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Cento anni

     L’A.N.M.I.G., Associazione Nazionale fra Mutilati e Invalidi di Guerra, compie cento anni. Dal lontano 29 aprile 1917 ad oggi. La nostra Sezione provinciale, nella città di Ascoli Piceno, prima fra tutte le altre della regione Marche, è nata poco dopo, il 1 agosto del 1917. Di recente, noi soci eredi, figli di invalidi di guerra, abbiamo ricordato il suo centenario, durante una giornata di festa ed anche di commozione, con letture, proiezione di video e fotografie di presone e documenti, canti della tradizione e presentazione di nuove iniziative culturali, momenti religiosi in omaggio agli scomparsi, ecc…

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     Io, bene o male che sia, avevo il compito di curare una pubblicazione, che nell’occasione ho presentato personalmente, con le seguenti parole:

Come socia di questo sodalizio, e per celebrarne nella nostra provincia il centenario dalla fondazione, nazionale e, particolarmente della Sezione di Ascoli Piceno, fra i miei compiti vi è stato anche quello di cercare di comporre una pubblicazione a tal scopo dedicata, ovvero quella che è poi stata data alle stampe, e che oggi qui con modestia, proponiamo all’attenzione di tutti, dal titolo, significativo e insieme simbolico, di: “Famiglia di Gente che ha dato”. Perché?

     Innanzi tutto perché so, per averlo letto scritto dalle loro mani, che è così che si autodefinivano in passato, i suoi storici rappresentanti, essi stessi, insieme a tutti i soci d’Italia. Gente comune, per l’appunto, che al Paese ha dato tutto. Proprio come in una famiglia, ha dato lo stesso che chiunque darebbe per i propri figli, cioè l’integrità fisica. Ed è anche per questo che, nella nostra pubblicazione, si è preferito per lo più dare la parola a questa Gente passata, ma sempre a noi presente, come si potrà meglio leggere e constatare all’interno delle sue pagine.

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     Anziché imitare, senza però mai raggiungerne la valenza, le cronache di propaganda storica dell’antichità, ed andare pomposamente alla ricerca di grandi gesta, di figure e nomi famosi, che chiunque di noi sa ci sono stati, e che in molti sono oggi ricordati nei nomi delle vie e delle piazze dei nostri quartieri cittadini, ho scelto di proposito di svolgere la maggior parte delle mie ricerche ed approfondimenti, fra la carta dei documenti presenti nel nostro archivio di sezione: libri di verbali di riunioni e di assemblee, lettere e corrispondenza in generale, fogli sparsi, dattiloscritti o vergati ad inchiostro, volantini ciclostilati, antiche pubblicazioni e vecchi ritagli di carta stampata… eccetera eccetera, convinta che “ogni ricordo è presenza”. E “Presenza” è per l’appunto il nome della rivista della nostra associazione. Nome non casuale, quasi una parola d’ordine, buono sarebbe, se per tutti noi rappresentasse un dovere sentito…

     Quindi, senza nessuna certezza del risultato e senza contare il tempo da impiegare, mossa più dai sentimenti e dalla curiosità, nell’aprire le porte degli armadi polverosi in cui è custodito l’archivio della nostra storica sezione, ho vissuto l’avventura di entrare nel passato con lo sguardo del presente. Tale è stata la mia sensazione, quando, sfogliando le pagine, leggevo le parole dei nonni e dei padri, vera occasione di arricchimento personale. Mi si spalancava tutto un mondo, fatto di grande umanità, una umanità oggi negata, e spesso anche nelle sedi che dovrebbero rappresentarla e difenderla, scomparsa, insieme ai suoi protagonisti. Un autentico tesoro riscoperto, che sarebbe bello poter riportare in vita.

     Dico sarebbe in quanto questo è un lavoro grande, che richiede tempo ed impegno (che io personalmente non nego), ma anche e soprattutto, la necessaria disponibilità di mezzi. Ovvero proprio ciò che ad un certo punto è venuto a mancare, a causa dei noti e recenti terremoti, che hanno reso inagibile la nostra sede, insieme anche ad altre sedi pubbliche cittadine in cui sono conservati documenti storici utili allo scopo: in conseguenza di ciò, ci siamo di colpo ritrovati nell’impossibilità di agire materialmente per la carenza di materiale su cui lavorare ed inoltre, la perdita di entrate economiche utili, ha completato il danno sismico e ci ha di fatto impedito di fare di più e meglio. Di ciò chiedo scusa, il “poco” fin qui realizzato, lo considero un avvio, di un futuro lavoro, o almeno lo auspico, così come mi auguro che regali ai lettori la stessa emozione e lo stesso senso di appartenenza, che ha suscitato in me.

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     Concludo leggendo un piccolo brano, dedicato al valore della Famiglia, termine oggi quanto mai abusato, travisato, disprezzato, oltraggiato e qui per noi innalzato al più nobile dei concetti. Non sono certo parole mie, quelle che mi accingo quasi a declamare, bensì di un Italiano del nostro passato glorioso, Giuseppe Mazzini:

La famiglia ha in sé un elemento di bene raro a trovarsi altrove, la durata.

Gli affetti vi si estendono intorno lenti, inavvertiti,

ma tenaci e durevoli siccome l’edera intorno alla pianta;

si seguono di ora in ora; s’immedesimano taciti colla vostra vita.

Voi spesso non li discernete, poiché fanno parte di voi;

ma quando li perdete, sentite come se un non so che d’intimo,

di necessario al vivere vi mancasse.”

     Chiudo con un abbraccio affettuoso verso tutti i soci invalidi, viventi e scomparsi, come pure verso le loro consorti, alle quali va reso il dovuto merito, oltre a tutto il resto, di aver scelto di condividere per la vita le invalidità dei propri mariti, e fra di essi i miei genitori.” Continua a leggere

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Mascarpone perduto

“Cieca e superba polvere
dunque m’ha Dio percosso
un mondo rivelandomi
ch’io rivelar non posso.”

[Giovanni Prati]

Mentre correvo a gran velocità verso l’ospedale, distesa sulla lettiga, guardavo il soffitto dell’ambulanza; dicevo tra me: – Mamma, vengo da te. –
Stavolta la sirena ha suonato per me. Ovunque e per tutti c’è una prima volta. E’ bastato un evento improvviso e più grave del solito. E pensare che io opto di proposito quasi sempre, per passare il ferragosto a casa mia, anche a motivo di non cercare guai… vallo a raccontare. Proprio quello che sto facendo qui ora, e per mia fortuna. Problemi ce ne saranno, forse, forse cause da ricercare, cose da risolvere, si vedrà… Intanto, io sono ancora sulla piazza. Ed è già qualcosa.
Del pomeriggio passato in osservazione su di un letto di ospedale, mi è rimasto un lieve segno sul braccio, che da rosso è sfumato via via sul blu e poi sul verde, attenuandosi fino a scomparire del tutto. E’ stata questa l’ennesima occasione giuntami per volgere lo sguardo verso di me, la mia vita, non più al futuro, semmai al presente e, naturalmente al passato. Consuntivo del tempo già speso, ricordi di quel che è stato e che mai più sarà, sensazioni, carezze, memoria di cose buone e belle, ormai andate, perse per sempre ma mai dimenticate.
Come la nostalgia del vero Mascarpone, il Mascarpone autentico, quello della mia infanzia, dei tempi miei lontani, i tempi dell’asilo. Quando era ancora presente la mia nonna e non si trovavano ancora le siringhe usa e getta, questo formaggio che si chiama Mascarpone, veniva venduto a peso. Si acquistava in drogheria in piccole porzioni sfuse, secondo le proprie esigenze, spesso del peso di circa un etto, a volte anche meno. Ricordo che in genere si comprava il cibo a mezzi etti ovvero tanto quanto era necessario al momento, quanto ne serviva per il giorno in corso, a volte per un solo pasto, seppure c’era in casa il frigorifero, dentro il quale però il tale Mascarpone, non gelava mai troppo; quindi, se abbisognava, per il pasto successivo si tornava in negozio una seconda volta, a ricomprare ciò che mancava; e così via giorno per giorno.
Chi te li dava i supermercati? Non c’erano i cibi dosati ed impacchettati, già pronti per essere passati alla cassa, così come se ne trovano oggi. Oggi che, gli scaffali dei numerosissimi supermercati, ipermercati, stramercati, sono ricolmi di tanta e tanta roba, che uno quasi non sa dove guardare. Esprimo qui, sottovoce, il mio personale grido d’allarme ovvero, lancio un simbolico SOS: – Aiuto! Il Mascarpone non si trova più! –

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Il Mascarpone era una preparazione a base di latte, dalla consistenza cremosa e duttile, con tendenza ad aderire agli involucri, di colore giallino, molto pallido, simile ad un burro di qualità, per intenderci, che il droghiere vendeva sfuso, servendosi di un cucchiaio o di una spatola per prelevare le piccole dosi, che depositava su appositi foglietti di materiale trasparente, sottili ma resistenti, di forma quadrata, misuravano le dimensioni di fazzolettini da borsetta e, proprio come eleganti fazzolettini, erano impreziositi da un grazioso decoro o ricamo a stampa, di colore rosso, che correva lungo tutto il bordo; richiusi a contenere il Mascarpone al loro interno, somigliavano un po’ a bomboniere di tulle per confetti… Una volta tornati a casa dalla spesa, al momento di mettersi a tavola, si apriva sulla mensa una tal bella pochette, che racchiudeva il delicato Mascarpone, dal gusto inconfondibile ed indimenticabile, profumato e saporito, buono da solo, servito con il Pane.
Negli anni, con il trascorrere del tempo (e della mia vita) e con l’avvento – ed in seguito anche il sopravvento – di quelli che io chiamerei “formaggi sintetici”, di ciò che una volta era il Mascarpone, è rimasto nulla se non pochissimo: il prodotto ora in vendita è cambiato nella sua ricetta, risultando sempre meno buono, sempre più denso e sabbioso, insipido e rigido, una pessima polentina di colore quasi bianco candido, che come i fiori di “Mimì”, ahimé non ha quasi più odore e, praticamente nessun sapore. Certamente non c’è più gusto a mangiarlo da solo e, francamente, neppure accompagnato ad altri alimenti, se non per castigo; è diventato un semplice ingrediente generico, da utilizzare a monte di una qualche preparazione, per giungere ad ottenere altre pietanze… Non viene più venduto sfuso da tanto tempo, ma lo si trova già inscatolato, predosato, in certe confezioni sullo scaffale frigorifero.
Quando si torna a casa dopo aver acquistato una di queste scatole tonde di plastica, con su scritto “Mascarpone” e, ci si accinge ad aprirla desiderosi di spalmarne il contenuto su del Pane, con in bocca, non nego, anche un po’ di acquolina… delusione delle delusioni… per cominciare, non è bello ciò che si vede, poi non è buono ciò che si annusa o meglio, che non si annusa (inodore) e neppure è buono ciò che si assaggia (insapore), amara constatazione: il Mascarpone è scomparso.
Ad una prima vista i vari componenti non appaiono ben amalgamati e tendono sempre a dissociarsi, il prodotto in sé non aderisce né al contenitore, né alla posata, né a se stesso; coloro come me, che hanno avuto la fortuna nella vita di conoscere in bocca il Signor Mascarpone, possono ben dire che il suo sapore attuale è in vero quello della beffa, il culmine di un insulto alimentare. E così, ogni tentativo di prelevarne un quantitativo da spalmare o da farne altro, da qualsiasi verso lo si prenda, si risolve perpetuamente in un pietoso sbriciolamento e sfaldamento, oltre che dissociarsi di parti acquose e parti terrose, di quello che idealmente doveva essere quasi una leccornia, piccolo assaggio di paradiso, frutto della Natura e del lavoro dell’uomo, ma che invece si rivela ciò che è oggi, cioè un impiastro malriuscito, indecente ed impresentabile, degno solo delle mense dei peggiori ipocondriaci, i quali non si cibano di nulla che non si presenti con l’aspetto o la dicitura “senza”… e che fa ogni volta rimpiangere, se non proprio piangere lacrime, per il Mascarpone perduto.

“La ragione si fa adulta e vecchia; il cuore resta sempre ragazzo.”

[Ippolito Nievo]


Venerdì 17 Febbraio del ’17

“Facciamo tesoro di sentimenti cari e soavi i quali ci ridestino per tutti gli anni, che ancora forse tristi e perseguitati ci avanzano, la memoria che non siamo sempre vissuti nel dolore.”

[Ugo Foscolo, “Ultime lettere di Jacopo Ortis“]

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Amo i gatti. E non mi pesa affatto il rinunciare a viaggi e vacanze per non dover lasciare i miei cari animali domestici. Sto bene così.
Nel giorno dell’anno ad essi dedicato non ho intenzione di rattristarmi con i ricordi dei miei amici a quattro zampe passati a miglior vita, dopo aver allietato affettuosamente la mia, lunga ormai di oltre mezzo secolo. Ho memoria di ognuno di loro, come anche – seppure nella mia immaginazione – di quelli che mi hanno preceduto ovvero, nell’accompagnare la giovinezza e l’infanzia dei miei genitori ed anche dei miei nonni e, da loro stessi narratemi, di volta in volta con una punta di affetto perduto.
Ora sono tutti quanti insieme e vicini, esseri umani ed animali, ritrovati nella gloria del Signore, come ci rassicura l’Amico e Santo Francesco. Voglio onorarli a modo mio, tutti, passati, presenti e futuri, in letizia ed in poesia, citando per l’occasione i seguenti versi del poeta Arturo Graf:

Al mio micino

O mio caro micino,
bello, lindo, pastoso,
lèpido, grazioso,
ficchino, naccherino;

mentre al quieto lume
d’una lampa modello,
io, com’è mio costume,
sui libri mi scervello;

mentre assassino l’ore
cercando il pel nell’uovo,
o con l’antico errore
affastellando il nuovo;

tu vieni quatto quatto
a farmi compagnia,
e mi schizzi d’un tratto
sopra la scrivania.

Ti muovi a coda ritta
fra libri e scartafacci,
poi sulla carta scritta
placido t’accovacci.

O mio caro micino,
bello, lindo, pastoso,
lepido, grazioso,
ficchino, naccherino;

io prendo gran satolle
di testi con le note;
tu rimani in panciolle
sulle morbide piote;

e beato sonnecchi,
pieno di scienza infusa,
o mi guardi sottecchi,
sbadigli e fai le fusa.

E non so se m’inganno:
ma talvolta direi
che tu, così sappanno,
ridi de’ fatti miei.

Poi, quando finalmente
ci vengono a chiamare,
e come l’altra gente
andiamo a desinare;

io mangio quanto un grillo
consunto d’etisia;
tu pappi franco e arzillo,
la tua parte e la mia.

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Un grande abbraccio a tutti i gatti del mondo.


Terraferma

“…dicevano che il dio manifestava di voler punire la trasgressione e la profanazione avvenuta con una grande calamità collettiva.”

[ Plutarco, “Vita di Numa“]

 
Dopo tanto lungo silenzio, avrei voluto ritornare alla ribalta del mio modesto blog con temi e toni leggeri e spensierati. Invece, l’animo mio vive e sente tutt’altri sentimenti:

oh Signore, se tu hai deciso che dalle mie parti è giunta l’ora di farci finire tutti annientati, ti prego di farlo il prima possibile, per non dovere attendere più noi nel terrore di giorno e di notte. Ma se puoi, per pietà non farlo succedere, allontana da noi questo calice e salvaci. Non mi sento pronta, ho paura. Anche se questa ormai è veramente “valle di lacrime”, noi vogliamo ancora restare qui, vivi, a piangere e penare. amen

 
“Mentre la gente era in preda allo sconforto, uno scudo di bronzo […] piombò giù dal cielo…]

[idem]

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Da un po’ di tempo, dopo le ultime e terrifiche scosse di terremoto e fenomeni climatici vari (nevoni, crolli, frane…), ripenso spesso e rifletto sulle cose del passato, mio e dei miei cari. Sono le storie della mia infanzia e della vita trascorsa, quella mia e quella dei miei affetti scomparsi ed anche degli avi sconosciuti, noti a me solo dai racconti e da qualche rara foto o documento o dai ricordi materiali, oggetti vecchi, tramandati di generazione in generazione…

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Questo libretto è appartenuto alla mia nonna materna; contiene consigli di economia domestica e poche ricette culinarie, tutto all’insegna del riciclo di avanzi e scarti e del massimo risparmio possibile o “a spreco zero”. Le pietanze sono raccolte nella rubrichetta dal titolo “Ricettario autarchico”.
In un’epoca in cui nulla andava perduto, con il risparmio nella gestione della casa si riusciva a recuperare uno stipendio in più.

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Il tutto è stampato su carta “povera” (quasi una cartapaglia), in due soli colori (nero ed un po’ di rosso) dalla S. A. Poligrafici Il Resto del Carlino, nell’anno 1941.
A guardarlo ora, nel suo aspetto segnato di decadente residuato, gravemente ingiallito, macchiato e bruciacchiato nei bordi, dimostra più dei suoi anni.

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Molti dei consigli d’uso e di recupero che vi si leggono, oggi sarebbero improponibili, alcuni del tutto irrealizzabili, in qualche caso persino incomprensibili; nelle nostre case comuni mancano sia i focolari che certi materiali, frequenti ed economici all’epoca del libretto, sono divenuti introvabili oppure addirittura costosi, quasi dei lussi.

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I consigli di conservazione degli alimenti non tengono conto dell’esistenza dei frigoriferi; ricordo ancora la mia nonna, che pure ai suoi tempi aveva avuto il “privilegio” di possedere ante guerra una ghiacciaia, confezionare spesso dei sacchetti vari di stoffa, cucendo ritagli di abiti da buttare e parti di biancheria troppo usurata, come contenitori per lo più per alimenti (orzo, farina, pasta, ecc…).
I consigli per il lavaggio e la stiratura degli indumenti e dei materiali tessili non tengono conto dell’esistenza della lavatrice, né del ferro da stiro a vapore. Insomma, a leggerli e confrontarli con le abitudini odierne di gestione ed amministrazione della casa, ne emerge senz’altro almeno un fatto e cioè, che oggi si vive praticamente di sprechi e negli sprechi; ma anche si capisce che, quel genere di economia proposta tanti anni fa, noi ora non saremmo più in grado di praticarla… suppongo.

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Nonostante ciò, si può prendere ancora qualcosa di utile e di buono da questo libriccino, oltre al principio stesso di base, che è quello della lotta agli sprechi domestici ed, ancor più, degli alimenti.
Piccole interessanti scoperte ed anche qualche gustosa curiosità da assaggiare, per provare il piacere di un sapore “nuovo anzi antico”.

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Sono tempi tristi questi. Per quanto possiamo fare nel mostrare ottimismo, buonumore, voglia di andare avanti, più spesso nell’intimo un grande avvilimento ci avvolge come una coperta gelata, è il crollo delle speranze, è il buio fitto in cui brancoliamo in tanti e tanti, chi più e chi meno; e sempre ci diciamo l’un l’altro – Speriamo bene! -.
A volte, quando sono seduta guardo avanti e, nella stanza vuota, vedo di fronte a me i miei genitori, che mi guardano, due vecchini con lo sguardo amorevole che conosco e che mai dimentico, dediti a me prima di se stessi, come i personaggi dei genitori nel film “Sinue l’egiziano”, i quali rendono l’idea del ricordo che ne ho dei miei. Forse mi vedono o forse così li sto disturbando nel loro riposo eterno. Me li immagino come se fossero veramente presenti e vicini, come se ci fossero, come io li vorrei, con me, mentre mi duole in gola un grosso nodo.

 
“…nessuna delle cose umane è stabile, ma in qualunque modo il dio svolga e muti il corso della nostra vita, conviene che noi ci accontentiamo e accettiamo.”

[ idem ]


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“Niuna cosa è sì premiata fatica, se fatica si chiama piuttosto che spasso e ricreamento d’animo e d’intelletto, quanto quella del leggere e rivedere buone cose assai.”

[Leon Battista Alberti]

Dopo un periodo di abbandono alle divagazioni, tra il serio e il faceto (che pure mi ha giovato), vorrei tornare sul tema della critica e del commento, che personalmente trovo molto utile e creativo, nonché di stimolo alla riflessione ed anche alla fantasia, in quanto presuppone la volontà di approfondire i temi oggetto di tale attenzione.

La mia predilezione per la visione di films datati, a colori ed in bianco e nero, per lo più holliwoodiani, ma non solo, è dovuta alla grande nostalgia che ho della presenza di mia madre ed anche alle abitudini ed ai gusti che grazie a lei ho sviluppato e che sono cresciuti con me.
Con lei mi sono creata delle opinioni ed ho avuto esperienza cinematografica, con lei ho conosciuto il mondo del cinema precedente la mia nascita ed i films più belli (attori giusti al posto giusto, vera recitazione, vere trame, regia e scene fatte per essere ricordate, idealizzate), quando il cinema era per sognare, oltre che per raccontare o denunciare.
La mia mamma mi portava al cinema ogni domenica, c’era sempre qualcosa che valesse la pena vedere: i classici di Walt Disney, i colossal americani, i più recenti films per ragazzi (da Giulio Verne alla serie italiana di Piedone), ecc…; quelli in bianco e nero si vedevano per lo più alla televisione, quando venivano programmati sul piccolo schermo, come veri spettacoli, per la prima volta dopo le sale cinematografiche ed i teatri ridotti a cinema; quando il leone ruggiva, con la testa nel cerchio della M.G.M., quello era come un segnale di “sull’attenti”; ed in quelle occasioni la mia mamma, classe 1925, mi elencava con esattezza i nomi di attori ed attrici famose, che lei riconosceva familiarmente, perché aveva avuto la possibilità di apprezzarli già sul grande schermo, a partire dai primi films in bianco e nero, il primo sonoro, dalle interpretazioni di Marlene Ditrich e Greta Garbo, che lei stessa bambina andava a vedere la domenica, insieme a sua madre.
I mie nonni materni avevano una loro cultura di spettacoli e rappresentazioni: già la mia nonna, classe 1893, frequentava da bambina il loggione del teatro, con i suoi genitori, negli allestimenti dell’opera lirica (quando era d’uso recarsi a teatro portandosi dietro la cena al sacco); e per questa sua infanzia, lei conosceva a memoria molte cantate e romanze famose, anche opere per intero.
Nella famiglia della mia mamma (la sua adolescenza) si viveva in cinque con uno stipendio, dovendo provvedere anche alla pigione dell’alloggio, ma nonostante ciò e le economie che si dovevano fare per gestire al meglio quel po’ di guadagno, economie che andavano a toccare anche ciò che finiva nel piatto, nonostante tutto, non solo si era riusciti a non sacrificare l’istruzione dei tre figli, ma anche, mi raccontava mia madre, la domenica si trovava sempre il modo per farci uscire la spesa di qualche biglietto per il cinema.
Il cinema era bello. Mi sono appassionata alla visione di films datati, amo il revival in diversi campi e credo che molti registi del passato, siano stati non soltanto profetici del presente, ma che siano ancora più attuali degli odierni interpreti, così come avviene peraltro per molti letterati, da secoli, da che è iniziata la storia della scrittura.
Col passare del tempo e col vedere e rivedere le repliche televisive dei più noti films, ho memorizzato frasi ed inquadrature (o riesco ad intuirle, con le caratteristiche distintive di certi registi, a forza di pratica, così come era per mia madre), nomi e colonne sonore. Resto sempre immobile davanti alle sigle, che sono per me quasi le preferite e mi spiace che spesso vengano tagliate via a metà dalle reti televisive; penso a quelle di films e serie di films famosi come la saga di James Bond od a pellicole come “La calda notte dell’ispettore Tibbs”, “Indovina chi viene a cena?”, “Fiore di cactus”, “Amen (o I gigli del campo)” ecc… la lista sarebbe troppo lunga.
Oggi mi piace, quando posso e mi riesce, ritrovare fra i nomi dei collaboratori secondari elencati nelle sigle di films o telefilms di una volta, quelli che nei films più recenti sono diventati registi oppure sceneggiatori o produttori e, come tali nominati; ciò mi fa sentire cresciuta, una protagonista della storia umana.
Dietro la nostalgia di queste anticaglie movie d’epoca, che senza dubbio fa parte della mia natura e del mio carattere, come i miei personali gusti vintage, si nasconde insieme la nostalgia più intima per l’affetto perduto dei miei genitori ed anche, con l’avanzare degli anni, la nostalgia tutta umana che si prova per la propria infanzia e gioventù passate e per i loro tempi, che vengono evocati e ricordati in tanti modi, anche attraverso musica ed immagini.
Sarà un po’ per questo, che appena possibile mi sono procurata le riproduzioni in vendita di vecchie serie televisive, italiane e non, programmate in TV tra gli anni ’60 e ’70, come “Belfagor il fantasma del Louvre”, “Il commissario Magret”, “Il segno del comando”, “La baronessa di Carini”, “Nero Wolfe”, ecc…
Purtroppo, cosa più importante e che tanto avrei desiderato, non ci sono più Loro, a guardarli insieme a me.

Chiacchiere. Quello di cui volevo parlare all’inizio non l’ho ancora tirato in ballo, ho solo impostato l’argomento e, se andassi avanti ora, diverrei troppo lunga e certamente noiosa.
Lo farò un’altra volta, presto… [continua… “Movie 2”]

“Me la passavo il più del tempo da me, colle mie figure fantastiche; […]. Non pensavo ai divertimenti. Gli ho sempre trovati gran seccature (salvo un buon teatro quando si cantava); […]. Molti si stupiscono alle volte, che non s’amino le feste, i balli, i pranzi, i così detti divertimenti: se costoro potessero provare per mezz’ora i piaceri dell’immaginazione, del concepire e creare nel mondo fantastico, non si stupirebbero più e vedrebbero quale differenza!”

[Massimo D’Azeglio, “I miei ricordi“]

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Strane occasioni di viaggio

“Strade alpestri, montagne orride dirupate, tutto il rigore del tempo, tutta la stanchezza e i fastidj del viaggio, e poi?

Nuovi tormenti e nuovi tormentati
[Inf. VI, 4]

[Ugo Foscolo, “Ultime lettere di Jacopo Ortis“]

In quelle certe pause di riflessione che ci concediamo, più o meno volontariamente, sempre si cela per noi il pericolo, di venire sopraffatti dal solito istinto a fare il punto sulla nostra esistenza, su noi stessi, sulla vita trascorsa e sulla parte di essa che abbiamo di fronte, quel che ci resta da vivere.
E non credo proprio, che la maggior parte di noi cerchi con ansietà questi particolari momenti, che accolga con gioia cioè, l’invito della coscienza più intima a guardare allo specchio ciò che si sé è più vero ma meno evidente, a riassumere coraggiosamente i passi fin qui compiuti, valutandone con giudizio i cosiddetti risultati. Perché non siamo contenti di noi stessi mai.
Tutto ciò è naturale e spontaneo, è umano, comprensibile. E’ normale.
Con l’avanzare degli anni, è quasi inevitabile che si presentino sempre più frequenti, le occasioni di “venire al dunque” al “succo del discorso” (ovvero della vita). Le strane occasioni arrivano all’improvviso, senza chiedere il permesso, come ladri nella notte. Sono il nuovo capello bianco… e tutto il resto che lo segue, sono la stanchezza sospetta e fuori orario, una improvvisa e sconosciuta assenza di motivazione, la nuova e diversa emotività, più pacata e riflessiva, della raggiunta maturità; sono l’addio del dominio dei nostri sensi, come quello dello sfarfallio nelle viscere e nell’intimo, quel mettersi comodi, la “bergere” con il suo sgabello poggiapiedi; saranno, secondo indole o per volontà, la conquista della saggezza o il male di vivere. O entrambi. Sono l’incontro con il bivio inevitabile, quell’ALT subito dietro una curva, che non ci aspettavamo, l’incrocio con un treno che ci attraversa il baldanzoso passo o, proprio la fine di quel binario morto, su cui ci siamo avventurati con cocciutaggine e, terminato il quale, nell’impossibilità di procedere oltre, siamo costretti a ripercorrere all’indietro, per poter riprendere un’altra qualsiasi strada, lungo la quale srotolare e correre la nostra vita, il viaggio, solitario, in terre sconosciute e sempre nuove, a cui siamo destinati.
Lo spirito pioniere ci rende curiosi del viaggiare, di quel vivere che tanto bene ci affascina seppure impaurisce, nell’incertezza più totale; spirito di frontiera che nasce con noi, che ci difende addirittura, dalle eccessive tendenze alla retrospezione della senilità; spirito proteso in avanti, verso vaghi orizzonti, ogni volta raggiunti e superati, sempre in vista della successiva destinazione; un cammino in apparenza senza meta, senza traguardi… solo in apparenza, certo con un suo scopo, non dichiarato, ma preciso: quello di vivere felici.
Ogni nostro gesto, ogni scelta, di convenienza, di gusti, ogni speranza, anelito, ogni azione, anche la più turpe dell’opera umana, è mossa dal desiderio di felicità, ne sono convinta.

“Mi sedetti al sole su di una panchina, l’animale che avevo in me si leccava i baffi inuzzolito dai ricordi […] Dopo tutto, riflettevo fra di me, non ero differente dal mio prossimo e sorrisi al pensiero…”

[Robert Louis Stevenson, “Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde“]

Se decidiamo di essere sinceri con noi stessi, tendiamo generalmente a fugare i termini del resoconto della nostra vita, per il timore inconscio (o certezza?) che le somme che tireremo, non ci appagheranno, non ci piacerà il nostro ritratto.
Pensiamo pure di esser soli in questa condizione, in questa sensazione di amarezza e di fallimento, mentre invece essa è forse fra le più comuni del genere umano; comune un po’ a tutti, come lo sono le speranze deluse o gli errori nei quali si ricade, tutti quei peccati di gola e di lussuria che tanto ci piacciono e ci lusingano, da non valere la pena neppure di considerarli tali ne’ di confessarli semmai, tanto siamo certi, per quanto ci riguarda, di perpetuarli. Comune è la difficoltà a mantenersi coerenti con se stessi; e comuni sono, quei tremendi colpi che ci arrivano alle spalle, proprio nel momento peggiore della vita nostra: mentre già prostrati, messi in ginocchio da chissà quale accidente, nell’atto di raccogliere le forze che ancora ci restano, per tendere in avanti la mano a cercare un qualche aiuto per risollevarci, ci arriva da dietro la botta che ci stende del tutto per terra. Un “tradimento”, che ci dà addosso con un impeto superiore al necessario, maligno, superfluo a fronte delle nostre residue forze, ma che, per non averci annientato del tutto, ci ha perciò resi anche più forti.
Questi eventi si presentano a noi con la maschera della nostra peggiore sfortuna, sì, ma a ben vedere essi rappresentano il nostro maggior punto d’orgoglio, questi sì preziosa memoria, sulla quale fare spesso il punto di riflessione; rinsanguinano in noi coraggio ed impeto necessari a compiere il viaggio, a resistere, a non cedere al grande sonno.

“Allora si sentì uno sbatacchio di tutti gli sportelli dei vagoni, eppoi una campanella, eppoi un fischio; e la locomotiva, ansando e sbuffando faticosamente, come un ghiottone che abbia mangiato troppo, si pose in moto, lasciando dietro di sé una lunghissima coda di fumo.”

[Carlo Collodi, “Giannettino“]fiore


Mamma

“La nostra casa era una spelonca: per ogni stanza cercavo la mamma, e la mamma non c’era più”

[Luigi Settembrini, “Le ricordanze della mia vita“]

Le poesie belle e famose, sono tali, non solo perché attraverso di esse i loro autori hanno saputo rendere universalmente il proprio sentire, ma anche perché, negli stessi versi, pure così tanto intimi e personali, si riscopre anche il lettore, qualsiasi lettore: essi esprimono i sentimenti del cuore di tutti, a volte persino, sembrano scritti proprio su misura per ognuno di noi, come avviene per altre opere d’arte…

“Non sempre il tempo
la beltà cancella,
ne’ la sfioran
le lacrime e gli affanni:
mia madre ha sessant’anni,
e più la guardo
e più mi sembra bella.

Non ha un gesto, un sorriso,
uno sguardo,
un atto,
che non mi tocchi dolcemente il
core.
Ah, se fossi pittore!
Farei tutta la vita il suo ritratto.”

Questi versi di Edmondo De Amicis, ho riportati sul ricordino funebre della mia mamma. Mi erano piaciuti già da tempo prima, prima ancora della sua dipartita. E quando mi è mancata, non ho trovato niente di maggiormente adeguato alla situazione, ed al mio dolore.
La costruzione della poesia non soffoca la spontaneità e, la spontaneità non ne offende la metrica, insomma, sembra svolazzarle attorno, con naturalezza, ondeggiando e molleggiando come una farfalla.
Strofe di versi non uguali per numero di sillabe, ma dal suono correttamente intonato, per chi le legge od anche solo per chi ascolta, questo piccolo valzer. Si avverte un tocco dolce e carezzevole, soave, come il tema trattato, una armonia scandita, di sillabe e parole gentili (sostantivi, verbi, avverbi, aggettivi…), quasi sul ritmo di un carillon, dal risultato tanto perfetto, perché sincero.

L’ammirazione per le poesie belle, e per la declamazione di versi, e l’interpretazione in genere di brani letterari, letti e recitati ad alta voce, è un patrimonio che ho ricevuto in regalo dalla mia cara maestra elementare: una persona di genio oltre che brava nella sua professione, dal carattere particolare, nobile e di spirito profondissimo, la quale oltretutto, mi ha voluto davvero molto bene, come a tutti i suoi amati alunni.
Da che l’ho conosciuta e, per tutta la durata della sua vita, ho mantenuto in me la certezza della sua speciale amicizia e, da quando non è più, ne conservo con profondo affetto il ricordo unico, che cerco a mio modo di onorare.
Voglio perciò riportare fedelmente qui di seguito, le parole che ella, eccellente prosatrice, aveva scritte, dedicandole a se stessa, sul viale del tramonto e che, per suo desiderio (così ho saputo), sono state poi stampate sul suo luttino, affinché potessero accompagnarla verso quella rinascita in Cristo, di cui ella, da fervente credente qual’era, sono certa, non ha mai dubitato.

“Maria, la tua ricerca è finita.
La resurrezione nella quale hai sperato tutta la vita, ora sai che è certa; quelli che hai amato e che la morte ti ha tolto, ma dei quali hai coltivato il ricordo con devozione e costanza per riempire il vuoto ed il silenzio che la loro dipartita aveva creato intorno a te, ora possono accoglierti festanti.
Finisce così la tua ricerca affannosa della perfezione con l’inevitabile scontento di non saperla raggiungere.
Dimenticato quel poco di buono che durante la tua vita devi pure aver compiuto, sei stata tormentata dal rimorso cocente per le parole d’affetto non dette, per le buone azioni mancate o carenti di comprensione, proprio per quella umana fragilità che non sei riuscita mai a perdonarti.
Con il tuo carico di amore e di dolore sosti ora davanti alla casa del Padre, dove, dopo la tua purificazione, potrai entrare per contemplare il Suo volto e naufragare nella Sua infinita misericordia.
Così avrai anche tu il tuo Sabato, quello di cui parla S.Agostino nell’ultima pagina delle sue Confessioni: il Sabato della pace, del riposo senza fine.

Maria

Sento molta nostalgia della mia infanzia e di un’epoca ormai morta, come morti sono i suoi protagonisti principali. Per la scuola di vita che ho avuto, mi ritengo una privilegiata. Non invidio ne’ gli insegnanti, ne’ gli scolari dei nostri giorni. Provo semmai tanta compassione.

“Insegnava con modi ed aria militare, e ci faceva tutti attenti, e noi gli volevamo gran bene, e si studiava con ardore grande. Egli sapeva il gran segreto dell’insegnamento: fare innamorare i giovani.”

[Luigi Settembrini, “Le ricordanze della mia vita“]piante