Archivi tag: petrarca

Leggere

“Non riesco a saziarmi di libri.
E sì che ne posseggo un numero probabilmente superiore al necessario; ma succede anche coi libri come con le altre cose: la fortuna nel cercarli è sprone a una maggiore avidità di possederne. Anzi coi libri si verifica un fatto singolarissimo: l’oro, l’argento, i gioielli, la ricca veste, il palazzo di marmo, il bel podere, i dipinti, il destriero dall’elegante bardatura, e le altre cose del genere, recano con sé un godimento inerte e superficiale; i libri ci danno un diletto che va in profondità, discorrono con noi, ci consigliano e si legano a noi con una sorta di famigliarità attiva e penetrante.”

[Da una lettera di Francesco Petrarca a Giovanni Anchiseo]

 

In tutta la letteratura, si dialoga spesso del tema della lettura.
Molte sono le opere letterarie che hanno per argomento i libri; librerie, biblioteche, scrittoi… loro fruitori ed autori, saggi, opere storiche, romanzi, letteratura epistolare…, quanti e quanti esempi ci sono offerti sull’argomento. A volerne raccogliere anche solo una parte, fra le più rappresentative, tenendo conto delle mie modeste capacità e dei miei tempi umani e personali, so che non mi basterebbe un’altra vita.
Mano mano che mi si presentano o ripresentano cose del genere oppure, che mi tornano alla mente reminiscenze del passato, viste ora da una diversa angolatura, con occhi più maturi, mi impegno dal mio, ad evidenziarne le parti accoratamente più idonee ad esprimere il “sentimento della lettura” o, sempre seguendo il mio istinto, più esemplari, curiose e toccanti, comiche a volte oppure profonde. Vorrei, potendolo, estrapolare dall’insieme letterario in generale, seppur tanto poco ne conosco, le citazioni di frasi o paragrafi che vanno al punto del tema “leggere”; dando per certa, per quel che si può, la conoscenza – mia stessa come pure dei miei visitatori – approfondita o sommaria, almeno generica, della fama del testo in sé. E se no, fa lo stesso.
Mi piacerebbe dare forma e senso ad una piccola raccolta di brani sparsi, selezionati secondo una disposizione d’animo personale ed anche con una certa casualità . Mi asterrei anche, dal proporre il mio commento sui brani: un commento disgiunto dall’opera da cui si isola una frase, non renderebbe un buon servigio al testo, in quanto certe citazioni, lette ed evidenziate al di fuori del loro contesto, assumono una enfasi ed una valenza maggiore e singolare, anche diversa da ciò che le ha originate; fanno riflettere, sì, ma in maniera così soggettiva, che ognuno può trarne suoi spunti e sue conclusioni, sempre nuove e mai univoche, secondo il proprio retaggio personale.
Voglio dire in breve, che parlano da sé, ci parlano esse stesse. O almeno così mi pare.
Una esempio di quanto dico, che valga per tutte: come si potrebbe degnamente commentare oltre, le parole con cui Niccolò Machiavelli, al rientro nel suo studiolo, dopo una camminata all’aperto nella natura, descrive di cambiarsi d’abito opportunamente, solo per accingersi all’occupazione della lettura, lettura di libri ed opere di grandi letterati del passato, lontano e recente, degni di riconoscimento unanime e, con i quali intende, sprofondandosi nei loro scritti, colloquiare e porsi esso stesso in confidenza e vicinanza di cuori, e di nutrirsi delle loro parole, come di un vero pasto intellettuale, imbandito per lui, definito e descritto in maniera tale, da sembrare necessario alla sua propria sopravvivenza e, durando in questa totale immersione (transfert), per un tempo che lui stesso indica in quattro ore? Ovvero: sono frasi che si commentano da sole. O altrimenti, non ci servono.

 

 
“L’amore che avevo ai libri mi era stato istillato nell’animo dal caro e benedetto padre mio, il quale era poeta, e aveva fatto versi improvvisi, e ne scriveva che mi piacevano tanto…”

[Luigi Settembrini, “Le ricordanze di mia vita“]

IMG_20160716_215233
“Ogni volta che mi imbattevo in un libro o in un brano che mi piaceva e in cui venivano resi con proprietà un dato tema o un certo effetto, in uno stile e con una forza inconfondibili, mi mettevo subito ad imitare quell’autore. Sapevo di non riuscirci, eppure provavo e riprovavo finché, cominciavo ad avere una nozione del ritmo, dell’armonia, della costruzione e dell’interdipendenza delle parti.”

[Robert Louis Stevenson]

IMG_20160716_215401
“Bisogna poi sapere che questo gentiluomo, nei periodi di tempo in cui non aveva nulla da fare (cioè la maggior parte dell’anno), si dedicava alla lettura…”

“Insomma, si sprofondò tanto in quelle letture, che passava le notti dalla sera alla mattina, e i giorni dalla mattina alla sera, sempre a leggere; e così, a forza di dormir poco e di leggere molto, gli si prosciugò talmente il cervello, che perse la ragione.”

“Uno dei rimedi che il curato e il barbiere consigliarono pel momento contro la mania del loro amico fu quello di murar la stanza dei libri; forse togliendo la causa poteva cessar l’effetto.”

[Miguel De Cervantes Saavedra, “Don Chisciotte della Mancia“]

IMG_20160716_215428
“Partitomi del bosco, io me ne vo a una fonte, et di quivi in un mio uccellare. Ho un libro sotto, o Dante o Petrarca, o un di questi poeti minori, come Tibullo, Ovvidio et simili: leggo quelle loro amorose passioni et quelli loro amori, ricordandomi de’ mia, godomi un pezzo in questo pensiero. […] Venuta la sera, mi ritorno in casa et entro nel mio scrittoio; et in su l’uscio mi spoglio quella veste cotidiana, piena di fango et di loto, et mi metto panni reali et curiali; et rivestito condecentemente entro nelle antique corti degli antiqui huomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo, che solum è mio, et che io nacqui per lui; dove io non mi vergogno parlare con loro, et domandargli della ragione delle loro actioni; et quelli per loro umanità mi rispondono; et non sento per quattro hore di tempo alcuna noia, sdimentico ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottisce la morte: tucto mi transferisco in loro.”

[Niccolò Machiavelli, Lettera a Francersco Vettori del 10 dicembre 1513]

IMG_20160716_215610
“18 Ottobre
Michele mi ha recato il Plutarco, e te ne ringrazio. Mi disse che con altra occasione m’invierai qualche altro libro; per ora basta. Col divino Plutarco potrò consolarmi de’ delitti e delle sciagure dell’umanità volgendo gli occhi ai pochi illustri che quasi primati dell’umano genere sovrastano a tanti secoli e a tante genti…”

23 Ottobre
…Il parroco, il medico, e tutti gli oscuri mortali di questo cantuccio della terra mi conoscono […] e mi amano. Quantunque io viva fuggiasco, mi vengono tutti d’intorno […] Io seggo con essi a mezzodì sotto il platano della chiesa leggendo loro le vite di Licurgo e di Timoleone. Domenica mi s’erano affollati intorno tutti i contadini, che, quantunque non comprendessero affatto, stavano ascoltandomi a bocca aperta. […] Ama la immaginazione di spaziare fra i secoli e di possedere un altro universo. […] Così mi riesce di dimenticarmi ch’io vivo…”

[Ugo Foscolo,”Ultime lettere di Jacopo Ortis“]

IMG_20160716_215725
Quanto ho detto ho provato a fare, in questo breve post, senza sapere se valga la pena o no e soprattutto, come sempre, senza alcuna previsione dell’esito o ipotesi di proseguimento. Vedrò…

“Non leggete, come fanno i bambini, per divertirvi, o, come gli ambiziosi, per istruirvi. No, leggete per vivere.”

[Gustave Flaubert]

 

Annunci

Senza età

“… a voi spiego il mio affanno
e de la pena mia
narro, e ‘n parte piangendo, acerba istoria…”

[T. Tasso]

Sono di nuovo a proporre una comparazione di testi lirici (vedi “Tornare”, “Essere e non essere” e “Lampi nel buio” in “F.C. confidenziale”).
Questa però, non è la dualità solita, fra testi di canzoni della musica leggera italiana, che a volte ho voluto brevemente e sommariamente esaminare, a modo mio, scegliendo due esempi da descrivere in abbinamento. E’ invece una cosa, che tempo fa mi ha colpito i sensi e di cui, mi sono riproposta di parlare e scrivere, come al solito, cercando di fare del mio meglio.
Quando l’ho letta attentamente, la poesia di Francesco Petrarca che qui segue, ho avvertito un lampo, di ispirazione ed insieme di simpatia e, l’animo mi si è illuminato, nel ritrovare la stessa sensazione di sofferenza interiore, penosa eppur gentile, fortemente maschile, disperata e forte, che in me aveva evocato già, la superba canzone di musica cubana dal titolo “Desdichado”.
Tanto era stato lo stupore ammirato del momento, che subito avevo buttato giù alcune righe di commenti, i quali non mi era riuscito di trattenere in cuor mio e che, citati fra due parentesi, abbino rispettivamente ai due testi:

La vita fugge, et non s’arresta una hora,
et la morte vien dietro a gran giornate,
et le cose presenti et le passate
mi danno guerra, et le future anchora;

e ‘l rimembrare et l’aspettar m’accora,
or quinci or quindi, sì che ‘n veritate,
se non ch’io ò di me stesso pietate,
i’ sarei già di questi pensier’ fora.

Tornami avanti, s’alcun dolce mai
ebbe ‘l cor tristo; et poi da l’altra parte
veggio al mio navigar turbati i venti;

veggio fortuna in porto, et stanco omai
il mio nocchier, et rotte àrbore et sarte,
e i lumi bei, che mirar soglio, spenti.

[Francesco Petrarca, RVF, 272]

(qualsiasi specie di “traduzione” non serve, non sarebbe bella e neanche facile. Farebbe diventare una poesia che smuove le viscere, una specie di pagina di diario, ad uso di una indagine delle forze dell’ordine…)

Una delle grandi novità, che esprime la poetica di Petrarca, è il passaggio dalla dimensione sociale alla dimensione interiore, della poesia, anche d’amore. L’interiorità e la soggettività sostituiscono la consueta vita di relazione, spesso rappresentata nella poesia occidentale del suo tempo. Soggetto e punto centrale della rappresentazione, non è più la donna del caso, ma bensì, l’animo tormentato del poeta, la sua sofferenza, la sua passione, la sua richiesta di venirne liberato, quasi una preghiera disperata. Il poeta qui non ha cantato la “signora del suo cuore”; il vero soggetto dell’opera è il suo cuore stesso, torturato dall’amore, senza barlume di soluzione.

DESDICHADO
(Bolero – San) (Benny Morè)

Soy un bardo que el destino
lo maltrata duramente
què triste es vivir asì
en un constante sufrir

Es mi vida un crucigrama
no sé como resolverlo
por eso voy a la barra
y allì me pongo a cantar
y a beber para olvidar
las penas que se interponen
duramente en mi camino

Yo soy fatal en el amor
mi situacion me causa horror
perdì la fé, no sé què hacer
Dios mio, ten compasion
Dios mio, ten compasion
Dios mio, perdoname

Qué buenas son
Qué buenas son
Qué buenas son
Cuando quieren

Dios mio ten compasion
Dios mio perdoname

Para una mujer bonita
Yo tengo un amor sincero
qué buenas son
qué buenas son
por eso es
que yo las quiero

Dios mio ten compasion
Dios mio perdoname

Adoracion, mi cielo
pero mira como yo te quiero
Dios mio ten compasion
Dios mio perdoname.

[Compay Segundo: Armonica voz segunda, Benito Suarez :Guitarra, Salvador Repilado: Contrabajo, Felix Valoy: Voz solista, Adel Rodriguez: Bongo, Hugo Garzon: Maraca]

(Questa canzone, di cui conosco la musica languida ed il tema stesso e le parole con le quali è stato espresso, mi riportano allo stato d’animo provato dal “personaggio Petrarca” del “Canzoniere“, della 272, ai suoi sentimenti lì espressi. Così mi sembra.)

Se ci si pone in atteggiamento attento, con l’orecchio “interno” disponibile all’ascolto che va oltre la musica, pure stupenda, di questa canzone, se cioè, ci si lascia andare, all’ascolto del suono della sofferenza, espressa dal cantante ed accompagnata dal pianto di una melodia musicale viva e penetrante, come viva e penetrante è la corporeità di un uomo innamorato, se si arriva a ciò, allora, non c’è altro da dire su questo testo, se non che esso deposita in noi una scia di profonda umanità, in cui è facile ritrovare altri ritmi, di altri tempi ed in altri luoghi, lontani eppure vicinissimi, perché essi sono senza età.

Vale la pena di citare qui anche il commento che fa parte dell’edizione dalla quale ho attinto per il testo stesso oltre che per ascoltarne l’interpretazione musicale:

Comentario

A Valoy, por su peculiar y sonero timbre de voz se le ha comparado en ocasiones con Benny Morè. Con todo el respeto que nos merece la figura de “El Barbaro”, la interpretacion que Valoy hace de su “Desdichado” (tambien conocido como “El Bardo”) da la razon a los que asì piensan.

Este tema, muy poco conocido hoy, lo grabò Benny en la decada de los 50 para RCA Victor con la orquesta de Mariano Merceron, una de las mas celebres Big Bands de aquel momento, posteriormente Benny formaria su legendaria Banda Gigante, con la que llegò al cenit como interprete, compositor y arreglista. Con “Desdichado”, Compay Segundo quiere rendir homenaje a su amigo Benny Morè.
!Va por usted Maestro!

[Compay Segundo, Lo mejor de la vida, A Warner Music Group Company, 1998]pantaloni