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Calcinacci

“L’avversità restituisce agli uomini tutte le virtù che la prosperità toglie loro.”

[ Delacroix]

 
E’ un periodo brutto e difficile questo. La terraferma non è ferma, trema. Ora sembra rallentare un po’.
Andiamo in giro stressati e confusi, ma non lo diamo a vedere. Siamo delle trottole. Passerà. Deve passare.
Avevo riempito il bagagliaio dell’auto con cose necessarie a far fronte ad una prima emergenza: coperte, cuscini, cambio di abiti… le chiavi dell’auto sempre con me, insieme agli indispensabili occhiali, alle medicine quotidiane e poche altre cose, giorno e notte.
Ho salutato i miei intriganti negligé, li ho sostituiti con pratiche tute di pile, con le quali passare la notte, nel terrore del peggio.
Una doccia veloce al posto di un piacevole bagno caldo e poche cure personali, ridotte allo stretto necessario. La mia bella pelle liscia e morbida, che era uno dei miei punti di forza, ne ha risentito.
Ed ogni volta che mi sedevo per collegarmi al mio blog per postare o leggere qualcosa d’altri, mettendo via la paura, puntualmente il terremoto si faceva sentire ancora, con una ulteriore scossa, più forte di quelle frequentissime che ogni giorno si registrano, ma che per fortuna nostra o non si avvertono o si percepiscono poco e che, anche se non tranquillizzano affatto, ci lasciano campare.
Ora mi pare (o mi voglio illudere) che vada un tantino meglio.
Non mi vorrei buttare giù. Cerco di tornare normale. Ci sarà pure un lato positivo in tutto ciò e va trovato. Passerà. Chiedo scusa.


Amor patrio

“O Italiani! non obliate giammai, che il primo passo a produrre uomini grandi sta nello onorare i già spenti.”

[Giuseppe Mazzini, “Pensiero e Azione“]

La preparazione, seppur semplice, di modeste pietanze del repertorio della propria tradizione ed esperienza, simboleggia, oltre il fatto in sé, un gesto di genuino amor di patria, che, più o meno inconsapevolmente, si fonde od effonde da quell’affetto sincero, che si prova per chi ci ha lasciato – compresa in un patrimonio di ideali, di valori e ricordi – l’eredità di una ricetta di cucina di famiglia. A conferma di quanto affermo, aggiungo che, non credo sia per caso che negli scritti delle più conosciute ed esemplari figure di personaggi ed eroi del nostro risorgimento, il cibo e la mensa ricorrano citati e raccontati in più occasioni, all’interno di pagine non secondarie, memorabili, spesso venate di grande umanità e sensibilità e, a volte dettate da spirito di vera commozione.
Patriottismo quindi, nel sedersi a tavola, come nel gesto affettuoso del cucinare in genere. Non un mestiere, non solamente un compito… Parlo in termini di affetto, quando ciò significa la preparazione fedele di pietanze a me care, ispirate al ricordo del gusto buono che ne ho provato ed al contempo, alla memoria viva dei cari con i quali ho condivise le gioie del palato o meglio ancora, di coloro che me ne hanno tramandato la ricetta, seguendo una sorta di regole, soggettive ed uniche, come le persone.
Affetto e diligenza. Con costanza e disciplina e tenerezza insieme, mi metto in arnese. armata di un discreto spirito organizzativo, mi accingo alla preparazione, in apparente solitudine, viziata dall’ascolto della mia musica scelta, quando mi è possibile. In questi frangenti il lavoro mi appaga, mi regala un senso di pienezza, di profonda immersione, mi rende giustizia. La ripetizione a regola di gesti tramandatemi da chi mi onoro di imitare, in una sorta di solennità celebrativa, ha lo scopo di ottener infine un prodotto degno delle mie rimembranze, ma al tempo stesso, mi intriga e mi tenta anche la possibilità, con una timida e studiata creatività, frutto anche di esperienza personale, di inoculare del mio, ad aggiungere così una postilla alla regola, che possa entrare a far parte della tradizione, inaugurando una mia variante. Unico grande rammarico, il non avere più la possibilità di sottoporla al giudizio di chi vorrei… ma tant’è. E’ quel velo sottile di amaro e di struggente, quel sibilo addolorato che sempre e ovunque mi segue oppure mi accompagna e che in certo modo, mi forgia in più occasioni, nel mio mutevole carattere; è ciò che solo mi piega, ad inginocchiare la mia superbia ed al contempo mi forza, a rialzarmi sull’attenti ed a segnare il passo con grinta, per seguire il dovere o destino che ho: quello di vivere. Insomma, è la vita.

“…cominciando dalla minestra a dir di sì, con la bocca, con gli orecchi, con tutta la testa, con tutto il corpo, con tutta l’anima, alle frutta v’avevan ridotto un uomo a non ricordarsi più come si facesse a dir di no”

[A. Manzoni, “I Promessi Sposi“]donnina marrone