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Cinquantatre

“Fuggo ciò che mi vien dietro; vado dietro a ciò che mi fugge.”

[Ovidio]

Cinquantatre. Compiuti oggi.
Circa un mese fa, il giorno 8 di marzo, se non vado errata, una cara blogger, che mi onoro di seguire, una signora bella e sensibile, di grande perspicacia e di gusti raffinati da quel che mostra di sé, ha postato nel suo blog fabianaschianchi.wordpress.com (verso il quale indirizzo chi mi sta leggendo e consiglio di farne conoscenza) parte di una stupenda poesia di Madre Teresa di Calcutta (sì, i Santi non compongono solo preghiere).
Io ero venuta a conoscenza del testo anni fa e me ne ero da subito innamorata, anche e non solo, perché è il frutto della mente e del cuore di una donna che considero come mio idolo in carne ed ossa, uno dei rarissimi nella mia vita. Avendola già “utilizzata” altre volte in specifiche occasioni, oggi decido di metterne a parte anche chi qui mi vuol seguire.
Ebbi modo di leggerla nella ricorrenza delle mie nozze d’argento (pochi intimi, una ventina di anime in tutto), al termine della celebrazione religiosa, con l’intenzione di dedicarla alla memoria della mia mamma, la quale molto si sarebbe potuta rispecchiare nei suoi versi.
Ora la posto qui di seguito e stavolta lo faccio per me. Perché gli anni raggiunti sono ormai abbastanza ed io, mi sento rappresentata in pieno dalle sue parole. E chissà quante altre come me…

Donna
Tieni sempre presente
che la pelle fa le rughe,
i capelli diventano bianchi,
i giorni si trasformano in anni…
Però ciò che è importante non cambia:
la tua forza e la tua convinzione
non hanno età.
Il tuo spirito è la colla
di qualsiasi tela di ragno.
Dietro ogni linea di arrivo
c’è una linea di partenza.
Dietro ogni successo c’è
un’altra delusione.
Fino a quando sei viva,
sentiti viva.
Se ti manca ciò che facevi,
torna a farlo.
Non vivere di foto ingiallite…
insisti anche se tutti
si aspettano che abbandoni.
Non lasciare che si arrugginisca
il ferro che c’è in te.
Fa in modo che invece
che compassione,
ti portino rispetto.
Quando a causa degli anni
non potrai correre,
cammina veloce.
Quando non potrai camminare veloce,
cammina.
Quando non potrai camminare,
usa il bastone.
Però non trattenerti mai!

[Madre Teresa di Calcutta]

Mia madre, sempre mi raccontava, che la sua mamma (mia nonna, che ho potuto conoscere), classe 1893, coraggio da leone, non voleva che si organizzassero feste di compleanno, insomma non festeggiava i compleanni di nessuno in famiglia. Lo considerava forse frivolezza, smanceria, pagliacciata, non voleva che ci si montasse la testa individualmente e che si desse spettacolo (in fondo, a ben vedere, festeggiare un singolo individuo, comune come chiunque, è un po’ arrogante… altra cosa sono le festività collettive e le ricorrenze degne di onori). La sua opinione era legge, la legge della casa: il giorno del compleanno era un giorno come gli altri.
Il mio primo compleanno ricordato è stato quello dei sette anni, festeggiato in famiglia, magari anche per inaugurare la nuova casa. Non ne ricordo molti altri così celebrati.
Poi, ad un certo punto, sono stata io a non volerne più, di feste del genere, di trovarmi cioè al centro dell’attenzione, sotto i riflettori, non essendo nelle mie corde l’atteggiamento festaiolo, anche se un regalo e l’uovo di Pasqua (la data è quasi sempre in prossimità dell’evento) non mi sono mai mancati da parte dei miei genitori.
Ma è che mi sembrava di lasciare una lacuna, non postando nulla di nulla proprio oggi, che ricorre il giorno della mia nascita. Così ho deciso oltre il resto, anche di pubblicare per la prima volta una mia fotografia attuale, vincendo molta della mia innata reticenza ad esibirmi. E chissà che non sia un inizio, di un’altra ancora delle mie vite…

federica

Inoltre, affinché lo “spettacolo” appaia più ricco, ho cercato fra le mie scarne conoscenze ed i ricordi (invero con ben poco tempo disponibile per via di impegni imprevisti) qualche poesia adatta all’occasione e, non avendone trovata che calzasse a puntino per una cinquantatreenne, ne posterò un’altra, da trentacinquenne: sempre degli stessi due numeri si tratta.

I trentacinque anni

Grossi, ho trentacinque anni, e m’è passata
quasi di testa ogni corbelleria,
o se vi resta un grano di pazzia,
da qualche pelo bianco è temperata.
Mi comincia un’età meno agitata,
di mezza prosa e mezza poesia;
età di studio ed onesta allegria,
parte nel mondo e parte ritirata.
Poi, calando giù giù di questo passo
e seguitando a corbellar la fiera
verrà la morte, e finiremo in chiasso
e buon per me, se la mia vita intera
mi frutterà di meritare un sasso,
che porti scritto: Non mutò bandiera.

[G.Giusti]

Buona domenica.

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Mamma

“La nostra casa era una spelonca: per ogni stanza cercavo la mamma, e la mamma non c’era più”

[Luigi Settembrini, “Le ricordanze della mia vita“]

Le poesie belle e famose, sono tali, non solo perché attraverso di esse i loro autori hanno saputo rendere universalmente il proprio sentire, ma anche perché, negli stessi versi, pure così tanto intimi e personali, si riscopre anche il lettore, qualsiasi lettore: essi esprimono i sentimenti del cuore di tutti, a volte persino, sembrano scritti proprio su misura per ognuno di noi, come avviene per altre opere d’arte…

“Non sempre il tempo
la beltà cancella,
ne’ la sfioran
le lacrime e gli affanni:
mia madre ha sessant’anni,
e più la guardo
e più mi sembra bella.

Non ha un gesto, un sorriso,
uno sguardo,
un atto,
che non mi tocchi dolcemente il
core.
Ah, se fossi pittore!
Farei tutta la vita il suo ritratto.”

Questi versi di Edmondo De Amicis, ho riportati sul ricordino funebre della mia mamma. Mi erano piaciuti già da tempo prima, prima ancora della sua dipartita. E quando mi è mancata, non ho trovato niente di maggiormente adeguato alla situazione, ed al mio dolore.
La costruzione della poesia non soffoca la spontaneità e, la spontaneità non ne offende la metrica, insomma, sembra svolazzarle attorno, con naturalezza, ondeggiando e molleggiando come una farfalla.
Strofe di versi non uguali per numero di sillabe, ma dal suono correttamente intonato, per chi le legge od anche solo per chi ascolta, questo piccolo valzer. Si avverte un tocco dolce e carezzevole, soave, come il tema trattato, una armonia scandita, di sillabe e parole gentili (sostantivi, verbi, avverbi, aggettivi…), quasi sul ritmo di un carillon, dal risultato tanto perfetto, perché sincero.

L’ammirazione per le poesie belle, e per la declamazione di versi, e l’interpretazione in genere di brani letterari, letti e recitati ad alta voce, è un patrimonio che ho ricevuto in regalo dalla mia cara maestra elementare: una persona di genio oltre che brava nella sua professione, dal carattere particolare, nobile e di spirito profondissimo, la quale oltretutto, mi ha voluto davvero molto bene, come a tutti i suoi amati alunni.
Da che l’ho conosciuta e, per tutta la durata della sua vita, ho mantenuto in me la certezza della sua speciale amicizia e, da quando non è più, ne conservo con profondo affetto il ricordo unico, che cerco a mio modo di onorare.
Voglio perciò riportare fedelmente qui di seguito, le parole che ella, eccellente prosatrice, aveva scritte, dedicandole a se stessa, sul viale del tramonto e che, per suo desiderio (così ho saputo), sono state poi stampate sul suo luttino, affinché potessero accompagnarla verso quella rinascita in Cristo, di cui ella, da fervente credente qual’era, sono certa, non ha mai dubitato.

“Maria, la tua ricerca è finita.
La resurrezione nella quale hai sperato tutta la vita, ora sai che è certa; quelli che hai amato e che la morte ti ha tolto, ma dei quali hai coltivato il ricordo con devozione e costanza per riempire il vuoto ed il silenzio che la loro dipartita aveva creato intorno a te, ora possono accoglierti festanti.
Finisce così la tua ricerca affannosa della perfezione con l’inevitabile scontento di non saperla raggiungere.
Dimenticato quel poco di buono che durante la tua vita devi pure aver compiuto, sei stata tormentata dal rimorso cocente per le parole d’affetto non dette, per le buone azioni mancate o carenti di comprensione, proprio per quella umana fragilità che non sei riuscita mai a perdonarti.
Con il tuo carico di amore e di dolore sosti ora davanti alla casa del Padre, dove, dopo la tua purificazione, potrai entrare per contemplare il Suo volto e naufragare nella Sua infinita misericordia.
Così avrai anche tu il tuo Sabato, quello di cui parla S.Agostino nell’ultima pagina delle sue Confessioni: il Sabato della pace, del riposo senza fine.

Maria

Sento molta nostalgia della mia infanzia e di un’epoca ormai morta, come morti sono i suoi protagonisti principali. Per la scuola di vita che ho avuto, mi ritengo una privilegiata. Non invidio ne’ gli insegnanti, ne’ gli scolari dei nostri giorni. Provo semmai tanta compassione.

“Insegnava con modi ed aria militare, e ci faceva tutti attenti, e noi gli volevamo gran bene, e si studiava con ardore grande. Egli sapeva il gran segreto dell’insegnamento: fare innamorare i giovani.”

[Luigi Settembrini, “Le ricordanze della mia vita“]piante


Senza età

“… a voi spiego il mio affanno
e de la pena mia
narro, e ‘n parte piangendo, acerba istoria…”

[T. Tasso]

Sono di nuovo a proporre una comparazione di testi lirici (vedi “Tornare”, “Essere e non essere” e “Lampi nel buio” in “F.C. confidenziale”).
Questa però, non è la dualità solita, fra testi di canzoni della musica leggera italiana, che a volte ho voluto brevemente e sommariamente esaminare, a modo mio, scegliendo due esempi da descrivere in abbinamento. E’ invece una cosa, che tempo fa mi ha colpito i sensi e di cui, mi sono riproposta di parlare e scrivere, come al solito, cercando di fare del mio meglio.
Quando l’ho letta attentamente, la poesia di Francesco Petrarca che qui segue, ho avvertito un lampo, di ispirazione ed insieme di simpatia e, l’animo mi si è illuminato, nel ritrovare la stessa sensazione di sofferenza interiore, penosa eppur gentile, fortemente maschile, disperata e forte, che in me aveva evocato già, la superba canzone di musica cubana dal titolo “Desdichado”.
Tanto era stato lo stupore ammirato del momento, che subito avevo buttato giù alcune righe di commenti, i quali non mi era riuscito di trattenere in cuor mio e che, citati fra due parentesi, abbino rispettivamente ai due testi:

La vita fugge, et non s’arresta una hora,
et la morte vien dietro a gran giornate,
et le cose presenti et le passate
mi danno guerra, et le future anchora;

e ‘l rimembrare et l’aspettar m’accora,
or quinci or quindi, sì che ‘n veritate,
se non ch’io ò di me stesso pietate,
i’ sarei già di questi pensier’ fora.

Tornami avanti, s’alcun dolce mai
ebbe ‘l cor tristo; et poi da l’altra parte
veggio al mio navigar turbati i venti;

veggio fortuna in porto, et stanco omai
il mio nocchier, et rotte àrbore et sarte,
e i lumi bei, che mirar soglio, spenti.

[Francesco Petrarca, RVF, 272]

(qualsiasi specie di “traduzione” non serve, non sarebbe bella e neanche facile. Farebbe diventare una poesia che smuove le viscere, una specie di pagina di diario, ad uso di una indagine delle forze dell’ordine…)

Una delle grandi novità, che esprime la poetica di Petrarca, è il passaggio dalla dimensione sociale alla dimensione interiore, della poesia, anche d’amore. L’interiorità e la soggettività sostituiscono la consueta vita di relazione, spesso rappresentata nella poesia occidentale del suo tempo. Soggetto e punto centrale della rappresentazione, non è più la donna del caso, ma bensì, l’animo tormentato del poeta, la sua sofferenza, la sua passione, la sua richiesta di venirne liberato, quasi una preghiera disperata. Il poeta qui non ha cantato la “signora del suo cuore”; il vero soggetto dell’opera è il suo cuore stesso, torturato dall’amore, senza barlume di soluzione.

DESDICHADO
(Bolero – San) (Benny Morè)

Soy un bardo que el destino
lo maltrata duramente
què triste es vivir asì
en un constante sufrir

Es mi vida un crucigrama
no sé como resolverlo
por eso voy a la barra
y allì me pongo a cantar
y a beber para olvidar
las penas que se interponen
duramente en mi camino

Yo soy fatal en el amor
mi situacion me causa horror
perdì la fé, no sé què hacer
Dios mio, ten compasion
Dios mio, ten compasion
Dios mio, perdoname

Qué buenas son
Qué buenas son
Qué buenas son
Cuando quieren

Dios mio ten compasion
Dios mio perdoname

Para una mujer bonita
Yo tengo un amor sincero
qué buenas son
qué buenas son
por eso es
que yo las quiero

Dios mio ten compasion
Dios mio perdoname

Adoracion, mi cielo
pero mira como yo te quiero
Dios mio ten compasion
Dios mio perdoname.

[Compay Segundo: Armonica voz segunda, Benito Suarez :Guitarra, Salvador Repilado: Contrabajo, Felix Valoy: Voz solista, Adel Rodriguez: Bongo, Hugo Garzon: Maraca]

(Questa canzone, di cui conosco la musica languida ed il tema stesso e le parole con le quali è stato espresso, mi riportano allo stato d’animo provato dal “personaggio Petrarca” del “Canzoniere“, della 272, ai suoi sentimenti lì espressi. Così mi sembra.)

Se ci si pone in atteggiamento attento, con l’orecchio “interno” disponibile all’ascolto che va oltre la musica, pure stupenda, di questa canzone, se cioè, ci si lascia andare, all’ascolto del suono della sofferenza, espressa dal cantante ed accompagnata dal pianto di una melodia musicale viva e penetrante, come viva e penetrante è la corporeità di un uomo innamorato, se si arriva a ciò, allora, non c’è altro da dire su questo testo, se non che esso deposita in noi una scia di profonda umanità, in cui è facile ritrovare altri ritmi, di altri tempi ed in altri luoghi, lontani eppure vicinissimi, perché essi sono senza età.

Vale la pena di citare qui anche il commento che fa parte dell’edizione dalla quale ho attinto per il testo stesso oltre che per ascoltarne l’interpretazione musicale:

Comentario

A Valoy, por su peculiar y sonero timbre de voz se le ha comparado en ocasiones con Benny Morè. Con todo el respeto que nos merece la figura de “El Barbaro”, la interpretacion que Valoy hace de su “Desdichado” (tambien conocido como “El Bardo”) da la razon a los que asì piensan.

Este tema, muy poco conocido hoy, lo grabò Benny en la decada de los 50 para RCA Victor con la orquesta de Mariano Merceron, una de las mas celebres Big Bands de aquel momento, posteriormente Benny formaria su legendaria Banda Gigante, con la que llegò al cenit como interprete, compositor y arreglista. Con “Desdichado”, Compay Segundo quiere rendir homenaje a su amigo Benny Morè.
!Va por usted Maestro!

[Compay Segundo, Lo mejor de la vida, A Warner Music Group Company, 1998]pantaloni

 


Interludio

“… semplicemente sostengo che è per il bello che tutte le cose belle sono belle.”

[Platone, “Fedone“]

Un’immensità di cose, sono quelle che io ignoro, di questo mondo. Sono cose che non so ancora, che mai saprò.
E’ una riflessione mia di ogni giorno, almeno ogni giorno ed ogni qualvolta, mi sorprende la scoperta di bellezze nuove e, maggiormente se, avviene fra quelle tali, che fanno parte dei miei interessi particolari.
Nel mio, tuttora immenso, ignorare, non ero ancora arrivata a sapere, che S. Ambrogio avesse composto sublimi preghiere in versi, vere poesie, con trasporto e bravura, ma anche con senso di intimità colloquiale, vere preghiere, dettate dalla mente e dal cuore di una grande figura di uomo della storia. Leggendone solo alcuni brani (che soli basterebbero, a parer mio, a riempire gran vuoto), ne sono rimasta toccata, anzi, più appropriato sarebbe dire “accarezzata”, per esprimere al meglio la sensazione beata, che infonde il leggerli:

Dio creatore di tutto
reggitore del cielo,
che il dì di luce, e grato
sopor la notte adorni,

sicché le membra sciolte
il sonno rende preste,
ricrei le menti stanche,
disperda ansie e dolori.

[Ambrogio]

Il queste due strofe, di quartine di versi settenari, i termini gentilissimi, nei quali si esprime l’autore, appassionato di Dio, quasi producono, un effetto di canto soave. E’ come se, con il solo uso delle parole, avesse evocato, concretizzato, un abbraccio al divino. Sono parole piene, ricche, come ad esempio: “tutto”, “luce”, “cielo”, ma anche consolanti, rigeneranti, come ad esempio: “grato”, “sopor”, “adorni”, “sonno”, “ricrei”, o piccole frasi, che rincuorano, come quella che infine recita: “disperda ansie e dolori”; tutto è magistralmente apposto nel punto esatto, con sapienza di letterato e fede religiosa fermissima, da “ispirato” umanista ante litteram, nel senso più cristiano del termine.
Necessario interludio, questi versi mi fanno tornare alla mente – rafforzandone in me la condivisione – le seguenti parole, di una figura di uomo di inizio ‘800, personaggio della letteratura ed altro:

… l’arte nella più alta espressione si confonde con la preghiera…”

[Federico Ozanam]donnina e pioggia