non salva la vita, ma, però…
Demolisce, forse… vendica, forse… rende giustizia, forse…
Umilia, offende, indigna, ridicolizza e altro ancora… sol chi ha la “coda di paglia” (ovvero un barlume di coscienza dei propri torti).

Esempi dal passato, a me cari, come mi è caro il ricordo di coloro che mi hanno ormai lasciato, dopo avermeli tramandati in tempi idealmente lontani anni luce da quelli odierni, bagaglio geloso della MIA CULTURA:
“Patria, o Patria! se’ tu: le care glebe
lieto io ne bacio. Salve o madre, o grande
fra quante il mar terre circonda, salve!”

[F. Petrarca]

“…fatal terra, gli estranei ricevi:
tal giudizio comincia per te.
Un nemico che offeso non hai,
a tue mense insultando s’asside;
degli stolti le spoglie divide;
toglie il brando di mano a’ suoi re.”

[ A. Manzoni, “Il Conte di Carmagnola“]

“E tutti li altri che tu vedi qui,
seminator di scandalo e di scisma
fur vivi, e però son fessi così.”

[Inf., XXVIII, 34-36]

“Dagli atrj muscosi, dai Fori cadenti,
Dai boschi, dall’arse fucine stridenti,
Dai solchi bagnati di servo sudor,
Un volgo disperso repente si desta,
Intende l’orecchio, solleva la testa,
Percosso da novo crescente rumor.”

[A. Manzoni, “Adelchi“]

“Virtù contro a furore
prenderà l’arme; e fia el combatter corto:
ché l’antico valor
nelli italici cor non è ancor morto.”

[F. Petrarca, “All’Italia“]

“Ahi serva Italia, di dolore ostello,
nave sanza nocchiere in gran tempesta,
non donna di province, ma bordello!”

[ Par., VI, 76-78]cosetta


Ruolo e identità

“L’abitudine è mezza padrona del mondo. <<Così faceva mio padre>> è sempre una delle grandi forze che guidano il mondo.”

[Massimo D’Azeglio]

– E’ l’uomo, che porta i pantaloni in casa –
Una frase da me udita per caso, dal finestrino aperto dell’auto, mentre veniva pronunciata da un “giovane marito”, nel parlare al telefono, per la via. Un conoscente, un vicino, un abitante del mio rione, bravo ragazzo.
Quale questione, allora? Direi la scena, nel suo insieme e cioè, principalmente il fatto che costui, proprio mentre sentenziava con tali parole la sua solenne verità – rivolgendosi presumibilmente ad un altro uomo, parente o amico – aveva lui, indosso, per l'”occasione”, i suoi di pantaloni: un paio di bermuda, di foggia tutt’altro che maschile, in tela indiana stampata a grandi quadri, vistosi e colorati, con sopra una anonima ed altrettanto neutra maglina… sotto il tutto, scopriva la metà delle sue gambe nude ed un paio di scarpe di genere spazioso, le solite scarpe sportive, universali, tanto laiche quanto clericali, oramai ai piedi di tutti, uno dei moderni rifugium peccatoribus.
La frase da me udita passando e così inopportunamente pronunciata, proprio per via del conteso descritto, acquisiva già da sé la sua naturale valenza comica e quasi pietosa. E tale è rimasta nella nostra memoria, tra me e mio marito (tanti eravamo nell’auto), in virtù di quella nostra complicità, che ci porta ad ironizzare in privato, solo a nostro uso e consumo, sulle “bellezze” dell’universo che ci circonda; il tutto attraverso l’uso di un nostro linguaggio, composto da neologismi e giochi di parole, coniati al volo, là per là, per l’occasione. Un’intesa goliardica che, in bene ed in male, siamo riusciti a consolidare in 30 anni di vita a due. Insomma, la frase, detta così, con un vago intento gentilmente e gradevolmente denigratorio, è entrata a far parte dei nostri semiseri modi di dire; mentre al giovane così sentenziante, rimasto da quel giorno fra le nostre simpatie – non fosse altro per averci fatto guadagnare due sorrisi in più – migliore definizione non abbiamo saputo attribuire, che quella di “uomo con i pantaloni”, il quale da allora è, per noi e tale resterà.
Ed in più, nei nostri commenti e discorsi a due, negli stessi termini apostrofiamo con innocente derisione, anche altre persone, figure umane dalle caratteristiche alquanto peculiari a nostro giudizio, quando è il caso, nel nostro stile sardonico, a compensare a modo nostro persino certa sbruffoneria, ritorcendo, con la forza del ridicolo, la stessa arma verso coloro che la brandiscono. Sono uomini e donne che attraggono la nostra attenzione o che, per cause di forza maggiore, ci troviamo costretti a dover tollerare, ma che in fin dei conti, altro non riescono a farci, se non stimolare la creatività di quel genietto, giusto o vendicativo, alla “Pasquino”, che scalpita in ognuno di noi.

Fra le reminiscenze che conservo, della mia famiglia di origine e, particolarmente dei miei cari genitori, durante la loro vita terrena insieme a me, ci sono i racconti e le descrizioni delle cose del loro passato, di come era il mondo prima di oggi, dei tempi andati e della loro infanzia e gioventù ovvero, di quando, per legge e per decenza, era fatto divieto agli uomini adulti di vestire in pantaloncini e simili, nei centri urbani.
Regola di buona educazione, imposizione di stile, obbligo di distinzione sociale o limitazione di libertà, improponibile? Visto e sentito il presente, non ci giurerei…
Io, che sono arrivata dopo, vedo questo dettato come la volontà di non “lasciar fare”, una consapevolezza, acquisizione di responsabilità, per un compito niente affatto secondario.
Ed in fondo penso, il giovane dei nostri giorni, telefonando per la via, diceva pur il vero: l’uomo è qualcuno, nei suoi pantaloni.

“…egli non più velato dall’acqua saponacea, non ancora rivestito dall’effimero sudario, si ergeva interamente nudo, come l’Ercole Farnese, e per di più fumante, mentre giù dal collo, dalle braccia, dallo stomaco, dalle cosce l’acqua gli scorreva a rivoli, come il Rodano, il Reno e il Danubio traversano e bagnano i gioghi alpini.”

[Tomasi Di Lampedusa, “Il Gattopardo“]sposina