Archivi tag: ricordi

Venerdì 17 Febbraio del ’17

“Facciamo tesoro di sentimenti cari e soavi i quali ci ridestino per tutti gli anni, che ancora forse tristi e perseguitati ci avanzano, la memoria che non siamo sempre vissuti nel dolore.”

[Ugo Foscolo, “Ultime lettere di Jacopo Ortis“]

img_20170217_2

Amo i gatti. E non mi pesa affatto il rinunciare a viaggi e vacanze per non dover lasciare i miei cari animali domestici. Sto bene così.
Nel giorno dell’anno ad essi dedicato non ho intenzione di rattristarmi con i ricordi dei miei amici a quattro zampe passati a miglior vita, dopo aver allietato affettuosamente la mia, lunga ormai di oltre mezzo secolo. Ho memoria di ognuno di loro, come anche – seppure nella mia immaginazione – di quelli che mi hanno preceduto ovvero, nell’accompagnare la giovinezza e l’infanzia dei miei genitori ed anche dei miei nonni e, da loro stessi narratemi, di volta in volta con una punta di affetto perduto.
Ora sono tutti quanti insieme e vicini, esseri umani ed animali, ritrovati nella gloria del Signore, come ci rassicura l’Amico e Santo Francesco. Voglio onorarli a modo mio, tutti, passati, presenti e futuri, in letizia ed in poesia, citando per l’occasione i seguenti versi del poeta Arturo Graf:

Al mio micino

O mio caro micino,
bello, lindo, pastoso,
lèpido, grazioso,
ficchino, naccherino;

mentre al quieto lume
d’una lampa modello,
io, com’è mio costume,
sui libri mi scervello;

mentre assassino l’ore
cercando il pel nell’uovo,
o con l’antico errore
affastellando il nuovo;

tu vieni quatto quatto
a farmi compagnia,
e mi schizzi d’un tratto
sopra la scrivania.

Ti muovi a coda ritta
fra libri e scartafacci,
poi sulla carta scritta
placido t’accovacci.

O mio caro micino,
bello, lindo, pastoso,
lepido, grazioso,
ficchino, naccherino;

io prendo gran satolle
di testi con le note;
tu rimani in panciolle
sulle morbide piote;

e beato sonnecchi,
pieno di scienza infusa,
o mi guardi sottecchi,
sbadigli e fai le fusa.

E non so se m’inganno:
ma talvolta direi
che tu, così sappanno,
ridi de’ fatti miei.

Poi, quando finalmente
ci vengono a chiamare,
e come l’altra gente
andiamo a desinare;

io mangio quanto un grillo
consunto d’etisia;
tu pappi franco e arzillo,
la tua parte e la mia.

img_20170217_1

Un grande abbraccio a tutti i gatti del mondo.


Terraferma

“…dicevano che il dio manifestava di voler punire la trasgressione e la profanazione avvenuta con una grande calamità collettiva.”

[ Plutarco, “Vita di Numa“]

 
Dopo tanto lungo silenzio, avrei voluto ritornare alla ribalta del mio modesto blog con temi e toni leggeri e spensierati. Invece, l’animo mio vive e sente tutt’altri sentimenti:

oh Signore, se tu hai deciso che dalle mie parti è giunta l’ora di farci finire tutti annientati, ti prego di farlo il prima possibile, per non dovere attendere più noi nel terrore di giorno e di notte. Ma se puoi, per pietà non farlo succedere, allontana da noi questo calice e salvaci. Non mi sento pronta, ho paura. Anche se questa ormai è veramente “valle di lacrime”, noi vogliamo ancora restare qui, vivi, a piangere e penare. amen

 
“Mentre la gente era in preda allo sconforto, uno scudo di bronzo […] piombò giù dal cielo…]

[idem]

hdr
Da un po’ di tempo, dopo le ultime e terrifiche scosse di terremoto e fenomeni climatici vari (nevoni, crolli, frane…), ripenso spesso e rifletto sulle cose del passato, mio e dei miei cari. Sono le storie della mia infanzia e della vita trascorsa, quella mia e quella dei miei affetti scomparsi ed anche degli avi sconosciuti, noti a me solo dai racconti e da qualche rara foto o documento o dai ricordi materiali, oggetti vecchi, tramandati di generazione in generazione…

img_20161226_172442

Questo libretto è appartenuto alla mia nonna materna; contiene consigli di economia domestica e poche ricette culinarie, tutto all’insegna del riciclo di avanzi e scarti e del massimo risparmio possibile o “a spreco zero”. Le pietanze sono raccolte nella rubrichetta dal titolo “Ricettario autarchico”.
In un’epoca in cui nulla andava perduto, con il risparmio nella gestione della casa si riusciva a recuperare uno stipendio in più.

img_20161226_172936

Il tutto è stampato su carta “povera” (quasi una cartapaglia), in due soli colori (nero ed un po’ di rosso) dalla S. A. Poligrafici Il Resto del Carlino, nell’anno 1941.
A guardarlo ora, nel suo aspetto segnato di decadente residuato, gravemente ingiallito, macchiato e bruciacchiato nei bordi, dimostra più dei suoi anni.

img_20161226_172911

Molti dei consigli d’uso e di recupero che vi si leggono, oggi sarebbero improponibili, alcuni del tutto irrealizzabili, in qualche caso persino incomprensibili; nelle nostre case comuni mancano sia i focolari che certi materiali, frequenti ed economici all’epoca del libretto, sono divenuti introvabili oppure addirittura costosi, quasi dei lussi.

hdr
I consigli di conservazione degli alimenti non tengono conto dell’esistenza dei frigoriferi; ricordo ancora la mia nonna, che pure ai suoi tempi aveva avuto il “privilegio” di possedere ante guerra una ghiacciaia, confezionare spesso dei sacchetti vari di stoffa, cucendo ritagli di abiti da buttare e parti di biancheria troppo usurata, come contenitori per lo più per alimenti (orzo, farina, pasta, ecc…).
I consigli per il lavaggio e la stiratura degli indumenti e dei materiali tessili non tengono conto dell’esistenza della lavatrice, né del ferro da stiro a vapore. Insomma, a leggerli e confrontarli con le abitudini odierne di gestione ed amministrazione della casa, ne emerge senz’altro almeno un fatto e cioè, che oggi si vive praticamente di sprechi e negli sprechi; ma anche si capisce che, quel genere di economia proposta tanti anni fa, noi ora non saremmo più in grado di praticarla… suppongo.

img_20161226_172542

Nonostante ciò, si può prendere ancora qualcosa di utile e di buono da questo libriccino, oltre al principio stesso di base, che è quello della lotta agli sprechi domestici ed, ancor più, degli alimenti.
Piccole interessanti scoperte ed anche qualche gustosa curiosità da assaggiare, per provare il piacere di un sapore “nuovo anzi antico”.

img_20161226_172516

Sono tempi tristi questi. Per quanto possiamo fare nel mostrare ottimismo, buonumore, voglia di andare avanti, più spesso nell’intimo un grande avvilimento ci avvolge come una coperta gelata, è il crollo delle speranze, è il buio fitto in cui brancoliamo in tanti e tanti, chi più e chi meno; e sempre ci diciamo l’un l’altro – Speriamo bene! -.
A volte, quando sono seduta guardo avanti e, nella stanza vuota, vedo di fronte a me i miei genitori, che mi guardano, due vecchini con lo sguardo amorevole che conosco e che mai dimentico, dediti a me prima di se stessi, come i personaggi dei genitori nel film “Sinue l’egiziano”, i quali rendono l’idea del ricordo che ne ho dei miei. Forse mi vedono o forse così li sto disturbando nel loro riposo eterno. Me li immagino come se fossero veramente presenti e vicini, come se ci fossero, come io li vorrei, con me, mentre mi duole in gola un grosso nodo.

 
“…nessuna delle cose umane è stabile, ma in qualunque modo il dio svolga e muti il corso della nostra vita, conviene che noi ci accontentiamo e accettiamo.”

[ idem ]


Movie 1

“Niuna cosa è sì premiata fatica, se fatica si chiama piuttosto che spasso e ricreamento d’animo e d’intelletto, quanto quella del leggere e rivedere buone cose assai.”

[Leon Battista Alberti]

Dopo un periodo di abbandono alle divagazioni, tra il serio e il faceto (che pure mi ha giovato), vorrei tornare sul tema della critica e del commento, che personalmente trovo molto utile e creativo, nonché di stimolo alla riflessione ed anche alla fantasia, in quanto presuppone la volontà di approfondire i temi oggetto di tale attenzione.

La mia predilezione per la visione di films datati, a colori ed in bianco e nero, per lo più holliwoodiani, ma non solo, è dovuta alla grande nostalgia che ho della presenza di mia madre ed anche alle abitudini ed ai gusti che grazie a lei ho sviluppato e che sono cresciuti con me.
Con lei mi sono creata delle opinioni ed ho avuto esperienza cinematografica, con lei ho conosciuto il mondo del cinema precedente la mia nascita ed i films più belli (attori giusti al posto giusto, vera recitazione, vere trame, regia e scene fatte per essere ricordate, idealizzate), quando il cinema era per sognare, oltre che per raccontare o denunciare.
La mia mamma mi portava al cinema ogni domenica, c’era sempre qualcosa che valesse la pena vedere: i classici di Walt Disney, i colossal americani, i più recenti films per ragazzi (da Giulio Verne alla serie italiana di Piedone), ecc…; quelli in bianco e nero si vedevano per lo più alla televisione, quando venivano programmati sul piccolo schermo, come veri spettacoli, per la prima volta dopo le sale cinematografiche ed i teatri ridotti a cinema; quando il leone ruggiva, con la testa nel cerchio della M.G.M., quello era come un segnale di “sull’attenti”; ed in quelle occasioni la mia mamma, classe 1925, mi elencava con esattezza i nomi di attori ed attrici famose, che lei riconosceva familiarmente, perché aveva avuto la possibilità di apprezzarli già sul grande schermo, a partire dai primi films in bianco e nero, il primo sonoro, dalle interpretazioni di Marlene Ditrich e Greta Garbo, che lei stessa bambina andava a vedere la domenica, insieme a sua madre.
I mie nonni materni avevano una loro cultura di spettacoli e rappresentazioni: già la mia nonna, classe 1893, frequentava da bambina il loggione del teatro, con i suoi genitori, negli allestimenti dell’opera lirica (quando era d’uso recarsi a teatro portandosi dietro la cena al sacco); e per questa sua infanzia, lei conosceva a memoria molte cantate e romanze famose, anche opere per intero.
Nella famiglia della mia mamma (la sua adolescenza) si viveva in cinque con uno stipendio, dovendo provvedere anche alla pigione dell’alloggio, ma nonostante ciò e le economie che si dovevano fare per gestire al meglio quel po’ di guadagno, economie che andavano a toccare anche ciò che finiva nel piatto, nonostante tutto, non solo si era riusciti a non sacrificare l’istruzione dei tre figli, ma anche, mi raccontava mia madre, la domenica si trovava sempre il modo per farci uscire la spesa di qualche biglietto per il cinema.
Il cinema era bello. Mi sono appassionata alla visione di films datati, amo il revival in diversi campi e credo che molti registi del passato, siano stati non soltanto profetici del presente, ma che siano ancora più attuali degli odierni interpreti, così come avviene peraltro per molti letterati, da secoli, da che è iniziata la storia della scrittura.
Col passare del tempo e col vedere e rivedere le repliche televisive dei più noti films, ho memorizzato frasi ed inquadrature (o riesco ad intuirle, con le caratteristiche distintive di certi registi, a forza di pratica, così come era per mia madre), nomi e colonne sonore. Resto sempre immobile davanti alle sigle, che sono per me quasi le preferite e mi spiace che spesso vengano tagliate via a metà dalle reti televisive; penso a quelle di films e serie di films famosi come la saga di James Bond od a pellicole come “La calda notte dell’ispettore Tibbs”, “Indovina chi viene a cena?”, “Fiore di cactus”, “Amen (o I gigli del campo)” ecc… la lista sarebbe troppo lunga.
Oggi mi piace, quando posso e mi riesce, ritrovare fra i nomi dei collaboratori secondari elencati nelle sigle di films o telefilms di una volta, quelli che nei films più recenti sono diventati registi oppure sceneggiatori o produttori e, come tali nominati; ciò mi fa sentire cresciuta, una protagonista della storia umana.
Dietro la nostalgia di queste anticaglie movie d’epoca, che senza dubbio fa parte della mia natura e del mio carattere, come i miei personali gusti vintage, si nasconde insieme la nostalgia più intima per l’affetto perduto dei miei genitori ed anche, con l’avanzare degli anni, la nostalgia tutta umana che si prova per la propria infanzia e gioventù passate e per i loro tempi, che vengono evocati e ricordati in tanti modi, anche attraverso musica ed immagini.
Sarà un po’ per questo, che appena possibile mi sono procurata le riproduzioni in vendita di vecchie serie televisive, italiane e non, programmate in TV tra gli anni ’60 e ’70, come “Belfagor il fantasma del Louvre”, “Il commissario Magret”, “Il segno del comando”, “La baronessa di Carini”, “Nero Wolfe”, ecc…
Purtroppo, cosa più importante e che tanto avrei desiderato, non ci sono più Loro, a guardarli insieme a me.

Chiacchiere. Quello di cui volevo parlare all’inizio non l’ho ancora tirato in ballo, ho solo impostato l’argomento e, se andassi avanti ora, diverrei troppo lunga e certamente noiosa.
Lo farò un’altra volta, presto… [continua… “Movie 2”]

“Me la passavo il più del tempo da me, colle mie figure fantastiche; […]. Non pensavo ai divertimenti. Gli ho sempre trovati gran seccature (salvo un buon teatro quando si cantava); […]. Molti si stupiscono alle volte, che non s’amino le feste, i balli, i pranzi, i così detti divertimenti: se costoro potessero provare per mezz’ora i piaceri dell’immaginazione, del concepire e creare nel mondo fantastico, non si stupirebbero più e vedrebbero quale differenza!”

[Massimo D’Azeglio, “I miei ricordi“]

baby doll


Strane occasioni di viaggio

“Strade alpestri, montagne orride dirupate, tutto il rigore del tempo, tutta la stanchezza e i fastidj del viaggio, e poi?

Nuovi tormenti e nuovi tormentati
[Inf. VI, 4]

[Ugo Foscolo, “Ultime lettere di Jacopo Ortis“]

In quelle certe pause di riflessione che ci concediamo, più o meno volontariamente, sempre si cela per noi il pericolo, di venire sopraffatti dal solito istinto a fare il punto sulla nostra esistenza, su noi stessi, sulla vita trascorsa e sulla parte di essa che abbiamo di fronte, quel che ci resta da vivere.
E non credo proprio, che la maggior parte di noi cerchi con ansietà questi particolari momenti, che accolga con gioia cioè, l’invito della coscienza più intima a guardare allo specchio ciò che si sé è più vero ma meno evidente, a riassumere coraggiosamente i passi fin qui compiuti, valutandone con giudizio i cosiddetti risultati. Perché non siamo contenti di noi stessi mai.
Tutto ciò è naturale e spontaneo, è umano, comprensibile. E’ normale.
Con l’avanzare degli anni, è quasi inevitabile che si presentino sempre più frequenti, le occasioni di “venire al dunque” al “succo del discorso” (ovvero della vita). Le strane occasioni arrivano all’improvviso, senza chiedere il permesso, come ladri nella notte. Sono il nuovo capello bianco… e tutto il resto che lo segue, sono la stanchezza sospetta e fuori orario, una improvvisa e sconosciuta assenza di motivazione, la nuova e diversa emotività, più pacata e riflessiva, della raggiunta maturità; sono l’addio del dominio dei nostri sensi, come quello dello sfarfallio nelle viscere e nell’intimo, quel mettersi comodi, la “bergere” con il suo sgabello poggiapiedi; saranno, secondo indole o per volontà, la conquista della saggezza o il male di vivere. O entrambi. Sono l’incontro con il bivio inevitabile, quell’ALT subito dietro una curva, che non ci aspettavamo, l’incrocio con un treno che ci attraversa il baldanzoso passo o, proprio la fine di quel binario morto, su cui ci siamo avventurati con cocciutaggine e, terminato il quale, nell’impossibilità di procedere oltre, siamo costretti a ripercorrere all’indietro, per poter riprendere un’altra qualsiasi strada, lungo la quale srotolare e correre la nostra vita, il viaggio, solitario, in terre sconosciute e sempre nuove, a cui siamo destinati.
Lo spirito pioniere ci rende curiosi del viaggiare, di quel vivere che tanto bene ci affascina seppure impaurisce, nell’incertezza più totale; spirito di frontiera che nasce con noi, che ci difende addirittura, dalle eccessive tendenze alla retrospezione della senilità; spirito proteso in avanti, verso vaghi orizzonti, ogni volta raggiunti e superati, sempre in vista della successiva destinazione; un cammino in apparenza senza meta, senza traguardi… solo in apparenza, certo con un suo scopo, non dichiarato, ma preciso: quello di vivere felici.
Ogni nostro gesto, ogni scelta, di convenienza, di gusti, ogni speranza, anelito, ogni azione, anche la più turpe dell’opera umana, è mossa dal desiderio di felicità, ne sono convinta.

“Mi sedetti al sole su di una panchina, l’animale che avevo in me si leccava i baffi inuzzolito dai ricordi […] Dopo tutto, riflettevo fra di me, non ero differente dal mio prossimo e sorrisi al pensiero…”

[Robert Louis Stevenson, “Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde“]

Se decidiamo di essere sinceri con noi stessi, tendiamo generalmente a fugare i termini del resoconto della nostra vita, per il timore inconscio (o certezza?) che le somme che tireremo, non ci appagheranno, non ci piacerà il nostro ritratto.
Pensiamo pure di esser soli in questa condizione, in questa sensazione di amarezza e di fallimento, mentre invece essa è forse fra le più comuni del genere umano; comune un po’ a tutti, come lo sono le speranze deluse o gli errori nei quali si ricade, tutti quei peccati di gola e di lussuria che tanto ci piacciono e ci lusingano, da non valere la pena neppure di considerarli tali ne’ di confessarli semmai, tanto siamo certi, per quanto ci riguarda, di perpetuarli. Comune è la difficoltà a mantenersi coerenti con se stessi; e comuni sono, quei tremendi colpi che ci arrivano alle spalle, proprio nel momento peggiore della vita nostra: mentre già prostrati, messi in ginocchio da chissà quale accidente, nell’atto di raccogliere le forze che ancora ci restano, per tendere in avanti la mano a cercare un qualche aiuto per risollevarci, ci arriva da dietro la botta che ci stende del tutto per terra. Un “tradimento”, che ci dà addosso con un impeto superiore al necessario, maligno, superfluo a fronte delle nostre residue forze, ma che, per non averci annientato del tutto, ci ha perciò resi anche più forti.
Questi eventi si presentano a noi con la maschera della nostra peggiore sfortuna, sì, ma a ben vedere essi rappresentano il nostro maggior punto d’orgoglio, questi sì preziosa memoria, sulla quale fare spesso il punto di riflessione; rinsanguinano in noi coraggio ed impeto necessari a compiere il viaggio, a resistere, a non cedere al grande sonno.

“Allora si sentì uno sbatacchio di tutti gli sportelli dei vagoni, eppoi una campanella, eppoi un fischio; e la locomotiva, ansando e sbuffando faticosamente, come un ghiottone che abbia mangiato troppo, si pose in moto, lasciando dietro di sé una lunghissima coda di fumo.”

[Carlo Collodi, “Giannettino“]fiore


Mamma

“La nostra casa era una spelonca: per ogni stanza cercavo la mamma, e la mamma non c’era più”

[Luigi Settembrini, “Le ricordanze della mia vita“]

Le poesie belle e famose, sono tali, non solo perché attraverso di esse i loro autori hanno saputo rendere universalmente il proprio sentire, ma anche perché, negli stessi versi, pure così tanto intimi e personali, si riscopre anche il lettore, qualsiasi lettore: essi esprimono i sentimenti del cuore di tutti, a volte persino, sembrano scritti proprio su misura per ognuno di noi, come avviene per altre opere d’arte…

“Non sempre il tempo
la beltà cancella,
ne’ la sfioran
le lacrime e gli affanni:
mia madre ha sessant’anni,
e più la guardo
e più mi sembra bella.

Non ha un gesto, un sorriso,
uno sguardo,
un atto,
che non mi tocchi dolcemente il
core.
Ah, se fossi pittore!
Farei tutta la vita il suo ritratto.”

Questi versi di Edmondo De Amicis, ho riportati sul ricordino funebre della mia mamma. Mi erano piaciuti già da tempo prima, prima ancora della sua dipartita. E quando mi è mancata, non ho trovato niente di maggiormente adeguato alla situazione, ed al mio dolore.
La costruzione della poesia non soffoca la spontaneità e, la spontaneità non ne offende la metrica, insomma, sembra svolazzarle attorno, con naturalezza, ondeggiando e molleggiando come una farfalla.
Strofe di versi non uguali per numero di sillabe, ma dal suono correttamente intonato, per chi le legge od anche solo per chi ascolta, questo piccolo valzer. Si avverte un tocco dolce e carezzevole, soave, come il tema trattato, una armonia scandita, di sillabe e parole gentili (sostantivi, verbi, avverbi, aggettivi…), quasi sul ritmo di un carillon, dal risultato tanto perfetto, perché sincero.

L’ammirazione per le poesie belle, e per la declamazione di versi, e l’interpretazione in genere di brani letterari, letti e recitati ad alta voce, è un patrimonio che ho ricevuto in regalo dalla mia cara maestra elementare: una persona di genio oltre che brava nella sua professione, dal carattere particolare, nobile e di spirito profondissimo, la quale oltretutto, mi ha voluto davvero molto bene, come a tutti i suoi amati alunni.
Da che l’ho conosciuta e, per tutta la durata della sua vita, ho mantenuto in me la certezza della sua speciale amicizia e, da quando non è più, ne conservo con profondo affetto il ricordo unico, che cerco a mio modo di onorare.
Voglio perciò riportare fedelmente qui di seguito, le parole che ella, eccellente prosatrice, aveva scritte, dedicandole a se stessa, sul viale del tramonto e che, per suo desiderio (così ho saputo), sono state poi stampate sul suo luttino, affinché potessero accompagnarla verso quella rinascita in Cristo, di cui ella, da fervente credente qual’era, sono certa, non ha mai dubitato.

“Maria, la tua ricerca è finita.
La resurrezione nella quale hai sperato tutta la vita, ora sai che è certa; quelli che hai amato e che la morte ti ha tolto, ma dei quali hai coltivato il ricordo con devozione e costanza per riempire il vuoto ed il silenzio che la loro dipartita aveva creato intorno a te, ora possono accoglierti festanti.
Finisce così la tua ricerca affannosa della perfezione con l’inevitabile scontento di non saperla raggiungere.
Dimenticato quel poco di buono che durante la tua vita devi pure aver compiuto, sei stata tormentata dal rimorso cocente per le parole d’affetto non dette, per le buone azioni mancate o carenti di comprensione, proprio per quella umana fragilità che non sei riuscita mai a perdonarti.
Con il tuo carico di amore e di dolore sosti ora davanti alla casa del Padre, dove, dopo la tua purificazione, potrai entrare per contemplare il Suo volto e naufragare nella Sua infinita misericordia.
Così avrai anche tu il tuo Sabato, quello di cui parla S.Agostino nell’ultima pagina delle sue Confessioni: il Sabato della pace, del riposo senza fine.

Maria

Sento molta nostalgia della mia infanzia e di un’epoca ormai morta, come morti sono i suoi protagonisti principali. Per la scuola di vita che ho avuto, mi ritengo una privilegiata. Non invidio ne’ gli insegnanti, ne’ gli scolari dei nostri giorni. Provo semmai tanta compassione.

“Insegnava con modi ed aria militare, e ci faceva tutti attenti, e noi gli volevamo gran bene, e si studiava con ardore grande. Egli sapeva il gran segreto dell’insegnamento: fare innamorare i giovani.”

[Luigi Settembrini, “Le ricordanze della mia vita“]piante


Amor patrio

“O Italiani! non obliate giammai, che il primo passo a produrre uomini grandi sta nello onorare i già spenti.”

[Giuseppe Mazzini, “Pensiero e Azione“]

La preparazione, seppur semplice, di modeste pietanze del repertorio della propria tradizione ed esperienza, simboleggia, oltre il fatto in sé, un gesto di genuino amor di patria, che, più o meno inconsapevolmente, si fonde od effonde da quell’affetto sincero, che si prova per chi ci ha lasciato – compresa in un patrimonio di ideali, di valori e ricordi – l’eredità di una ricetta di cucina di famiglia. A conferma di quanto affermo, aggiungo che, non credo sia per caso che negli scritti delle più conosciute ed esemplari figure di personaggi ed eroi del nostro risorgimento, il cibo e la mensa ricorrano citati e raccontati in più occasioni, all’interno di pagine non secondarie, memorabili, spesso venate di grande umanità e sensibilità e, a volte dettate da spirito di vera commozione.
Patriottismo quindi, nel sedersi a tavola, come nel gesto affettuoso del cucinare in genere. Non un mestiere, non solamente un compito… Parlo in termini di affetto, quando ciò significa la preparazione fedele di pietanze a me care, ispirate al ricordo del gusto buono che ne ho provato ed al contempo, alla memoria viva dei cari con i quali ho condivise le gioie del palato o meglio ancora, di coloro che me ne hanno tramandato la ricetta, seguendo una sorta di regole, soggettive ed uniche, come le persone.
Affetto e diligenza. Con costanza e disciplina e tenerezza insieme, mi metto in arnese. armata di un discreto spirito organizzativo, mi accingo alla preparazione, in apparente solitudine, viziata dall’ascolto della mia musica scelta, quando mi è possibile. In questi frangenti il lavoro mi appaga, mi regala un senso di pienezza, di profonda immersione, mi rende giustizia. La ripetizione a regola di gesti tramandatemi da chi mi onoro di imitare, in una sorta di solennità celebrativa, ha lo scopo di ottener infine un prodotto degno delle mie rimembranze, ma al tempo stesso, mi intriga e mi tenta anche la possibilità, con una timida e studiata creatività, frutto anche di esperienza personale, di inoculare del mio, ad aggiungere così una postilla alla regola, che possa entrare a far parte della tradizione, inaugurando una mia variante. Unico grande rammarico, il non avere più la possibilità di sottoporla al giudizio di chi vorrei… ma tant’è. E’ quel velo sottile di amaro e di struggente, quel sibilo addolorato che sempre e ovunque mi segue oppure mi accompagna e che in certo modo, mi forgia in più occasioni, nel mio mutevole carattere; è ciò che solo mi piega, ad inginocchiare la mia superbia ed al contempo mi forza, a rialzarmi sull’attenti ed a segnare il passo con grinta, per seguire il dovere o destino che ho: quello di vivere. Insomma, è la vita.

“…cominciando dalla minestra a dir di sì, con la bocca, con gli orecchi, con tutta la testa, con tutto il corpo, con tutta l’anima, alle frutta v’avevan ridotto un uomo a non ricordarsi più come si facesse a dir di no”

[A. Manzoni, “I Promessi Sposi“]donnina marrone


Piccineria

“Invio a Vostra Eccellenza un occhialino per vedere da vicino le cose minime, dal quale spero che ella sia per prendersi gusto e trattenimento non piccolo; ché così accade a me. Ho tardato a mandarlo, perché non l’ho prima ridotto a perfezione avendo avuto difficoltà nel ritrovare il modo di lavorare i cristalli perfettamente. L’oggetto s’attacca nel cerchio mobile che è nella base, e si va movendo per vederlo tutto, atteso che quello che si vede in un’occhiata è piccola parte. E perché la distanza fra la lente e l’oggetto vuol esser puntualissima, nel guardare gli oggetti che hanno rilievo bisogna poter accostare e discostare il vetro, secondo che si guarda questa o quella parte; perciò il cannoncino è fatto mobile nel suo piede o guida, che dir la vogliamo. Devesi ancora usarlo in aria molto serena e lucida, e meglio è al sole medesimo, ricercandosi che l’oggetto sia illuminato assai. Io ho contemplato moltissimi animalucci con infinita ammirazione; tra i quali la pulce è orribilissima, la zanzara e la tignuola sono bellissime; e con gran contento ho veduto come facciano le mosche ed altri animalucci a camminare attaccati agli specchi ed anche di sotto in su. Ma V.E. avrà campo larghissimo di osservare mille e mille particolari, de’ quali la prego darmi avviso delle cose più curiose. Insomma c’è da contemplare infinitamente la grandezza della natura, e quando sottilmente ella lavora e con quanta indicibile diligenza.”

[da una lettera di Galileo Galilei al principe Federico Cesi]

Desideriamo avere dei bei ricordi da portare con noi, dopo la nostra dipartita da questo mondo, nella nostra “vita seconda”; cose da fare prima della fine di questa vita, o mai più. Per me, devo dire che i primati di grandezza, raggiunti dalla capacità di realizzazione umana, non colpiscono più di tanto la mia curiosità; mi rappresentano non più tanto dei traguardi, ma piuttosto dei limiti, ora ora raggiunti e che, il genio umano supererà, preso o tardi. Sono misure, che vanno per l’oggi, che sono le massime solo fino a quando scadrà il loro primato, perché ad esso se ne sostituirà un altro e un altro ancora e, quello che era il primo, finirà per diventare solo uno fra i primi e così via. Ben altra importanza ha per me, venire a sapere di qualcosa o qualcuno di piccolo, di piccolo in modo particolare, unico: il più piccolo dei tali, il più piccolo che si conosca, il più piccolo della sua specie, fra i suoi simili, ecc. Desidererei, non oggi stesso, ma che sia almeno prima dell’ora mia, che questi miei occhi potessero vedere una volta, dal vero, il colibrì più piccolo al mondo. Vorrei vederlo vivente e, se non proprio nel suo ambiente naturale, almeno in quello riprodotto artificialmente in una voliera (se ciò è fattibile senza inutili sofferenze per la bestiola), il più possibile al naturale, per apprezzarne la sua immensità ed ammirare la sua rarità e perfezione. Rarità e piccineria, hanno da sempre una grande attrattiva su di me. Quando, nella mia infanzia immaginavo di avere nella tasca un minuscolo Pollicino o la miniatura di un qualsiasi altro animale, tanto mi riusciva di crederlo vero nella fantasia, che quasi lo vedevo, lo afferravo, lo tenevo in mano; proprio come facevo realmente con un cucciolo di rospo appena sviluppato o con la piccolissima lucertola appena nata e con quegli argentei pesciolini, che nuotano veloci veloci, sulla riva del mare Adriatico, quasi invisibili, nei pochi centimetri d’acqua bassa, ancora limpida e trasparente nelle prime ore del mattino, irragiati dalla luce del sole. Brillando e cambiando sempre direzione, essi sfuggivano ad ogni reticella, ad ogni tentativo di cattura, ma lo sguardo mio attento li seguiva, affascinato da quegli stessi particolari, comuni alle specie di più grandi dimensioni e qui, tanto più piccoli e perfetti. Minuscole creature della natura, fatte per essere solo guardate. Questa mia simpatia per “il più piccolo che si trovi”, mi ha portata ad incuriosirmi anche delle cose inanimate, oltre che dei fenomeni del mondo animale o vegetale. Conservo ancora, dentro non so bene quale libro, dei piccolissimi quadrifogli essiccati, schiacciati fra le pagine da almeno quarant’anni ed ho, chiuse dentro una scatolina da qualche parte, alcune “microscopiche” conchiglie vuote, grandi pochi millimetri, sottilissime ed eteree, ma esatte rappresentanti in miniatura del loro genere. Non credo che avrò mai la possibilità di ammirare le piccole uova del più piccolo colibrì al mondo e poter vedere come, tanta piccolezza si adoperi a nutrire i suoi piccoli pulcini, forse alla stessa maniera di un grande uccello maestoso. E’ giusto in fondo che tanta grazia, delicata ed unica al mondo, non sia alla portata di tutti e, probabilmente non è per me, ma forse un giorno, chissà…

figurino cappottino“La natura è grande nelle grandi cose, ma è grandissima nelle più piccole.”

[Bernardin de Saint-Pierre]