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Terraferma

“…dicevano che il dio manifestava di voler punire la trasgressione e la profanazione avvenuta con una grande calamità collettiva.”

[ Plutarco, “Vita di Numa“]

 
Dopo tanto lungo silenzio, avrei voluto ritornare alla ribalta del mio modesto blog con temi e toni leggeri e spensierati. Invece, l’animo mio vive e sente tutt’altri sentimenti:

oh Signore, se tu hai deciso che dalle mie parti è giunta l’ora di farci finire tutti annientati, ti prego di farlo il prima possibile, per non dovere attendere più noi nel terrore di giorno e di notte. Ma se puoi, per pietà non farlo succedere, allontana da noi questo calice e salvaci. Non mi sento pronta, ho paura. Anche se questa ormai è veramente “valle di lacrime”, noi vogliamo ancora restare qui, vivi, a piangere e penare. amen

 
“Mentre la gente era in preda allo sconforto, uno scudo di bronzo […] piombò giù dal cielo…]

[idem]

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Da un po’ di tempo, dopo le ultime e terrifiche scosse di terremoto e fenomeni climatici vari (nevoni, crolli, frane…), ripenso spesso e rifletto sulle cose del passato, mio e dei miei cari. Sono le storie della mia infanzia e della vita trascorsa, quella mia e quella dei miei affetti scomparsi ed anche degli avi sconosciuti, noti a me solo dai racconti e da qualche rara foto o documento o dai ricordi materiali, oggetti vecchi, tramandati di generazione in generazione…

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Questo libretto è appartenuto alla mia nonna materna; contiene consigli di economia domestica e poche ricette culinarie, tutto all’insegna del riciclo di avanzi e scarti e del massimo risparmio possibile o “a spreco zero”. Le pietanze sono raccolte nella rubrichetta dal titolo “Ricettario autarchico”.
In un’epoca in cui nulla andava perduto, con il risparmio nella gestione della casa si riusciva a recuperare uno stipendio in più.

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Il tutto è stampato su carta “povera” (quasi una cartapaglia), in due soli colori (nero ed un po’ di rosso) dalla S. A. Poligrafici Il Resto del Carlino, nell’anno 1941.
A guardarlo ora, nel suo aspetto segnato di decadente residuato, gravemente ingiallito, macchiato e bruciacchiato nei bordi, dimostra più dei suoi anni.

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Molti dei consigli d’uso e di recupero che vi si leggono, oggi sarebbero improponibili, alcuni del tutto irrealizzabili, in qualche caso persino incomprensibili; nelle nostre case comuni mancano sia i focolari che certi materiali, frequenti ed economici all’epoca del libretto, sono divenuti introvabili oppure addirittura costosi, quasi dei lussi.

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I consigli di conservazione degli alimenti non tengono conto dell’esistenza dei frigoriferi; ricordo ancora la mia nonna, che pure ai suoi tempi aveva avuto il “privilegio” di possedere ante guerra una ghiacciaia, confezionare spesso dei sacchetti vari di stoffa, cucendo ritagli di abiti da buttare e parti di biancheria troppo usurata, come contenitori per lo più per alimenti (orzo, farina, pasta, ecc…).
I consigli per il lavaggio e la stiratura degli indumenti e dei materiali tessili non tengono conto dell’esistenza della lavatrice, né del ferro da stiro a vapore. Insomma, a leggerli e confrontarli con le abitudini odierne di gestione ed amministrazione della casa, ne emerge senz’altro almeno un fatto e cioè, che oggi si vive praticamente di sprechi e negli sprechi; ma anche si capisce che, quel genere di economia proposta tanti anni fa, noi ora non saremmo più in grado di praticarla… suppongo.

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Nonostante ciò, si può prendere ancora qualcosa di utile e di buono da questo libriccino, oltre al principio stesso di base, che è quello della lotta agli sprechi domestici ed, ancor più, degli alimenti.
Piccole interessanti scoperte ed anche qualche gustosa curiosità da assaggiare, per provare il piacere di un sapore “nuovo anzi antico”.

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Sono tempi tristi questi. Per quanto possiamo fare nel mostrare ottimismo, buonumore, voglia di andare avanti, più spesso nell’intimo un grande avvilimento ci avvolge come una coperta gelata, è il crollo delle speranze, è il buio fitto in cui brancoliamo in tanti e tanti, chi più e chi meno; e sempre ci diciamo l’un l’altro – Speriamo bene! -.
A volte, quando sono seduta guardo avanti e, nella stanza vuota, vedo di fronte a me i miei genitori, che mi guardano, due vecchini con lo sguardo amorevole che conosco e che mai dimentico, dediti a me prima di se stessi, come i personaggi dei genitori nel film “Sinue l’egiziano”, i quali rendono l’idea del ricordo che ne ho dei miei. Forse mi vedono o forse così li sto disturbando nel loro riposo eterno. Me li immagino come se fossero veramente presenti e vicini, come se ci fossero, come io li vorrei, con me, mentre mi duole in gola un grosso nodo.

 
“…nessuna delle cose umane è stabile, ma in qualunque modo il dio svolga e muti il corso della nostra vita, conviene che noi ci accontentiamo e accettiamo.”

[ idem ]


Il tarlo

” … se si indugerà nella malinconia, crescerà quel male babilonese, che, se infine non avrà sfogo nelle lagrime, formerà nel cuore una ruggine indelebile.”

[Fra Tommaso da Celano, “Vita di San Francesco di Assisi“]

Ne accennerò ora, con il proposito di non tornarvi più sopra: mi capita ogni volta che sento rileggere o che personalmente mi metto a spulciare fra le parole e le virgole, del brano del Vangelo di Giovanni 13, 21-30, proprio come descritto nel testo “…satana entrò in lui…“, così mi invade il tarlo curioso e superbo del rimettere ordine o meglio, di cercare di indagare la – a mio avviso strana – figura di Giuda Iscariota; non il personaggio, bensì l’uomo, l’essere umano; soprattutto torna a tentarmi il tarlo dei perché, le domande.
Se un uomo doveva essere “scelto” per quel compito “necessario”, perché lui e non altri? E se satana, a seguito di quel “boccone”, entrò in lui, che pure in quanto uomo, aveva come ognuno il libero arbitrio per decidere di resistergli (o no?), come si deve valutare la sua colpa successiva? (E lo vuoi sapere tu Fede? Che arrogante che sei!). Il racconto mi induce ad immaginare un uomo fin lì buono, divenuto (inconsapevolmente? con coscienza?) strumento indispensabile ed ignobile, alla fine più fonte di bene che di male…bestemmio.cristo morto
Forse è anche per questo, oltre che per mitigare la mia intima presunzione, che il parroco mi ha detto di smettere di pensarci su; quasi alludendo, nei toni come nel suo sguardo di vegliardo, a dei precisi rischi morali, insiti in un tale arrovellarsi, un voler sindacare su di una questione, ideale, che non esiste, che di fatto, secondo quanto è scritto (e su cui solo ci si può e deve basare), non è mai stata sollevata ovvero approfondita.
Mi ha detto (leggi insegnato) il Don, che Gesù non si è mai pronunciato in merito, non ha parlato di colpa, di castigo, non ha detto nulla, non ci ha lasciato dogmi, dichiarazioni, né aggiungerei, se ho ben imparato, ci ha autorizzati a delineare la figura di Giuda in senso esemplare o come pietra di paragone o come spunto per sentenziare… Cercherò di seguirne il consiglio, di vincere il mio tarlo e di darmi pace.

“Ciò che non giova all’alveare non giova neppure all’ape”

[Marco Aurelio]

Ma un dubbietto diavoletto, piccolo e sciocherello, mi rimane: e cioè, che forse, i servizi da mensa non dovrebbero essere composti da dodici pezzi, ma da tredici ovvero per tredici commensali, come numero ideale, regolare e che, tredici a tavola non dovrebbe rappresentare un numero negativo. E sempre forse, che noi miserabili umani, ci siamo arrogati per secoli il diritto di giudicare ciò su cui invece Dio, che di certo non agisce a caso, ha scelto il silenzio.

” Il dubbio è divenuto cultura. L’incredulità, sistema. […] Sì, Maria. Forse non ne abbiamo colpa. Ma noi oggi stiamo vivendo proprio questa tragedia. Con tristezza.”

[Tonino Bello]


Essere e non essere

“Soffri indegno dolore e si smarrisce l’animo tuo prostrato nel delirio; come un medico inabile sorpreso dal male, t’abbandoni, e ti vien meno il rimedio che valga a risanarti.”

[Eschilo, “Prometeo“]

Era da tempo che pensavo di tornare a curiosare sui testi di canzoni di musica leggera. In particolare di guardare al tema della solitudine interiore, in ambienti geografici affollati e rumorosi, quali possono essere quelli della città, città abbastanza grande e abbastanza anonima da giustificare la sensazione di estrema solitudine e di vuoto individuale, intimo, che si ripercuote idealmente anche all’esterno, per la forza stessa del sentimento provato.
Le due canzoni che ho deciso di prendere in esame e mettere in comparazione, si esprimono in tali termini già nei loro titoli: “Solo” e “Città vuota“.
Il tema di base su cui si appoggiano i due testi è quello del rapporto sentimentale di coppia, anche se io ritengo, proprio a partire dai loro titoli, che il principale motivo portato in scena, sia quello tutto poetico, della sofferenza personale del narrante, che si racconta attraverso la rappresentazione di quadri espressivi, tratteggiati con poche studiate parole; canta la propria condizione interiore di disagio sentimentale, descrivendone la ragione ed anche i fatti più toccanti e l’inutilità di ogni ovvio rimedio, nel dover comunque andare avanti così. Le due canzoni si risolvono infine in epiloghi differenti.

Solo
di Claudio Baglioni

Lascia che sia
tutto così
e il vento volava sul tuo foulard
avevi già
preso con te
le mani, le sere, la tua allegria…
Non tagliare i tuoi capelli mai
mangia un po’ di più che sei tutt’ossa
e sul tavolo fra il thè e lo scontrino
ingoiavo pure questo addio…
Lascia che sia
tutto così
e il cielo sbiadiva dietro le gru
no, non cambiare mai
e abbi cura di te
della tua vita, del mondo che troverai…
Cerca di non metterti nei guai
e abbottonati il paltò per bene
e fra i clacson delle auto e le campane
ripetevo “non ce l’ho con te”
e non darti pena sai per me
mentre il fiato si faceva fumo
mi sembrava di crollare piano piano
e tu piano piano andavi via.
E chissà se prima o poi
se tu avrai compreso mai
se ti sei voltata indietro.
E chissà se prima o poi
se ogni tanto penserai
che son solo.
E se adesso suono le canzoni
quelle stesse che tu amavi tanto
lei si siede accanto a me sorride e pensa
che le abbia dedicate a lei.
E non sa di quando ti dicevo
“mangia un po’ di più che sei tutt’ossa”
non sa delle nostre fantasie, del primo giorno
e di come te ne andasti via…
E chissà se prima o poi
se tu avrai compreso mai
se ti sei voltata indietro.
E chissà se prima o poi
se ogni tanto penserai
che io solo… resto qui
e canterò solo, camminerò solo, da solo continuerò.

In questa prima canzone il narratore, dopo aver reso con le sue descrizioni, il sentimento di profondo affetto che lo lega alla donna, così perduta per sempre, comunica infine il dubbio, che sta accompagnando la sua vita e, di fronte alla amara constatazione della impossibilità per lui di ottenere risposta alla domanda che martella i suoi pensieri, conclude quasi tragicamente, con un quadro dall’immagine statica: la sua vita è quasi ferma, pur nel suo andare avanti, ed in totale solitudine; è un “buongiorno tristezza”, senza speranza all’orizzonte, quell’orizzonte “dietro le gru”, in cui un certo giorno, ha visto fermarsi il suo tempo migliore.

Città vuota
testo di G. Cassia

Le strade piene, la folla intorno a me
mi parla e ride e nulla sa di te
io vedo intorno a me chi passa e va
ma so che la città
vuota mi sembrerà se non ci sei tu
c’è chi ogni sera mi vuole accanto a sé
ma non m’importa se i suoi baci mi darà
io penso sempre a te, soltanto a te
e so che la città vuota mi sembrerà se non torni tu
come puoi tu vivere ancor solo senza me
non senti tu che non finì il nostro amor
le strade vuote deserte sempre più
leggo il tuo nome ovunque intorno a me
torna da me amore e non sarò più vuota la città
ed io vivrò con te tutti i miei giorni
tutti i miei giorni, tutti i miei giorni.

In questa seconda canzone, la narratrice, donna, speranza… pur non concedendo apparentemente alcuna certezza di lieto fine, pronuncia in chiusura, il suo invito accorato al suo amante, instillando viva speranza, la stessa che lei vuole provare, non cedendo alla rassegnazione ed al presente e futuro destino di tristezza, suo e della città intera, che sembra quasi essere essa stessa uno dei soggetti principali della canzone: la città partecipa alla pena del narratore e si trasforma.
Il quadro idilliaco ed invitante, prospettato dalla frase di chiusura, in forma ripetitiva, da eco, a dar maggior forza alle parole, a far sì che senta la persona a cui sono rivolte, è tutto un concentrato di desiderio non trattenuto ed a cui, sarà difficile dire di no.donnina marinaretta


Lampi nel buio

” Cos’è la vita per me? il tempo mi divorò i momenti felici: io non la conosco se non nel sentimento del dolore: ed or anche l’illusione mi abbandona – medito sul passato; m’affiso su i dì che verranno; e non veggo che nulla.”

[Ugo Foscolo, Ultime lettere di Jacopo Ortis]

Sono convinta che l’istinto a far partecipe il pubblico delle nostre confidenze, ci derivi dalla condizione di “esuli” nella quale tanto spesso ci troviamo. Viviamo vite da esiliati, ogni volta che non sappiamo dove andare, non sappiamo cosa fare, non sappiamo deciderci su come fare bene una cosa e perché non vediamo sul nostro orizzonte nessuna possibilità per noi, nessuna soluzione. E quando avviene che questo dramma umano, tocchi allo stesso tempo tanta gente, compresi quelli che ci sono attorno, che ci sono anche cari, allora la percezione della sensazione di esilio – da noi stessi e dal mondo – anziché smorzarsi e farsi più sopportabile, in quanto condivisa e compresa dal prossimo , proprio per questo, si fa invece insostenibile e più disperata, ed ancor più appare irrisolvibile, nella sua generalità.
Cediamo. Una resa senza più speranze, senza più forze residue, quasi come ferro forgiato, battuto… quante volte è accaduto di sentirci in questa condizione durante la vita, con la sola forza reattiva del battito del nostro cuore. Questi periodi tanto critici della nostra storia, sono eppure illuminati da lampi di vitalità e di genialità: il dolore d’improvviso non è più sterile, inizia ad innalzarsi in noi, a salire sempre più dal nostro intimo, fino ad uscirne, diviene la nostra forza maggiore, ci sostiene e ci spinge a comunicare la parte non visibile di noi.
Sono sempre rivelazioni toccanti e coinvolgenti; la stessa pena, che affligge allo stesso modo tanti di noi, seppur anche in luoghi fisicamente lontani tra loro, si fa condivisione e vicinanza di cuori. Una comunanza di sentimenti e di luoghi, universalmente riconosciuti, attraverso la sincerità e spontaneità della confidenza, ci tocca nel profondo e ci accarezza. E’ un motivo che ci suona dentro, in musica ancor più che con le parole. Proprio come avviene attraverso le canzoni della musica leggera.
Vale la pena fissare un po’ l’attenzione su alcuni testi esemplari di canzoni italiane, brani senza tempo, densi di significato:
Amara terra mia
di Modugno – Bonaccorti

Sole alla valle, sole alla collina, per le
campagne non c’è, più nessuno.
Addio, addio amore, io vado via,
amara terra mia, amara e bella…

Cieli infiniti e volti come pietra, mani
incallite ormai senza speranza.
Addio, addio amore, io vado via,
amara terra mia, amara e bella…

Tra gli uliveti, nata già la luna, un bimbo
piange, allatta un seno magro.
Addio, addio amore, io vado via,
amara terra mia, amara e bella…

Paese mio (Che sarà)
di Migliacci – Fontana – C. Pes

Paese mio che stai sulla collina,
disteso come un vecchio addormentato
la noia, l’abbandono, il niente son la tua malattia,
paese mio ti lascio io vado via.

Che sarà, che sarà, che sarà.
Che sarà della mia vita chi lo sa.
So far tutto o forse niente, da domani si vedrà,
e sarà, sarà quel che sarà.

Gli amici miei son quasi tutti via
e gli altri partiranno dopo me.
Peccato perché stavo bene in loro compagnia,
ma tutto passa, tutto se ne va.

Che sarà, che sarà, che sarà.
Che sarà della mia vita chi lo sa.
Con me porto la chitarra e se la notte piangerò,
una nenia di paese suonerò.

Amore mio ti bacio sulla bocca
che fu la fonte del mio primo amore,
tu do l’appuntamento dove e quando non lo so,
ma so soltanto che ritornerò.

Che sarà, che sarà… … … ..

Nella prima canzone (“Amara terra mia”), fin dal titolo, sentimentale e struggente, compare un duplice senso o significato, nel dettare il tema stesso del testo, che è quello del sentimento di amarezza, dal dover andarsene da ciò che si ha di più caro e quindi anche del sentimento di amore; amore-amarezza, per la propria terra e insieme per la donna amata, donna appena accennata, nel ritornello ripetitivo, quasi affannoso, in cui si scioglie tutta la sofferenza di un doppio addio. Un intreccio di amore bello ed amara disperazione, che seguita lungo tutto il testo e che ad ogni strofa si chiude sull’aggettivo “bella”, espresso accoratamente, allungando con il canto la parola, fino a lasciare nell’aria un ché di sospensione…
Anche l’aggettivo “mia”, presente sia nel titolo che nel testo, evoca spontaneità ed amore, mima un abbraccio, trasmesso attraverso una melodia lenta ed ondeggiante, come un gesto che quasi dipinge i lunghi flutti del mare, che via via allontanano il protagonista dal suo bene. Dondolano le sue parole e sfiorano, ora la terra dei suoi natali, ora la donna della sua vita, tratteggiate in termini che sono simboli dell’una e dell’altra: valle, collina, campagna, la durezza della pietra e gli uliveti nella notte (religioso retaggio di attesa di un domani indesiderato, ultimo giorno, ultima notte); e dall’altro lato, volti, mani, un bimbo, un seno, in un finale di paesaggio desolante, alla luce della luna (femminile). Su tutto domina una povertà magistralmente espressa in termini di privazione: privazione di genti, di speranze, di segni di opulenza (“seno magro”); la geografia di un paesaggio in cui il sole è solitudine e l’infinità del cielo è il vuoto, tutto è il nulla, geografia della disperazione, in cui il profondo e definitivo addio appare senza percezione di riscatto e di ritorno.


La seconda canzone (“Paese mio” – “Che sarà”), ha in comune con la prima il tema dell’addio e della partenza, da un luogo e da persone care, identica la frase di chiusura “io vado via”. Ed ugualmente si ritrova, a partire dal titolo, la parola dell’abbraccio e cioè l’aggettivo “mio”; riferito al paese intero, agli amici, alla donna amata; pilastri della vita di ognuno, temi cari a tanti autori, cantati e celebrati da sempre (non si può non ricordare il crescendo cantato dal “Rigoletto”, nella celebre opera di Verdi, nel rivolgersi alla propria figlia, suo bene più caro, suo solo universo: anche qui il protagonista elenca, con la solennità dell’aria verdiana, quelli che unanimemente sono i punti fermi ed il sostegno della vita e della dignità di ogni uomo, la patria, la famiglia, gli amici…), ma questa seconda canzone, diversamente dalla precedente, comunica sì la tristezza dell’allontanamento – che però qui appare come una scelta frutto della propria volontà e non una forzatura sentita quasi fosse una condanna – ed anche qualcosa di più, la speranza in un domani, trepidazione e insieme curiosità per la vita che il protagonista sa di avere davanti a sé; un’attesa non sterile, la voglia di fare e di vivere.
Due stati d’animo si percepiscono nel testo. Uno fatto di sentimenti che riconducono al tema della separazione, del distacco, della partenza: melodia e parole concordano perfettamente, quando esprimono e descrivono nelle strofe l’indolenza di tutto un paese e della vita che il protagonista si appresta a lasciare, il rammarico per la fine di un bel periodo che egli già archivia fra i ricordi del passato e, la decisa volontà di ritornare, egregiamente espressa nella dignità del saluto alla donna amata, non un addio per sempre, ma un arrivederci, sottolineato dalla ferma certezza di un futuro ritorno, fissato in un simbolico appuntamento. A questo stato d’animo, quasi contrapposto, è il tema del ritornello, ripetitivo nel rimarcare l’incertezza sulla propria vita futura: la musica qui cambia e sottolinea una geografia del tempo, in cui il soggetto dichiara un cambio di vita, a partire da un momento preciso, da domani stesso, “da domani si vedrà”; nel suo guardare avanti non c’è rassegnazione, ma semmai accettazione, c’è apertura e disponibilità, volontà di affrontare il destino, una certezza di cambiamento, con il sostegno del proprio retaggio, senza cioè perdere se stesso e senza disperare di avere consolazione nel momento triste della nostalgia, la notte, il tempo del pianto.
E’ la canzone di un giovane che sa di avere un una vita da giocarsi e che idealizza il proprio futuro, il proprio tempo. Nel salutare il suo paese natio compie il gesto di addio alla sua infanzia trascorsa.
La precedente canzone, ha il tono di un amante sofferente, lamento antico, sensuale e languido. Quest’ultima canzone, ha i colori di un ragazzo, che manifesta il suo affetto di figlio prima di spiccare il volo per la prima volta.figurino ombrellino