Archivi del mese: marzo 2016

serva Europa

“Conosco le opere tue, e so che tu passi per vivo, ma in realtà sei morto…”

[Apocalisse, 3,1]

arma tosc. lett. arme (pl. armi, ant. arme) sf. [lat. arma, -orum, passato nel lat. tardo a sf.] ogni arnese o strumento che serve a offesa o a difesa // arma bianca, quella di punta e taglio; arma da fuoco, quella esplodente, che si carica a polvere; arma corta o insidiosa, di piccola lunghezza e tale che possa facilmente nascondersi; arma da tiro, quella che si scaglia, cone aste, giavellotti, ecc. (detta anche da lancio), e oggi ordigno guerresco che serva a scagliare, come fucili, cannoni, ecc.; armi atomiche, nucleari, che utilizzano a scopi distruttivi l’energia nucleare // armi subacquee, i siluri, le torpedini, le bombe antisommergibili…

arma della poesia, non uccide, ma, però… non difende dalle armi, ma, però… non salva la vita, ma, però…
Demolisce, forse… vendica, forse… rende giustizia, forse…
Umilia, offende, indigna, ridicolizza e altro ancora… sol chi ha la “coda di paglia” (ovvero un barlume di coscienza dei propri torti).

Esempi dal passato, a me cari, come mi è caro il ricordo di coloro che mi hanno ormai lasciato, dopo avermeli tramandati in tempi idealmente lontani anni luce da quelli odierni, bagaglio geloso della MIA CULTURA:
“Patria, o Patria! se’ tu: le care glebe
lieto io ne bacio. Salve o madre, o grande
fra quante il mar terre circonda, salve!”

[F. Petrarca]

“…fatal terra, gli estranei ricevi:
tal giudizio comincia per te.
Un nemico che offeso non hai,
a tue mense insultando s’asside;
degli stolti le spoglie divide;
toglie il brando di mano a’ suoi re.”

[ A. Manzoni, “Il Conte di Carmagnola“]

“E tutti li altri che tu vedi qui,
seminator di scandalo e di scisma
fur vivi, e però son fessi così.”

[Inf., XXVIII, 34-36]

“Dagli atrj muscosi, dai Fori cadenti,
Dai boschi, dall’arse fucine stridenti,
Dai solchi bagnati di servo sudor,
Un volgo disperso repente si desta,
Intende l’orecchio, solleva la testa,
Percosso da novo crescente rumor.”

[A. Manzoni, “Adelchi“]

“Virtù contro a furore
prenderà l’arme; e fia el combatter corto:
ché l’antico valor
nelli italici cor non è ancor morto.”

[F. Petrarca, “All’Italia“]

“Ahi serva Italia, di dolore ostello,
nave sanza nocchiere in gran tempesta,
non donna di province, ma bordello!”

[ Par., VI, 76-78]cosetta

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Strane occasioni di viaggio

“Strade alpestri, montagne orride dirupate, tutto il rigore del tempo, tutta la stanchezza e i fastidj del viaggio, e poi?

Nuovi tormenti e nuovi tormentati
[Inf. VI, 4]

[Ugo Foscolo, “Ultime lettere di Jacopo Ortis“]

In quelle certe pause di riflessione che ci concediamo, più o meno volontariamente, sempre si cela per noi il pericolo, di venire sopraffatti dal solito istinto a fare il punto sulla nostra esistenza, su noi stessi, sulla vita trascorsa e sulla parte di essa che abbiamo di fronte, quel che ci resta da vivere.
E non credo proprio, che la maggior parte di noi cerchi con ansietà questi particolari momenti, che accolga con gioia cioè, l’invito della coscienza più intima a guardare allo specchio ciò che si sé è più vero ma meno evidente, a riassumere coraggiosamente i passi fin qui compiuti, valutandone con giudizio i cosiddetti risultati. Perché non siamo contenti di noi stessi mai.
Tutto ciò è naturale e spontaneo, è umano, comprensibile. E’ normale.
Con l’avanzare degli anni, è quasi inevitabile che si presentino sempre più frequenti, le occasioni di “venire al dunque” al “succo del discorso” (ovvero della vita). Le strane occasioni arrivano all’improvviso, senza chiedere il permesso, come ladri nella notte. Sono il nuovo capello bianco… e tutto il resto che lo segue, sono la stanchezza sospetta e fuori orario, una improvvisa e sconosciuta assenza di motivazione, la nuova e diversa emotività, più pacata e riflessiva, della raggiunta maturità; sono l’addio del dominio dei nostri sensi, come quello dello sfarfallio nelle viscere e nell’intimo, quel mettersi comodi, la “bergere” con il suo sgabello poggiapiedi; saranno, secondo indole o per volontà, la conquista della saggezza o il male di vivere. O entrambi. Sono l’incontro con il bivio inevitabile, quell’ALT subito dietro una curva, che non ci aspettavamo, l’incrocio con un treno che ci attraversa il baldanzoso passo o, proprio la fine di quel binario morto, su cui ci siamo avventurati con cocciutaggine e, terminato il quale, nell’impossibilità di procedere oltre, siamo costretti a ripercorrere all’indietro, per poter riprendere un’altra qualsiasi strada, lungo la quale srotolare e correre la nostra vita, il viaggio, solitario, in terre sconosciute e sempre nuove, a cui siamo destinati.
Lo spirito pioniere ci rende curiosi del viaggiare, di quel vivere che tanto bene ci affascina seppure impaurisce, nell’incertezza più totale; spirito di frontiera che nasce con noi, che ci difende addirittura, dalle eccessive tendenze alla retrospezione della senilità; spirito proteso in avanti, verso vaghi orizzonti, ogni volta raggiunti e superati, sempre in vista della successiva destinazione; un cammino in apparenza senza meta, senza traguardi… solo in apparenza, certo con un suo scopo, non dichiarato, ma preciso: quello di vivere felici.
Ogni nostro gesto, ogni scelta, di convenienza, di gusti, ogni speranza, anelito, ogni azione, anche la più turpe dell’opera umana, è mossa dal desiderio di felicità, ne sono convinta.

“Mi sedetti al sole su di una panchina, l’animale che avevo in me si leccava i baffi inuzzolito dai ricordi […] Dopo tutto, riflettevo fra di me, non ero differente dal mio prossimo e sorrisi al pensiero…”

[Robert Louis Stevenson, “Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde“]

Se decidiamo di essere sinceri con noi stessi, tendiamo generalmente a fugare i termini del resoconto della nostra vita, per il timore inconscio (o certezza?) che le somme che tireremo, non ci appagheranno, non ci piacerà il nostro ritratto.
Pensiamo pure di esser soli in questa condizione, in questa sensazione di amarezza e di fallimento, mentre invece essa è forse fra le più comuni del genere umano; comune un po’ a tutti, come lo sono le speranze deluse o gli errori nei quali si ricade, tutti quei peccati di gola e di lussuria che tanto ci piacciono e ci lusingano, da non valere la pena neppure di considerarli tali ne’ di confessarli semmai, tanto siamo certi, per quanto ci riguarda, di perpetuarli. Comune è la difficoltà a mantenersi coerenti con se stessi; e comuni sono, quei tremendi colpi che ci arrivano alle spalle, proprio nel momento peggiore della vita nostra: mentre già prostrati, messi in ginocchio da chissà quale accidente, nell’atto di raccogliere le forze che ancora ci restano, per tendere in avanti la mano a cercare un qualche aiuto per risollevarci, ci arriva da dietro la botta che ci stende del tutto per terra. Un “tradimento”, che ci dà addosso con un impeto superiore al necessario, maligno, superfluo a fronte delle nostre residue forze, ma che, per non averci annientato del tutto, ci ha perciò resi anche più forti.
Questi eventi si presentano a noi con la maschera della nostra peggiore sfortuna, sì, ma a ben vedere essi rappresentano il nostro maggior punto d’orgoglio, questi sì preziosa memoria, sulla quale fare spesso il punto di riflessione; rinsanguinano in noi coraggio ed impeto necessari a compiere il viaggio, a resistere, a non cedere al grande sonno.

“Allora si sentì uno sbatacchio di tutti gli sportelli dei vagoni, eppoi una campanella, eppoi un fischio; e la locomotiva, ansando e sbuffando faticosamente, come un ghiottone che abbia mangiato troppo, si pose in moto, lasciando dietro di sé una lunghissima coda di fumo.”

[Carlo Collodi, “Giannettino“]fiore