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Abusivo e decadente

“Abolirete le classi governanti? E’ un esperimento interessante. Credo che fosse il piano originale della creazione, e che sarebbe riuscito, se non fosse stato per Caino.”

[ Rafael Sabatini, “Scaramouche“]

 

A B C D – Rendere l’idea di un paese, attraverso un’immagine evocativa, un colore o un aggettivo che lo caratterizzi: quasi un gioco da tavolo…
A furia di sentire e risentire, di vedere e di sperimentare io stessa, di vivere insomma, del tumulto e delle ferite nostre (nazionali) ed anche di quelle simili o uguali, presenti altrove, a furia di tutto questo ballare in pianto, mi sono alquanto convinta, che tutto lo sfogo ed il lamento (legittimi) con cui, tanti di noi reagiamo ai mali storici e nuovi del nostro paese, altro non sarebbe se non una esternazione (maldestra) di affetto; non mai disprezzo, semmai dispiacere. La rabbia nasce in fondo dal dispiacere, dalla sofferenza e dalla sottomissione all’ingiustizia.
E’ una forma di affezione ed insieme una sensazione profonda di impotenza; una reazione al rischio di oblio, sempre temuto e sempre in agguato. E’ preghiera.

 
“Invece di maledire il buio è meglio accendere una candela.”

[Lao Tzu]

 
E non è che il resto del mondo, tutto considerato, offra spettacoli migliori del nostro o modelli esemplari… Voglio dire, che un po’ tutti ed ognuno nel suo genere, i paesi ed i popoli, avrebbero di che correggersi: abbiamo tutti le nostre vergogne.

 
“Se un uomo non è disposto a lottare per le sue idee, o le sue idee non valgono niente, o non vale niente lui.”

[Ezra Pound]

 
A me, a pelle, interessa molto più l’orizzonte mio: skyline di un paese abusivo, linea instabile, perennemente velato dalla nebbia di una magnificente ed eterna decadenza; grandezza sua, che si perde nella notte dei tempi.
Malanno ed insieme cura, croce e delizia di noi tutti, sindrome strisciante, che ha il merito ogni volta, di riportare alla giusta dimensione umana ogni babelica pretesa di chissà quale soluzione ufficiale, definitiva, ad una condizione che, proprio per il nostro stesso genio ed in quanto peculiare, appare come una specie di condanna ovvero, una sorta di epidemia endemica, attraverso la quale dover passare tutti, prima o poi, per poterne uscire vaccinati, vivi ma provati e che, se saputa prendere, ci può offrire l’occasione della nostra vita.

 
“Cominciate col fare ciò che è necessario, poi ciò che è possibile. E all’improvviso vi sorprenderete a fare l’impossibile”

[San Francesco]

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Lampi nel buio

” Cos’è la vita per me? il tempo mi divorò i momenti felici: io non la conosco se non nel sentimento del dolore: ed or anche l’illusione mi abbandona – medito sul passato; m’affiso su i dì che verranno; e non veggo che nulla.”

[Ugo Foscolo, Ultime lettere di Jacopo Ortis]

Sono convinta che l’istinto a far partecipe il pubblico delle nostre confidenze, ci derivi dalla condizione di “esuli” nella quale tanto spesso ci troviamo. Viviamo vite da esiliati, ogni volta che non sappiamo dove andare, non sappiamo cosa fare, non sappiamo deciderci su come fare bene una cosa e perché non vediamo sul nostro orizzonte nessuna possibilità per noi, nessuna soluzione. E quando avviene che questo dramma umano, tocchi allo stesso tempo tanta gente, compresi quelli che ci sono attorno, che ci sono anche cari, allora la percezione della sensazione di esilio – da noi stessi e dal mondo – anziché smorzarsi e farsi più sopportabile, in quanto condivisa e compresa dal prossimo , proprio per questo, si fa invece insostenibile e più disperata, ed ancor più appare irrisolvibile, nella sua generalità.
Cediamo. Una resa senza più speranze, senza più forze residue, quasi come ferro forgiato, battuto… quante volte è accaduto di sentirci in questa condizione durante la vita, con la sola forza reattiva del battito del nostro cuore. Questi periodi tanto critici della nostra storia, sono eppure illuminati da lampi di vitalità e di genialità: il dolore d’improvviso non è più sterile, inizia ad innalzarsi in noi, a salire sempre più dal nostro intimo, fino ad uscirne, diviene la nostra forza maggiore, ci sostiene e ci spinge a comunicare la parte non visibile di noi.
Sono sempre rivelazioni toccanti e coinvolgenti; la stessa pena, che affligge allo stesso modo tanti di noi, seppur anche in luoghi fisicamente lontani tra loro, si fa condivisione e vicinanza di cuori. Una comunanza di sentimenti e di luoghi, universalmente riconosciuti, attraverso la sincerità e spontaneità della confidenza, ci tocca nel profondo e ci accarezza. E’ un motivo che ci suona dentro, in musica ancor più che con le parole. Proprio come avviene attraverso le canzoni della musica leggera.
Vale la pena fissare un po’ l’attenzione su alcuni testi esemplari di canzoni italiane, brani senza tempo, densi di significato:
Amara terra mia
di Modugno – Bonaccorti

Sole alla valle, sole alla collina, per le
campagne non c’è, più nessuno.
Addio, addio amore, io vado via,
amara terra mia, amara e bella…

Cieli infiniti e volti come pietra, mani
incallite ormai senza speranza.
Addio, addio amore, io vado via,
amara terra mia, amara e bella…

Tra gli uliveti, nata già la luna, un bimbo
piange, allatta un seno magro.
Addio, addio amore, io vado via,
amara terra mia, amara e bella…

Paese mio (Che sarà)
di Migliacci – Fontana – C. Pes

Paese mio che stai sulla collina,
disteso come un vecchio addormentato
la noia, l’abbandono, il niente son la tua malattia,
paese mio ti lascio io vado via.

Che sarà, che sarà, che sarà.
Che sarà della mia vita chi lo sa.
So far tutto o forse niente, da domani si vedrà,
e sarà, sarà quel che sarà.

Gli amici miei son quasi tutti via
e gli altri partiranno dopo me.
Peccato perché stavo bene in loro compagnia,
ma tutto passa, tutto se ne va.

Che sarà, che sarà, che sarà.
Che sarà della mia vita chi lo sa.
Con me porto la chitarra e se la notte piangerò,
una nenia di paese suonerò.

Amore mio ti bacio sulla bocca
che fu la fonte del mio primo amore,
tu do l’appuntamento dove e quando non lo so,
ma so soltanto che ritornerò.

Che sarà, che sarà… … … ..

Nella prima canzone (“Amara terra mia”), fin dal titolo, sentimentale e struggente, compare un duplice senso o significato, nel dettare il tema stesso del testo, che è quello del sentimento di amarezza, dal dover andarsene da ciò che si ha di più caro e quindi anche del sentimento di amore; amore-amarezza, per la propria terra e insieme per la donna amata, donna appena accennata, nel ritornello ripetitivo, quasi affannoso, in cui si scioglie tutta la sofferenza di un doppio addio. Un intreccio di amore bello ed amara disperazione, che seguita lungo tutto il testo e che ad ogni strofa si chiude sull’aggettivo “bella”, espresso accoratamente, allungando con il canto la parola, fino a lasciare nell’aria un ché di sospensione…
Anche l’aggettivo “mia”, presente sia nel titolo che nel testo, evoca spontaneità ed amore, mima un abbraccio, trasmesso attraverso una melodia lenta ed ondeggiante, come un gesto che quasi dipinge i lunghi flutti del mare, che via via allontanano il protagonista dal suo bene. Dondolano le sue parole e sfiorano, ora la terra dei suoi natali, ora la donna della sua vita, tratteggiate in termini che sono simboli dell’una e dell’altra: valle, collina, campagna, la durezza della pietra e gli uliveti nella notte (religioso retaggio di attesa di un domani indesiderato, ultimo giorno, ultima notte); e dall’altro lato, volti, mani, un bimbo, un seno, in un finale di paesaggio desolante, alla luce della luna (femminile). Su tutto domina una povertà magistralmente espressa in termini di privazione: privazione di genti, di speranze, di segni di opulenza (“seno magro”); la geografia di un paesaggio in cui il sole è solitudine e l’infinità del cielo è il vuoto, tutto è il nulla, geografia della disperazione, in cui il profondo e definitivo addio appare senza percezione di riscatto e di ritorno.


La seconda canzone (“Paese mio” – “Che sarà”), ha in comune con la prima il tema dell’addio e della partenza, da un luogo e da persone care, identica la frase di chiusura “io vado via”. Ed ugualmente si ritrova, a partire dal titolo, la parola dell’abbraccio e cioè l’aggettivo “mio”; riferito al paese intero, agli amici, alla donna amata; pilastri della vita di ognuno, temi cari a tanti autori, cantati e celebrati da sempre (non si può non ricordare il crescendo cantato dal “Rigoletto”, nella celebre opera di Verdi, nel rivolgersi alla propria figlia, suo bene più caro, suo solo universo: anche qui il protagonista elenca, con la solennità dell’aria verdiana, quelli che unanimemente sono i punti fermi ed il sostegno della vita e della dignità di ogni uomo, la patria, la famiglia, gli amici…), ma questa seconda canzone, diversamente dalla precedente, comunica sì la tristezza dell’allontanamento – che però qui appare come una scelta frutto della propria volontà e non una forzatura sentita quasi fosse una condanna – ed anche qualcosa di più, la speranza in un domani, trepidazione e insieme curiosità per la vita che il protagonista sa di avere davanti a sé; un’attesa non sterile, la voglia di fare e di vivere.
Due stati d’animo si percepiscono nel testo. Uno fatto di sentimenti che riconducono al tema della separazione, del distacco, della partenza: melodia e parole concordano perfettamente, quando esprimono e descrivono nelle strofe l’indolenza di tutto un paese e della vita che il protagonista si appresta a lasciare, il rammarico per la fine di un bel periodo che egli già archivia fra i ricordi del passato e, la decisa volontà di ritornare, egregiamente espressa nella dignità del saluto alla donna amata, non un addio per sempre, ma un arrivederci, sottolineato dalla ferma certezza di un futuro ritorno, fissato in un simbolico appuntamento. A questo stato d’animo, quasi contrapposto, è il tema del ritornello, ripetitivo nel rimarcare l’incertezza sulla propria vita futura: la musica qui cambia e sottolinea una geografia del tempo, in cui il soggetto dichiara un cambio di vita, a partire da un momento preciso, da domani stesso, “da domani si vedrà”; nel suo guardare avanti non c’è rassegnazione, ma semmai accettazione, c’è apertura e disponibilità, volontà di affrontare il destino, una certezza di cambiamento, con il sostegno del proprio retaggio, senza cioè perdere se stesso e senza disperare di avere consolazione nel momento triste della nostalgia, la notte, il tempo del pianto.
E’ la canzone di un giovane che sa di avere un una vita da giocarsi e che idealizza il proprio futuro, il proprio tempo. Nel salutare il suo paese natio compie il gesto di addio alla sua infanzia trascorsa.
La precedente canzone, ha il tono di un amante sofferente, lamento antico, sensuale e languido. Quest’ultima canzone, ha i colori di un ragazzo, che manifesta il suo affetto di figlio prima di spiccare il volo per la prima volta.figurino ombrellino