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Quaquao

“Tutti i grandi sono stati bambini una volta. Ma pochi di essi se ne ricordano.”

[Antoine De Saint-Exupèry]

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Era già quasi un oggetto dei ricordi del mio passato, quando l’ho scelto come soggetto per un disegno artistico, un compito a casa, impartitoci dalla maestra elementare: cioè, ritrarre qualcosa di nostro, che ci era caro, che più di piaceva, qualcosa che si aveva in casa, per noi di una certa importanza…
Ce l’avevo dai tempi della mia primissima infanzia, era ancora il mio pupazzo di peluche preferito, gli ero affezionata, quasi come se si fosse trattato di qualcuno. Quaquao, lo avevo sempre chiamato e, anche se ci avevo giocato e rigiocato fino a consumarlo, guai a chi me lo avesse portato via. Lo avevo tenuto con me chissà quante volte, mai perduto. Lo scelsi subito come mio soggetto per il compito della lezione di disegno libero.
Ne feci il ritratto, su di una pagina di quaderno, con molta cura e precisione. Fu un grande impegno per me, ma anche il risultato fu appagante. Venne infine mostrato in classe a tutti gli scolari, miei compagni, insieme ai disegni meglio riusciti di alcuni di essi.

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Quaquao è rimasto sempre nella mia casa, non è andato regalato ai miei cugini più giovani di me (forse anche perché un po’ consunto) od ai bimbi che all’epoca erano un po’ meno fortunati, che non avevano tanti giocattoli, come invece è accaduto per tanti altri miei giochi d’infanzia, grazie alla generosità e senso pratico della mia mamma, la quale non è mai stata una persona malata di possessività, verso niente e nessuno, meno che mai nei confronti di un oggetto inanimato. Ma Quaquao no, Quaquao è rimasto con me, mi ha seguita, con poche altre cosette mie, persino nella mia vita da donna sposata. Finché un bel giorno, vuoi per i suoi raggiunti limiti di età (o per i miei), vuoi per nostalgia, ha meritato di lasciare il buio della scatola dei pupazzi riposti, per venire esposto, insieme al “reduce” suo coetaneo Pinguino, dietro le vetrine del mobile libreria della stanza adibita a studio, una specie di scrigno, una dispensa, che io ho l’ambizione di definire con ironia “la mia piccola wunderkammer”dscn1462

Quaquao e Pinguino, io vi avevo conferito un’anima, il soffio della vita, il sentimento. A ragionare con la mente di bambini si può davvero sperimentare il miracoloso. Adesso vi osservo da una distanza più regolare, un giusto distacco, nel balenio dei problemi terreni, quotidiani, come il fragore dei nervi di un marito, lo stesso uomo che, per accontentare la mia indole sognatrice tanto diversa ed opposta alla sua, mi ha aiutata e mi aiuta a gestire il lato meno poetico (ma non meno importante) di questo mio blog. Nel bene e nel male, in salute e in malattia, nella buona e nella cattiva sorte… e così sia.

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“Dovevano essere stati molto belli in gioventù”

[ Gustave Flaubert, “La leggenda di San Giuliano Ospitaliere“]

 


Leggere

“Non riesco a saziarmi di libri.
E sì che ne posseggo un numero probabilmente superiore al necessario; ma succede anche coi libri come con le altre cose: la fortuna nel cercarli è sprone a una maggiore avidità di possederne. Anzi coi libri si verifica un fatto singolarissimo: l’oro, l’argento, i gioielli, la ricca veste, il palazzo di marmo, il bel podere, i dipinti, il destriero dall’elegante bardatura, e le altre cose del genere, recano con sé un godimento inerte e superficiale; i libri ci danno un diletto che va in profondità, discorrono con noi, ci consigliano e si legano a noi con una sorta di famigliarità attiva e penetrante.”

[Da una lettera di Francesco Petrarca a Giovanni Anchiseo]

 

In tutta la letteratura, si dialoga spesso del tema della lettura.
Molte sono le opere letterarie che hanno per argomento i libri; librerie, biblioteche, scrittoi… loro fruitori ed autori, saggi, opere storiche, romanzi, letteratura epistolare…, quanti e quanti esempi ci sono offerti sull’argomento. A volerne raccogliere anche solo una parte, fra le più rappresentative, tenendo conto delle mie modeste capacità e dei miei tempi umani e personali, so che non mi basterebbe un’altra vita.
Mano mano che mi si presentano o ripresentano cose del genere oppure, che mi tornano alla mente reminiscenze del passato, viste ora da una diversa angolatura, con occhi più maturi, mi impegno dal mio, ad evidenziarne le parti accoratamente più idonee ad esprimere il “sentimento della lettura” o, sempre seguendo il mio istinto, più esemplari, curiose e toccanti, comiche a volte oppure profonde. Vorrei, potendolo, estrapolare dall’insieme letterario in generale, seppur tanto poco ne conosco, le citazioni di frasi o paragrafi che vanno al punto del tema “leggere”; dando per certa, per quel che si può, la conoscenza – mia stessa come pure dei miei visitatori – approfondita o sommaria, almeno generica, della fama del testo in sé. E se no, fa lo stesso.
Mi piacerebbe dare forma e senso ad una piccola raccolta di brani sparsi, selezionati secondo una disposizione d’animo personale ed anche con una certa casualità . Mi asterrei anche, dal proporre il mio commento sui brani: un commento disgiunto dall’opera da cui si isola una frase, non renderebbe un buon servigio al testo, in quanto certe citazioni, lette ed evidenziate al di fuori del loro contesto, assumono una enfasi ed una valenza maggiore e singolare, anche diversa da ciò che le ha originate; fanno riflettere, sì, ma in maniera così soggettiva, che ognuno può trarne suoi spunti e sue conclusioni, sempre nuove e mai univoche, secondo il proprio retaggio personale.
Voglio dire in breve, che parlano da sé, ci parlano esse stesse. O almeno così mi pare.
Una esempio di quanto dico, che valga per tutte: come si potrebbe degnamente commentare oltre, le parole con cui Niccolò Machiavelli, al rientro nel suo studiolo, dopo una camminata all’aperto nella natura, descrive di cambiarsi d’abito opportunamente, solo per accingersi all’occupazione della lettura, lettura di libri ed opere di grandi letterati del passato, lontano e recente, degni di riconoscimento unanime e, con i quali intende, sprofondandosi nei loro scritti, colloquiare e porsi esso stesso in confidenza e vicinanza di cuori, e di nutrirsi delle loro parole, come di un vero pasto intellettuale, imbandito per lui, definito e descritto in maniera tale, da sembrare necessario alla sua propria sopravvivenza e, durando in questa totale immersione (transfert), per un tempo che lui stesso indica in quattro ore? Ovvero: sono frasi che si commentano da sole. O altrimenti, non ci servono.

 

 
“L’amore che avevo ai libri mi era stato istillato nell’animo dal caro e benedetto padre mio, il quale era poeta, e aveva fatto versi improvvisi, e ne scriveva che mi piacevano tanto…”

[Luigi Settembrini, “Le ricordanze di mia vita“]

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“Ogni volta che mi imbattevo in un libro o in un brano che mi piaceva e in cui venivano resi con proprietà un dato tema o un certo effetto, in uno stile e con una forza inconfondibili, mi mettevo subito ad imitare quell’autore. Sapevo di non riuscirci, eppure provavo e riprovavo finché, cominciavo ad avere una nozione del ritmo, dell’armonia, della costruzione e dell’interdipendenza delle parti.”

[Robert Louis Stevenson]

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“Bisogna poi sapere che questo gentiluomo, nei periodi di tempo in cui non aveva nulla da fare (cioè la maggior parte dell’anno), si dedicava alla lettura…”

“Insomma, si sprofondò tanto in quelle letture, che passava le notti dalla sera alla mattina, e i giorni dalla mattina alla sera, sempre a leggere; e così, a forza di dormir poco e di leggere molto, gli si prosciugò talmente il cervello, che perse la ragione.”

“Uno dei rimedi che il curato e il barbiere consigliarono pel momento contro la mania del loro amico fu quello di murar la stanza dei libri; forse togliendo la causa poteva cessar l’effetto.”

[Miguel De Cervantes Saavedra, “Don Chisciotte della Mancia“]

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“Partitomi del bosco, io me ne vo a una fonte, et di quivi in un mio uccellare. Ho un libro sotto, o Dante o Petrarca, o un di questi poeti minori, come Tibullo, Ovvidio et simili: leggo quelle loro amorose passioni et quelli loro amori, ricordandomi de’ mia, godomi un pezzo in questo pensiero. […] Venuta la sera, mi ritorno in casa et entro nel mio scrittoio; et in su l’uscio mi spoglio quella veste cotidiana, piena di fango et di loto, et mi metto panni reali et curiali; et rivestito condecentemente entro nelle antique corti degli antiqui huomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo, che solum è mio, et che io nacqui per lui; dove io non mi vergogno parlare con loro, et domandargli della ragione delle loro actioni; et quelli per loro umanità mi rispondono; et non sento per quattro hore di tempo alcuna noia, sdimentico ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottisce la morte: tucto mi transferisco in loro.”

[Niccolò Machiavelli, Lettera a Francersco Vettori del 10 dicembre 1513]

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“18 Ottobre
Michele mi ha recato il Plutarco, e te ne ringrazio. Mi disse che con altra occasione m’invierai qualche altro libro; per ora basta. Col divino Plutarco potrò consolarmi de’ delitti e delle sciagure dell’umanità volgendo gli occhi ai pochi illustri che quasi primati dell’umano genere sovrastano a tanti secoli e a tante genti…”

23 Ottobre
…Il parroco, il medico, e tutti gli oscuri mortali di questo cantuccio della terra mi conoscono […] e mi amano. Quantunque io viva fuggiasco, mi vengono tutti d’intorno […] Io seggo con essi a mezzodì sotto il platano della chiesa leggendo loro le vite di Licurgo e di Timoleone. Domenica mi s’erano affollati intorno tutti i contadini, che, quantunque non comprendessero affatto, stavano ascoltandomi a bocca aperta. […] Ama la immaginazione di spaziare fra i secoli e di possedere un altro universo. […] Così mi riesce di dimenticarmi ch’io vivo…”

[Ugo Foscolo,”Ultime lettere di Jacopo Ortis“]

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Quanto ho detto ho provato a fare, in questo breve post, senza sapere se valga la pena o no e soprattutto, come sempre, senza alcuna previsione dell’esito o ipotesi di proseguimento. Vedrò…

“Non leggete, come fanno i bambini, per divertirvi, o, come gli ambiziosi, per istruirvi. No, leggete per vivere.”

[Gustave Flaubert]

 


Essere e non essere

“Soffri indegno dolore e si smarrisce l’animo tuo prostrato nel delirio; come un medico inabile sorpreso dal male, t’abbandoni, e ti vien meno il rimedio che valga a risanarti.”

[Eschilo, “Prometeo“]

Era da tempo che pensavo di tornare a curiosare sui testi di canzoni di musica leggera. In particolare di guardare al tema della solitudine interiore, in ambienti geografici affollati e rumorosi, quali possono essere quelli della città, città abbastanza grande e abbastanza anonima da giustificare la sensazione di estrema solitudine e di vuoto individuale, intimo, che si ripercuote idealmente anche all’esterno, per la forza stessa del sentimento provato.
Le due canzoni che ho deciso di prendere in esame e mettere in comparazione, si esprimono in tali termini già nei loro titoli: “Solo” e “Città vuota“.
Il tema di base su cui si appoggiano i due testi è quello del rapporto sentimentale di coppia, anche se io ritengo, proprio a partire dai loro titoli, che il principale motivo portato in scena, sia quello tutto poetico, della sofferenza personale del narrante, che si racconta attraverso la rappresentazione di quadri espressivi, tratteggiati con poche studiate parole; canta la propria condizione interiore di disagio sentimentale, descrivendone la ragione ed anche i fatti più toccanti e l’inutilità di ogni ovvio rimedio, nel dover comunque andare avanti così. Le due canzoni si risolvono infine in epiloghi differenti.

Solo
di Claudio Baglioni

Lascia che sia
tutto così
e il vento volava sul tuo foulard
avevi già
preso con te
le mani, le sere, la tua allegria…
Non tagliare i tuoi capelli mai
mangia un po’ di più che sei tutt’ossa
e sul tavolo fra il thè e lo scontrino
ingoiavo pure questo addio…
Lascia che sia
tutto così
e il cielo sbiadiva dietro le gru
no, non cambiare mai
e abbi cura di te
della tua vita, del mondo che troverai…
Cerca di non metterti nei guai
e abbottonati il paltò per bene
e fra i clacson delle auto e le campane
ripetevo “non ce l’ho con te”
e non darti pena sai per me
mentre il fiato si faceva fumo
mi sembrava di crollare piano piano
e tu piano piano andavi via.
E chissà se prima o poi
se tu avrai compreso mai
se ti sei voltata indietro.
E chissà se prima o poi
se ogni tanto penserai
che son solo.
E se adesso suono le canzoni
quelle stesse che tu amavi tanto
lei si siede accanto a me sorride e pensa
che le abbia dedicate a lei.
E non sa di quando ti dicevo
“mangia un po’ di più che sei tutt’ossa”
non sa delle nostre fantasie, del primo giorno
e di come te ne andasti via…
E chissà se prima o poi
se tu avrai compreso mai
se ti sei voltata indietro.
E chissà se prima o poi
se ogni tanto penserai
che io solo… resto qui
e canterò solo, camminerò solo, da solo continuerò.

In questa prima canzone il narratore, dopo aver reso con le sue descrizioni, il sentimento di profondo affetto che lo lega alla donna, così perduta per sempre, comunica infine il dubbio, che sta accompagnando la sua vita e, di fronte alla amara constatazione della impossibilità per lui di ottenere risposta alla domanda che martella i suoi pensieri, conclude quasi tragicamente, con un quadro dall’immagine statica: la sua vita è quasi ferma, pur nel suo andare avanti, ed in totale solitudine; è un “buongiorno tristezza”, senza speranza all’orizzonte, quell’orizzonte “dietro le gru”, in cui un certo giorno, ha visto fermarsi il suo tempo migliore.

Città vuota
testo di G. Cassia

Le strade piene, la folla intorno a me
mi parla e ride e nulla sa di te
io vedo intorno a me chi passa e va
ma so che la città
vuota mi sembrerà se non ci sei tu
c’è chi ogni sera mi vuole accanto a sé
ma non m’importa se i suoi baci mi darà
io penso sempre a te, soltanto a te
e so che la città vuota mi sembrerà se non torni tu
come puoi tu vivere ancor solo senza me
non senti tu che non finì il nostro amor
le strade vuote deserte sempre più
leggo il tuo nome ovunque intorno a me
torna da me amore e non sarò più vuota la città
ed io vivrò con te tutti i miei giorni
tutti i miei giorni, tutti i miei giorni.

In questa seconda canzone, la narratrice, donna, speranza… pur non concedendo apparentemente alcuna certezza di lieto fine, pronuncia in chiusura, il suo invito accorato al suo amante, instillando viva speranza, la stessa che lei vuole provare, non cedendo alla rassegnazione ed al presente e futuro destino di tristezza, suo e della città intera, che sembra quasi essere essa stessa uno dei soggetti principali della canzone: la città partecipa alla pena del narratore e si trasforma.
Il quadro idilliaco ed invitante, prospettato dalla frase di chiusura, in forma ripetitiva, da eco, a dar maggior forza alle parole, a far sì che senta la persona a cui sono rivolte, è tutto un concentrato di desiderio non trattenuto ed a cui, sarà difficile dire di no.donnina marinaretta


Ordine e disciplina

Quanto a coloro per i quali crearsi dei problemi, cominciare e ricominciare, cercare, sbagliare, riprendere tutto da cima a fondo, e trovare ancora il modo di esitare ad ogni passo, coloro, insomma, per i quali lavorare in modo problematico ed in continuo travaglio intellettuale, equivale ad una posizione dimissionaria, be’, non siamo, chiaramente, dello stesso pianeta.”
[Michel Foucault]

Bel programma di vita, è quello che si prospetta per chi nasce di indole sentimentale interiormente, sensuale nei tratti e nei modi esteriori, ma in un ambiente familiare ligio a regole e gerarchie, già fissate fin dall’antico, da ognuno rispettate, in un ordine mai capovolto, mai messo in discussione… seppure, seppure, non proprio sempre condivise appieno, un po’ anche dagli stessi educatori.
Una sfida, è stata fin qui la mia vita. Ovvero l’impresa di cercare, trovare un equilibrio indispensabile, un’isola che non c’è, un punto d’approdo, dal perpetuo e sofferto balenare e, magari, quando più mi volevo credere serena, tranquilla di essere giunta a realizzare la mia vita vera, venivo invece a constatare che così non era ancora. E forse non è.
Oggi che tutto è cambiato, dai tempi della mia prima giovinezza, che ho perduto la mia famiglia e gli insegnanti più cari e che, dall’alto della mia età matura e delle conquiste che questa comporta, assaporo il gusto di non concedere, se lo voglio, nessun conto alle opinioni altrui su di me, oggi io, sento però costantemente in me, tutto il gravame del contrasto, costruttivo e necessario, fra l’importanza da dare alle onnipresenti regole umane, passate a me da testimone, e l’eguale importanza del non rinunciare per nulla al mondo, alla libertà di esprimere la mia natura per quello che è, anzi, di più, sento il dovere stesso di realizzare le due cose, a garantire una dignità della persona che non sia dimezzata, tarpata.
La sfida non è finita. Confesso che questa condizione genera in me una sensazione piacevole e voluttuosa, la convivenza di due donne contrastanti ed entrambe presenti nel mio carattere.
Ho sempre ricercato i contrasti, ne resto ammirata, in campo estetico e sentimentale; gli arditi abbinamenti, che calamitano l’attenzione e gli sguardi per via della loro “estraneità” di gusto; generano turbamento nei più semplici, turbine nei soggetti più reattivi.
Non è affatto un caso, che la mia favola preferita da bambina era (ed è) quella de “La Bella e la Bestia”. Crescendo, negli anni, sono tornata più volte sulla storia narrata nella fiaba ed ho esaminato nella mia mente, gli aspetti sempre attuali che questa, come tutte le fiabe, presenta; ho fantasticato sulle possibili interpretazioni e variazioni sul tema, in cui il contrasto ha una gran parte; presto attenzione alle varie trasposizioni cinematografiche del racconto, quando posso, con apprezzamento e curiosità verso la regia che c’è dietro ognuna.

Tutto il nostro ragionamento si riduce a cedere al sentimento
[Blaise Pascal, Pensieri]

Insomma, sono affascinata dalla bellezza soggettiva e reale della bestia, dalla sua umanità, nonostante la sua forzata prigionia fisica, che non considero come una condanna o punizione e che non cambierei, dal mio punto di vista, con nessun corpo da uomo comune, “conforme”. Confido di subire il fascino dell’uomo brutto, è da sempre il mio miglior fianco scoperto e spesse volte, pericolosamente mi abbandono…

Bisogna conoscere se stessi: quand’anche ciò non servisse a trovare il vero, serve almeno a regolare la propria vita, e non v’è niente di più giusto.”
[Blaise Pascal, Pensieri]

Oggi, che so meglio chi sono e come sono non soffro più le regole della vita. Le regole le accetto, le cerco, le pratico, le esigo e da me per prima. Ed è in virtù di certe regole, non permetto che si mortifichi e si neghi, quel tratto umano e sensuale che ci è stato giustamente donato e che mirabilmente ci completa; non sono tollerante verso le forzature che rendono la persona inutile e triste; queste sono le regole. Io non voglio tagliare i capelli di Sansone.

Due cose istruiscono l’uomo su tutta la sua natura: l’istinto e l’eperienza.”
[Blaise Pascal, Pensieri]

A ben ripensarci, queste mie affermazioni e prese di posizione, sono in fondo anch’esse il frutto di una educazione attenta al rispetto delle giuste regole, il risultato di una disciplina, che contempla una serie di doveri necessari alla vita stessa, tanto che, uno dopo l’altro, consecutivamente, come anelli di una catena, conducono l’individuo ad un dovere finale, traguardo e scopo dell’educazione stessa: e cioè, conferire la potestà su di sé, il potere di realizzare la propria vita, in completezza. Non è cosa di poco conto e non è facile. Ma si tratta in fondo di un istinto naturale e perciò di un punto di forza, dal quale partire o ripartire, in qualsiasi momento.figurino tuttomaglia