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Movie 2

“… certuni […] non rispettando i limiti della loro ignoranza, son soliti condannare con maggior rigore e minor giustizia i lavori degli altri.”

[Miguel De Cervantes Saavedra]

Seconda puntata, a partire da “Movie 1”

Voglio parlare della genialità del regista e sceneggiatore Billy Wilder.
Unicità nel panorama cinematografico della sua epoca, ed oltre, al di là dei periodi storici attraversati durante la sua carriera, delle scuole di pensiero, di indirizzi politici, influenze ed interferenze di carattere ideologico, ecc… tutte cose poi scadute, superate, passate, prima di lui.
Lo adoro per la originalità delle sue trovate, per la sua sapienza allusiva, la narrazione saggia, ma non noiosa, di episodi e fatti inerenti a questioni di rapporti sentimentali, senza escludere i riferimenti al sesso vero e proprio, citazioni esplicite, dichiarate, evocate in modo chiaro, facenti parte dei suoi films, con garbo, ma pure senza false reticenze.
Egli disegnò situazioni osé, addirittura alquanto equivoche, le stesse che, in tutt’altre mani, sarebbero apparse scabrose e persino riprovevoli, per i loro tempi. Esse vennero abilmente rappresentate servendosi di personaggi appositamente creati, studiati per suscitare simpatia e complicità e, trattate con ironia delicata, inducendo lo spettatore a parteggiare compassionevolmente proprio per la parte più irrituale e trasgressiva, non tenendo in nessun conto il fatto, per nulla occultato, che si trattava nei fatti di storie “spinte”.
Durante tutto lo svolgimento del film, si tende (ancora oggi) ad assaporare un finale allegro, ma del quale si ignora (giustamente) l’immancabile battuta a sorpresa.
Tutto ciò mentre altrove, nell’industria del cinema, ci si preoccupava di produrre pellicole morigerate e sulla difensiva, riguardo tanto al fine che al mezzo, riuscendo a far interpretare (e con successo!) parti quasi fraterne a coppie sacramentamente sposate sul set, collocandone le scene private in camere a letti gemelli… Impensabile quindi, l’uscita di una qualche trama esplicita su tresche dichiaratamente “non certificate”, più realistiche e credibili, seppur indorate dal sentimento, che Billy Wilder non faceva mai mancare.

Non conosco certo tutta la produzione della sua lunga carriera, che, per la cronaca, è reperibile senza fatica nella rete, ma mi compiaccio di essere capace di afferrarne, in pochi fotogrammi, la cifra stilistica, inconfondibile: se si vede un suo film, non c’è bisogno di leggerne il nome del regista per capire di chi è; come accade ad esempio anche per il regista Blake Edwards: in cui lo spiritello, come nulla spunta fuori e si insinua in uno o più dei personaggi, si tratta di figure inserite anche nel più serioso dei suoi films, vittime della sua vena ironica, quando non può trattarsi del personaggio principale o del suo deuteragonista; è comunque sempre funzionale, idoneo allo scopo, in maniera caratteristica ed unica, è l’autografo-autoritratto del regista-artista, di lui e di nessun altro, frutto della sua penna…

Tornando a Billy Wilder, i più esperti suoi conoscitori (più di me di certo) sanno che egli si è occupato con ottimi risultati anche di cinema noir, drammatico, di cui devo citare almeno due emblematici films, a mio avviso, per i quali faccio tanto di cappello e, con me voglio sperare tutti i cinefili: si tratta di “Viale del tramonto” (1950), che ha dato la possibilità anche ad una della mia generazione, del ’63, di conoscere la bravura ed il coraggio di una vera diva, come Gloria Swanson, la quale ho poi apprezzato in altre successive pellicole, in parti di complemento, cammei quasi regali e fondamentali al contesto, a coronamento di trame di films detti “da cineteca” e, a coronamento della sua lunga carriera di attrice completa; l’altro è “Stalag 17” (1953), quello che per antonomasia io definisco attraverso le parole “gli attori giusti al posto giusto” (sembra cosa scontata, ma non lo è affatto, e gli esempi contrari sono la buona parte del decadente cinema moderno).

Trattando di svariati generi, memorabile è anche il riconoscimento pubblico, da lui ricevuto da parte della stessa Agatha Christie, per il film “Testimone d’accusa” (1957), tratto da un suo racconto e da lei considerato il miglior film mai tratto da una sua opera.

Equivoci, travestimenti, pasticci, sono spesso le basi sulle quali intessere i copioni delle sue avvincenti commedie, ricavandone effetti ogni volta sorprendenti, trattando di temi fra i più diversi. Trame e sceneggiature di tutt’altro indirizzo, grazie al suo genio, si trasferiscono magicamente nel genere commedia; come è il caso del più tardivo ed originale film “Vita privata di Sherlock Holmes” (1970).
Non sottovaluto mai il ruolo giocato dalla SIMPATIA, che si instaura fra la pellicola ed il suo pubblico, sempre.
Eccone esempi di cui ho più reminiscenza, fra i più simpatici, lampanti: da “Ninotchka” (1939) a “Sabrina” (1954) a “Quando la moglie è in vacanza” (1955), che solo di recente è passato in TV senza ridicoli tagli di censura; l’indimenticabile “A qualcuno piace caldo” (1959), che io considero il genere di commedia che diverte facendo sognare. Ne “L’appartamento” (1960) ed in “Irma la dolce” ( 1963) si ripropone una coppia cinematografica, ma stavolta non la solita coppia uomo-uomo – come accade in “Non per soldi ma per denaro” (1966) ed in “Prima pagina” (1974) – bensì quella uomo-donna. Sarebbe già trasgressivo così, senza dover aggiungere altro.

Io li amo tutti i suoi films, ma i miei due preferiti, quelli che più degli altri conserverei e rivedrei, oltre l’idolatrato noir di “Viale del tramonto”, che fra le commedie prediligo, sono “Arianna” (1957) e “Baciami stupido” (1964). E questi non perché abbiano secondo me maggiori meriti cinematografici degli altri dello stesso autore, bensì, oltre che a motivo della mia simpatia personale, perché si tratta a ben vedere di storie senza tempo ovvero, di ogni epoca, dalla loro realizzazione in poi.

Chiudo citando il magistrale inno all’amore clandestino senile ed extraconiugale, che attraversa tutta la trama di “Che cosa è successo tra mio padre e tua madre?” (1972): mirabolanti sviluppi di tresche termali in ambientazione italiana, per amanti e tradimenti anglosassoni, con condimento misto di passioni ed “inguacchi” internazionali, in una parola: umanità.

Trattando in modo dilettantistico e divagante di un personaggio enciclopedico come Billy Wilder, è fisiologico (ed anche intenzionale) tralasciare molto di lui e della sua opera, nonché commettere inesattezze, delle quali eventuali mi dolgo e mi scuso ; d’altronde non ho l’ambizione di fare di più. Ho solo detto la mia.

“Un uomo si valuterebbe più congruamente da ciò che sogna rispetto che da ciò che pensa.”

[Victor Hugo]

maglieria fiore

 

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Sensuale

“… la Principessa seduta accanto a lui tese la mano infantile e carezzò la potente zampaccia che riposava sulla tovaglia.”

[Tomasi Di Lampedusa, “Il Gattopardo“]

Sempre torno sull’argomento degli abbinamenti a contrasto, che tanta parte hanno nella mia vita di ogni giorno, come nel mio confidarmi.
Situazioni stridenti e dolci, nella loro ingenua naturalezza, belle ed impossibili. Il loro manifestarsi ha una grande attrattiva su di me; come luce di falena, ne resto affascinata e le cerco, le compongo, le suscito, le chiedo, supplico… E’ mia debolezza, lo so, lo confesso, ben mi rappresenta, ma da essa dipende molta della mia vera forza; sono le straordinarie complicazioni del vivere, necessarie quanto e più di una medicina.
Come è la voluttà stessa, che per verecondia quasi stento qui a confidare, con cui anelo persino a quel tanto di dolore fisico su di me, che ha la sua parte, sopra il materasso, su di un divano o poltrona, scrivania, sedia, tappeto, sedile… (basta, basta, basta), nell’atto di giungere al massimo grado di contatto, interno… Un dolore gentile, che io conosco bene e che mi aspetto ogni volta, ma che, ogni volta, puntuale mi sorprende.
Eppure io lo desidero, lo chiamo a me, per mia colpa, mia grandissima colpa: mi regala, unito ad altre sensazioni, un appagante senso di completezza, in quel piacere mio proprio, segreto ed unico, non condivisibile, dello stupefacente contrasto che si instaura, tra la (involontaria?) “cattiveria” di lui e, la infinita “bontà” mia.

“Le mentitrici o le maniache ci fanno piuttosto pietà; ma l’umiliazione delle altre, delle sincere, è contagiosa. Soltanto in quel momento ho compreso il segreto dominio di questo sesso sulla storia, la sua specie di fatalità. […] Non sapevo nulla di quell’impeto silenzioso che sembra irresistibile, di quel grande slancio di tutto l’essere verso il male, verso la preda […] ciò era quasi bello…”

[Georges Bernanos, “Diario di un curato di campagna“]dafne001


Così appare

“Eppure era contenta di unirsi a quel vanesio di avventuriero dagli abiti scoloriti. Cose di tutti i giorni pensava, in un sesso che la filosofia gli aveva insegnato a considerare come la parte più pazza di un mondo di pazzi.”

[Rafael Sabatini, “Scaramouche“]

E’ con sempre crescente forza, che avvertiamo un enorme bisogno di certezze, di sicurezza.
Viviamo un periodo storico balordo, in fondo come tanti altri ce ne sono stati, periodo di precarietà interiore, di vuoti, pericolosi vuoti, evo dall’asse mediano fluttuante, per l’assoluta assenza di punti fermi a cui ancorarsi, ago di bussola impazzito, in territori senza poli, entro i quali si impongono scelte faticose e troppo grandi, superiori alla stessa natura umana. Le stesse scelte, che un tempo ci venivano consegnate indiscutibilmente già operate e così quindi risolte, sollevandoci dai dubbi giganteschi che oggi queste ci comportano. Dubbi nuovi, che ci sovrastano e spaventano, con tutto il loro peso e la loro complessità ed al cui impegno risolutivo non siamo preparati, non avendone ancora acquisito un sufficiente retaggio.

Mi domando se valga oggi la pena di capire, cosa in maniera specifica caratterizzi e qualifichi una donna, in senso esteriore, per quella che è; e soprattutto se abbia un senso dare un peso ed una evidenza certa a questa distinzione; o se invece io non stia mettendo l’accento su di una questione superata, sorpassata, per via di un raggiunto traguardo, un qualche traguardo…
Le pubbliche vie e gli ambienti cittadini, di svago e di lavoro, sono sempre più pieni di presenze femminili conciate in modo da non suscitare nessun colpo d’occhio; vestite in modo che non esito a definire incolore, inodore, insapore, pur nelle loro tonalità e sfumature, per lo più di colore scuro, facili da portare e da “mantenere”. La stessa tonalità nera, tanto usata ed abusata ovunque e comunque, non dice più nulla di sé, non rappresenta più quel dato colore, ben determinato e determinante l’uso e la foggia dell’abito, come invece ancora accade per l’abbigliamento maschile, diligente e dignitoso. Vestire da donna con “cose nere” sembra un vestire di un “non colore”, quasi per una “non vita”.
E cosa dire poi, nelle scelte di abbigliamento di tante donne, delle ormai sempre più rare fantasie stampate e della loro progressiva scomparsa dai guardaroba muliebri? Ridicolizzata ogni decorazione o accenno di frivolezza, quasi fossero bandiere di generica inferiorità, i rari motivi stampati sono retrocessi al più allo stadio di righe o quadri, poche geometrie… e neppure queste, lontanamente avvicinabili allo stile vero e proprio delle righe di gusto esclusivamente femminile, rappresentate fra le prime stampe su stoffa, passo avanti nella storia dell’abbigliamento e della moda, da quelli che erano i canoni precedenti.
Fiori, decori, colori… decenni, secoli di conquiste e di progressi, sono gli stessi che ora moltissime donne rifiutano, evitando di scegliere di indossarli. La nuova norma di moda e di stile sembrerebbe l’occultamento della femminilità più autentica, in favore di una donnaggine autosufficiente e della indefinitezza, per la stessa negazione della propria peculiarità. Una negligenza ed una vaghezza esistenziale, che fungono da comodo paravento, per mettersi al riparo dalla propria natura. Ma poi perché?
Tutte le scelte concorrono a completare questo quadro, il cattivo gusto ha preso piede e potere e si è fatto regola, su vari fronti; le evidenze parlano più delle parole: dal taglio dei capelli, spesso anonimo, facile, alle acconciature finali, non impegnative, al make up, pietoso e penalizzante (peggio che farne a meno), per non dire di quanto certe montature di occhiali, presunte di moda, abbruttiscano visi e sguardi, che andrebbero invece esaltati e valorizzati e, quale passo appesantito produca l’indossare come calzature, cosiddette di tendenza, un paio di vere gondole; tutto l’abbigliamento è caratterizzato in generale dall’EVITARE e non dal CONCEDERE.
Con una tale partenza non è pensabile che si ottenga un buon effetto, ci si può solo illudere; illusioni e delusioni, nella implicita pretesa di piacere, per gradevole aspetto… con ai piedi gli scarponi.

“Esistono, sì, anche delle fanciulle colte, ma sono pochissime. L’altro gruppo, assai numeroso, è quello delle ignoranti, che vogliono passare per istruite.”

[Ovidio, “L’arte di amaredonnina con cerchi“]