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Cento anni

     L’A.N.M.I.G., Associazione Nazionale fra Mutilati e Invalidi di Guerra, compie cento anni. Dal lontano 29 aprile 1917 ad oggi. La nostra Sezione provinciale, nella città di Ascoli Piceno, prima fra tutte le altre della regione Marche, è nata poco dopo, il 1 agosto del 1917. Di recente, noi soci eredi, figli di invalidi di guerra, abbiamo ricordato il suo centenario, durante una giornata di festa ed anche di commozione, con letture, proiezione di video e fotografie di presone e documenti, canti della tradizione e presentazione di nuove iniziative culturali, momenti religiosi in omaggio agli scomparsi, ecc…

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     Io, bene o male che sia, avevo il compito di curare una pubblicazione, che nell’occasione ho presentato personalmente, con le seguenti parole:

Come socia di questo sodalizio, e per celebrarne nella nostra provincia il centenario dalla fondazione, nazionale e, particolarmente della Sezione di Ascoli Piceno, fra i miei compiti vi è stato anche quello di cercare di comporre una pubblicazione a tal scopo dedicata, ovvero quella che è poi stata data alle stampe, e che oggi qui con modestia, proponiamo all’attenzione di tutti, dal titolo, significativo e insieme simbolico, di: “Famiglia di Gente che ha dato”. Perché?

     Innanzi tutto perché so, per averlo letto scritto dalle loro mani, che è così che si autodefinivano in passato, i suoi storici rappresentanti, essi stessi, insieme a tutti i soci d’Italia. Gente comune, per l’appunto, che al Paese ha dato tutto. Proprio come in una famiglia, ha dato lo stesso che chiunque darebbe per i propri figli, cioè l’integrità fisica. Ed è anche per questo che, nella nostra pubblicazione, si è preferito per lo più dare la parola a questa Gente passata, ma sempre a noi presente, come si potrà meglio leggere e constatare all’interno delle sue pagine.

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     Anziché imitare, senza però mai raggiungerne la valenza, le cronache di propaganda storica dell’antichità, ed andare pomposamente alla ricerca di grandi gesta, di figure e nomi famosi, che chiunque di noi sa ci sono stati, e che in molti sono oggi ricordati nei nomi delle vie e delle piazze dei nostri quartieri cittadini, ho scelto di proposito di svolgere la maggior parte delle mie ricerche ed approfondimenti, fra la carta dei documenti presenti nel nostro archivio di sezione: libri di verbali di riunioni e di assemblee, lettere e corrispondenza in generale, fogli sparsi, dattiloscritti o vergati ad inchiostro, volantini ciclostilati, antiche pubblicazioni e vecchi ritagli di carta stampata… eccetera eccetera, convinta che “ogni ricordo è presenza”. E “Presenza” è per l’appunto il nome della rivista della nostra associazione. Nome non casuale, quasi una parola d’ordine, buono sarebbe, se per tutti noi rappresentasse un dovere sentito…

     Quindi, senza nessuna certezza del risultato e senza contare il tempo da impiegare, mossa più dai sentimenti e dalla curiosità, nell’aprire le porte degli armadi polverosi in cui è custodito l’archivio della nostra storica sezione, ho vissuto l’avventura di entrare nel passato con lo sguardo del presente. Tale è stata la mia sensazione, quando, sfogliando le pagine, leggevo le parole dei nonni e dei padri, vera occasione di arricchimento personale. Mi si spalancava tutto un mondo, fatto di grande umanità, una umanità oggi negata, e spesso anche nelle sedi che dovrebbero rappresentarla e difenderla, scomparsa, insieme ai suoi protagonisti. Un autentico tesoro riscoperto, che sarebbe bello poter riportare in vita.

     Dico sarebbe in quanto questo è un lavoro grande, che richiede tempo ed impegno (che io personalmente non nego), ma anche e soprattutto, la necessaria disponibilità di mezzi. Ovvero proprio ciò che ad un certo punto è venuto a mancare, a causa dei noti e recenti terremoti, che hanno reso inagibile la nostra sede, insieme anche ad altre sedi pubbliche cittadine in cui sono conservati documenti storici utili allo scopo: in conseguenza di ciò, ci siamo di colpo ritrovati nell’impossibilità di agire materialmente per la carenza di materiale su cui lavorare ed inoltre, la perdita di entrate economiche utili, ha completato il danno sismico e ci ha di fatto impedito di fare di più e meglio. Di ciò chiedo scusa, il “poco” fin qui realizzato, lo considero un avvio, di un futuro lavoro, o almeno lo auspico, così come mi auguro che regali ai lettori la stessa emozione e lo stesso senso di appartenenza, che ha suscitato in me.

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     Concludo leggendo un piccolo brano, dedicato al valore della Famiglia, termine oggi quanto mai abusato, travisato, disprezzato, oltraggiato e qui per noi innalzato al più nobile dei concetti. Non sono certo parole mie, quelle che mi accingo quasi a declamare, bensì di un Italiano del nostro passato glorioso, Giuseppe Mazzini:

La famiglia ha in sé un elemento di bene raro a trovarsi altrove, la durata.

Gli affetti vi si estendono intorno lenti, inavvertiti,

ma tenaci e durevoli siccome l’edera intorno alla pianta;

si seguono di ora in ora; s’immedesimano taciti colla vostra vita.

Voi spesso non li discernete, poiché fanno parte di voi;

ma quando li perdete, sentite come se un non so che d’intimo,

di necessario al vivere vi mancasse.”

     Chiudo con un abbraccio affettuoso verso tutti i soci invalidi, viventi e scomparsi, come pure verso le loro consorti, alle quali va reso il dovuto merito, oltre a tutto il resto, di aver scelto di condividere per la vita le invalidità dei propri mariti, e fra di essi i miei genitori.” Continua a leggere

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scritti a penna… da qualche parte.
Sono storia.

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“Idolo a me stesso sono diventato, ferendo la mia anima con le passioni. Accoglimi pentito e alla tua luce attirami. Non mi divori il nemico: pietà di me mio Salvatore.”

[ Andrea di Creta]

 
– “Quando sei al cospetto di uno squalo cosa è meglio fare? Agitarsi oppure reggere il gioco e mostrare il mio miglior sangue freddo?” –

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“Anche se tu vedessi un altro cadere manifestamente in peccato, o commettere alcunché di grave, pur tuttavia non dovresti crederti migliore di lui; infatti non sai per quanto tempo tu possa persistere nel bene. Tutti siamo fragili; ma tu non devi ritenere nessuno più fragile di te.”

[ Imitazione di Cristo]

 
– “Scivoli sempre sulle bucce di banana, per poi tornare sui tuoi passi a chiedere scusa. Ma chi te lo fa fare?” –

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“Le nostre imperfezioni, figliuol mio, ci devono accompagnare sino al sepolcro: noi non possiamo camminare senza toccare la terra, vero è però che non bisogna coricarvisi, né rivolgervisi, ma non bisogna anche pensare di volare perché noi siamo nelle vie dello spirito come piccoli pulcini, che non abbiamo ancora messe le ali.”

[Pio da Pietralcina]

 
– “Comunque le mie non sono vere e proprie lamentele, ma come al solito semplici provocazioni… e tu, puntualmente ci cadi dentro.” –

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“Curioso fatto, che il vivere arrabbiato piaccia tanto! Vi si pone una specie di eroismo.”

[Silvio Pellico, “Le mie prigioni“]

 
– “Tu sei in guerra contro tutti, fai la guerra sempre, fai la guerra anche quando fai l’amore. Con te sono giunta alla conclusione che in realtà le donne non ti piacciono.” –

– “Perché mi stai avvelenando a piccole dosi.” –

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“Una volta deciso che la cosa può e deve essere fatta, bisogna solo trovare il modo.”

[Abraham Lincoln]

 
– “Prendimi sul serio: per quel che mi riguarda è tutto finito. Noi non ci vedremo mai più. Buona fortuna.” –

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“La vita è abbastanza lunga se impiegata al bene. Ma quando si consuma tra la lussuria e nessuna buona causa, alla fine ci accorgiamo di averla dissipata.”

[Seneca, “De brevitate vitae“]


Sensuale

“… la Principessa seduta accanto a lui tese la mano infantile e carezzò la potente zampaccia che riposava sulla tovaglia.”

[Tomasi Di Lampedusa, “Il Gattopardo“]

Sempre torno sull’argomento degli abbinamenti a contrasto, che tanta parte hanno nella mia vita di ogni giorno, come nel mio confidarmi.
Situazioni stridenti e dolci, nella loro ingenua naturalezza, belle ed impossibili. Il loro manifestarsi ha una grande attrattiva su di me; come luce di falena, ne resto affascinata e le cerco, le compongo, le suscito, le chiedo, supplico… E’ mia debolezza, lo so, lo confesso, ben mi rappresenta, ma da essa dipende molta della mia vera forza; sono le straordinarie complicazioni del vivere, necessarie quanto e più di una medicina.
Come è la voluttà stessa, che per verecondia quasi stento qui a confidare, con cui anelo persino a quel tanto di dolore fisico su di me, che ha la sua parte, sopra il materasso, su di un divano o poltrona, scrivania, sedia, tappeto, sedile… (basta, basta, basta), nell’atto di giungere al massimo grado di contatto, interno… Un dolore gentile, che io conosco bene e che mi aspetto ogni volta, ma che, ogni volta, puntuale mi sorprende.
Eppure io lo desidero, lo chiamo a me, per mia colpa, mia grandissima colpa: mi regala, unito ad altre sensazioni, un appagante senso di completezza, in quel piacere mio proprio, segreto ed unico, non condivisibile, dello stupefacente contrasto che si instaura, tra la (involontaria?) “cattiveria” di lui e, la infinita “bontà” mia.

“Le mentitrici o le maniache ci fanno piuttosto pietà; ma l’umiliazione delle altre, delle sincere, è contagiosa. Soltanto in quel momento ho compreso il segreto dominio di questo sesso sulla storia, la sua specie di fatalità. […] Non sapevo nulla di quell’impeto silenzioso che sembra irresistibile, di quel grande slancio di tutto l’essere verso il male, verso la preda […] ciò era quasi bello…”

[Georges Bernanos, “Diario di un curato di campagna“]dafne001


Interludio

“… semplicemente sostengo che è per il bello che tutte le cose belle sono belle.”

[Platone, “Fedone“]

Un’immensità di cose, sono quelle che io ignoro, di questo mondo. Sono cose che non so ancora, che mai saprò.
E’ una riflessione mia di ogni giorno, almeno ogni giorno ed ogni qualvolta, mi sorprende la scoperta di bellezze nuove e, maggiormente se, avviene fra quelle tali, che fanno parte dei miei interessi particolari.
Nel mio, tuttora immenso, ignorare, non ero ancora arrivata a sapere, che S. Ambrogio avesse composto sublimi preghiere in versi, vere poesie, con trasporto e bravura, ma anche con senso di intimità colloquiale, vere preghiere, dettate dalla mente e dal cuore di una grande figura di uomo della storia. Leggendone solo alcuni brani (che soli basterebbero, a parer mio, a riempire gran vuoto), ne sono rimasta toccata, anzi, più appropriato sarebbe dire “accarezzata”, per esprimere al meglio la sensazione beata, che infonde il leggerli:

Dio creatore di tutto
reggitore del cielo,
che il dì di luce, e grato
sopor la notte adorni,

sicché le membra sciolte
il sonno rende preste,
ricrei le menti stanche,
disperda ansie e dolori.

[Ambrogio]

Il queste due strofe, di quartine di versi settenari, i termini gentilissimi, nei quali si esprime l’autore, appassionato di Dio, quasi producono, un effetto di canto soave. E’ come se, con il solo uso delle parole, avesse evocato, concretizzato, un abbraccio al divino. Sono parole piene, ricche, come ad esempio: “tutto”, “luce”, “cielo”, ma anche consolanti, rigeneranti, come ad esempio: “grato”, “sopor”, “adorni”, “sonno”, “ricrei”, o piccole frasi, che rincuorano, come quella che infine recita: “disperda ansie e dolori”; tutto è magistralmente apposto nel punto esatto, con sapienza di letterato e fede religiosa fermissima, da “ispirato” umanista ante litteram, nel senso più cristiano del termine.
Necessario interludio, questi versi mi fanno tornare alla mente – rafforzandone in me la condivisione – le seguenti parole, di una figura di uomo di inizio ‘800, personaggio della letteratura ed altro:

… l’arte nella più alta espressione si confonde con la preghiera…”

[Federico Ozanam]donnina e pioggia